Tra le profondità dei monti. I Marlene Kuntz tornano con Karma Clima

“Un messaggio ai ragazzi di oggi? Non sprecate il vostro tempo. Riempite al meglio la vostra vita spingendovi laddove l’acqua è sempre più alta“.

<< Ma sei matto? Inizi un articolo che dovrebbe essere, nelle intenzioni, il report di una serata di presentazione del nuovo album di uno dei maggiori gruppi rock italiani degli ultimi 30 anni, e lo fai citando un passaggio del film su\di David Bowie appena apparso nelle sale? Non ti pare esagerato, e anche un po’ un salto nel vuoto?>>
“Si certo: appunto.”
Questo più o meno è il riassunto del discorso – invero tutto mentale – tra la mia sovra-sollecitata ‘vìs creativa‘ giornalistica, e quel che rimaneva della mia capacità di discernimento all’una di giovedì notte scorso, subito dopo essere ritornato a casa dall’evento di lancio di “Karma Clima“: un ascolto condiviso con il proprio pubblico, organizzato dai Marlene Kuntz, un paio d’ore prima che uscisse sul mercato il loro ultimo lavoro, e che a tutti venisse dato di farsene un’idea autonoma. Una novità assoluta nell’universo marlenico, una nuova consuetudine (forse, speriamo), e un piacevolissimo stratagemma per proseguire sulla strada tracciata dal gruppo, a partire da quel fatidico annuncio fatto circa dodici mesi esatti or sono, e da quel viaggio – sonoro, musicale, onirico ma anche più concretamente fisico – partito quasi in concomitanza da Ostana, e poi portato in giro per tutto il Paese via Paraloup e Piozzo. Perché, quando si parla dei Marlene, come sempre Cuneo diventa caput mundi, ma le provincie dell’impero del rock contano pur sempre molto.
Soprattutto nel percorso di un album come questo, il cui movimento circolare – fatto di saliscendi emozionali e tonali – è diventato una perfetta mimesi della sua genesi, nonché il motore immobile (ancorché mobilissimo, in realtà) di una creazione per molti versi inconsueta.
Va dato atto a questi quattro ‘ragazzi’ – che il rock mantiene pur sempre giovani anche quando si è superata la cinquantina, come si dice nell’agiografia musicofila mondiale – di non aver mai cercato di ancorare la propria genìa a un modello cristallizzato di musica magari ottimo, ma senza vibrazioni né entropia creativa. La vogliamo tradurre? Pur potendo continuare a mietere soldi e successi trascinandosi in un vortice produttivo banalmente standardizzato, secondo i canoni che già in passato gli avevano dato ottimi riscontri di critica e pubblico, hanno sempre cercato di aggiungere qualcosa, di togliere qualcos’altro, di levigare o di stratificare, senza mai rinunciare alle piccole novità e alle variazioni. Magari ‘Lieve’, ma qualche differenza tra un lavoro e l’altro se la sono sempre concessa.
Va da sé che, se andando alla venue scelta per questo lancio del tutto eccezionale – quasi fosse un varo in mare aperto – qualcuno degli invitati si attendeva un album classico del solito rock ‘spaccacubi’ alla MK, probabilmente non aveva ascoltato bene La Fuga e Vita su Marte (i due singoli già usciti durante le settimane precedenti). E infatti, tra questi e due pezzi – proposti anche sottoforma di video – e uno qualsiasi dei brani di Lunga Attesa (penultimo album uscito ormai più di 6 anni fa) ci passa quasi una vita o, più iconicamente, tutto un differente ‘movimento’. Che è più o meno quanto Riccardo Tesio fa notare, quando si parla della struttura dell’album: un album propriamente rock, in cui alla classica schitarrata (di cui si cimenta mimando con un gesto proprio dei più bravi air guitarist) si sostituisce una pianofortata molto ben pestata. Anzi, la volontà di cambiare certi meccanismi era talmente forte, da arrivare a -per usare un termine ben utilizzato da Davide Arneodo (il pianista titolare, non contando lo ‘sperimentatore Tesio) “scardinarli”. “Quando ho pensato al pianoforte, l’idea non era tanto quella di usare quello che la modernità tende ad offrirti adesso – plug-in, tastiere, piani finti – facilitando il compito, ma di scrivere e poi di utilizzare pianoforti veri”.
Superare le difficoltà logistiche dettate dalle località scelte per ultimare e incidere Karma Clima (a dispetto del fatto che Ostana e Paraloup, a prescindere dalle tendenze Grandacentriche dei Marlene, non siano esattamente collocate nel centro del globo terracqueo, e nemmeno in una delle più agevoli periferie dell’Impero) ha di certo imposto loro complessità logistiche, di trasporto e di collocazione, ma anche un substrato completamente diverso e nuovo, sul quale far germogliare le loro necessità poietiche. Usare strumenti anche parecchio lontani tra di loro in termini di tempo e di tecnologia (e gli occhi di Arneodo si illuminano quando cita lo Steinway del 1901 e il Kawai ultramoderno sui quali ha potuto lavorare ad Ostana) ha dato certamente loro una forte percezione di cambiamento e di permanenza, come la storia che progredisce ma che, in certo senso, rimane sempre ciclicamente sé stessa. E così, quegli stessi luoghi così inusuali hanno finito per influenzare testi e flussi sonori di un lavoro che, per molti versi, potrebbe davvero rivelarsi una svolta per i Marlene Kuntz.
Lo stesso Godano ammette di essere arrivato volontariamente nel buen retiro delle montagne di Ostana “con il 70% dei pezzi ancora da scrivere”, sfruttando al meglio “la fortuna” di poter scrivere, lavorare, produrre, smussare quanto già preparato a “contatto con la natura, proiettandosi fisicamente e mentalmente lassù in cima”. Insomma, una situazione di registrazione completamente differente da quella a cui erano abituati, lanciati volontariamente nel mare aperto della trasformazione, probabilmente per vivere ancora più intensamente quel cambiamento climatico così enorme, da scriverci sopra un intero album. Album nel quale si incontra un grande lavoro orchestrale, una struttura meno fondata sull’impero delle corde, e molto più incastonata nelle percussioni, e nell’elettronica. Un concept album, se vogliamo, ma nel senso nuovo di ‘nuvola concettuale’, nella quale tutto ciò che sta dentro, fuori e tutto intorno ai musicisti e al loro progetto creativo, concorre a determinare il risultato finale.
Come il pastore che incontri mentre cerchi l’ispirazione o un po’ di requie, e che finisce poi per entrare di diritto nel testo di Lacrima, laddove lo si rivede che “conta le ore \ Che passano lente nel cielo acceso” incastonato in un elenco di immagini e soggetti viventi e non, che compongono una specie di preghiera, o forse una supplica a “qualche cosa \ Che mi appare come superiore”. O come quella invocazione (E come se fossi là \ Fammi giungere agli dei) che diventa subito una Laica Preghiera: e ad un certo punto, il pensiero di Lei, o di Lui, si palesa mentre in discesa dal monte – e forse in fuga dalle paure – l’invocazione echeggia, e il divino si umanizza nella voce di Elisa, e nel suo canto (Qui su queste alture \ C’è il regno della transizione \ E scorgere un altrove \Ti allontana dalle brutture \ Ma tanta è l’afflizione \ Che devi raccontare).
Proprio in questa collaborazione, così riuscita, può ritrovarsi il simbolo della ricerca di un nuovo equilibrio, di una nuova zona di conforto musicale, per Cristiano e Riccardo, e Davide e Luca: una autrice e cantante di talento e di gran tecnica, fan dichiarata, che però non incarna di certo lo stesso segmento musicale – più alternativo, se vogliamo definirlo per differità – sempre così ben montato e impersonato dai Marlene. Eppure, è una variazione semantica e sintattica che apre uno scenario di vita diversa, per tutti loro, e davanti a tutti loro. Non più la ricerca di una solitudine, così come paventato da uno dei partecipanti alla presentazione, ma una piena condivisione, una circolazione di idee e di note, che si tramuta in un lavoro a quattro voci e otto mani che si moltiplicano nella forza e fa eco nelle persone. Uno scardinamento non semplice, che destava più di una perplessità tra alcuni di loro (Arneodo su tutti) ma divenuta sempre più parte del loro nuovo paradigma. L’esigenza stessa di uscire dalla propria area di confort, all’interno della quale un certo disagio iniziava probabilmente a farsi sentire a tutti loro, è stato lo stimolo – così come Luca Lagash ammette, a domanda precisa rispondendo – per uscire dal guscio del suono “alla Marlene”, in cerca di qualcosa di nuovo. Un ‘nuovo’ davvero ‘vivo’, riuscito, energico, dai tratti meno familiari, ma con cui risulta facile familiarizzare. Forse per quei testi sempre così ricercati eppure mai troppo forzati, o per quel ‘muro del suono’ che finisce per incarnare perfettamente i panni delle schitarrate rock pur senza assolutamente mai esserlo, o ancora per quel senso di collettività del processo creativo, sintomo e stimolo di una nuova armonia. Il tutto, ritrovato nel pieno del mare profondo, e mosso, e in procinto di passare a burrasca e inghiottire tutto. “Nessuno di noi vuole stare in acque calme per tutta la vita” faceva dire Jane Austen ad Anne nel suo ultimo romanzo ‘Persuasione’. Perché nulla di male può succedere ad una nave che stazione in acque di bonaccia; ma nemmeno nulla di buono. A nuotare in mare aperto ci si può di certo lasciare la pelle o, per dirla alla Baricco “Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago, oppure costruisce tempeste, divora navi, regala ricchezze, non dà risposte, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile. Ma soprattutto: il mare chiama.”
Se rispondi, può accadere di riuscire a riempirci al meglio la propria vita. Magari proprio con della buonissima nuova musica.

 

 

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".