Iosonouncane: “IRA” – La consacrazione del Maestro.

C’eravamo lasciati lì. Con un uomo e una donna dispersi in mezzo al mare. Vasi incomunicanti. Tra echi di poesia, allitterazioni, sole, sale, mare, sabbia. Il vecchio e il mare. Pavese. Buggerru. Amici minatori. Prog. Ispirazione.
Di anni ne sono passati 6. Dovevano essere 5. Dovevo avere il privilegio di godere in anteprima di “IRA” dal vivo, prima che potesse essere di tutti voi. Ma questa vita sa essere cattiva, lo sappiamo.
I capelli sono cresciuti, come la barba del resto. Il minutaggio anche. La lingua non è più solo l’italiano. Antitesi de “La Macarena su Roma” di 11 anni fa. La verbosità da teatro-canzone, che ha trasformato Jacopo in Iosonouncane, dopo essere diventata in “DIE” poesia di poche parole ridondanti nel suono ma non nel significato, completa il ciclo divenendo voce corale, a 7 voci, così tanto da ritrovarsi estranea al suo stesso autore. Un linguaggio precario, di necessità, di frontiera. Tra Inglese, Arabo, Francese, Spagnolo, Tedesco, Italiano. Una lingua sbagliata. Volutamente piena di errori. In cui ritrovarsi a disagio, in difficoltà. È questo uno degli obiettivi: mettere in difficoltà l’ascoltatore per esigere totale attenzione. Totale devozione nell’ascolto. Un rito di purificazione culturale. Una liturgia laica ma di puro misticismo.
Come spiegato dallo stesso musicista, l’approccio sistemico al disco non è interessato a tratteggiare una storia in ogni suo dettaglio. È un lavoro su archetipi che affidano ad ogni elemento di “IRA” il compito di stratificarne in profondità il senso. Anche il primo impatto squisitamente emotivo, senza comprendere le parole o addentrarsi nelle mille sfaccettature, è filologicamente e poeticamente compiuto. Nonostante l’opera sia mastodontica ed enormemente complessa, l’album, in uscita in doppio cd e triplo vinile, nasce per essere suonato live. Da tutti e 7 i collaboratori di Jacopo, nota per nota, con il lavoro di Bruno Germano, fido artigiano al mixer dei lavori dell’artista sardo sin dai tempi de “Le sirene di Luglio” del 2012, compreso. Incani giura che se venisse registrato live, domani mattina, in presa diretta, il risultato sarebbe identico a quello registrato su disco. Ci siamo cascati tutti qualche mese fa. Quando il singolo “Novembre”, accompagnato dalla cover di “Vedrai, vedrai” di Tenco, ci riportava verso territori cantautoriali; il testo sembrava quasi ricollegarsi ad una storia che era già avvenuta, con l’avverbio “intanto” posto in apertura a far pensare che fosse un pezzo del concept che avremmo poi approfondito ascoltando “IRA”. Nulla di più sbagliato. Trattasi di un divertissement concepito 11 anni fa e che non aveva mai trovato occasione di vedere la luce del sole prima. Non ha avuto anticipazioni “IRA” (tranne per i fortunati che hanno ascoltato alcune canzoni, casualmente, nelle radio selezionate, nella giornata del 12 Maggio). È da assorbire per intero o a piccoli sorsi se si preferisce ma senza perdere l’effetto sorpresa forzosamente, come accade quando viene rilasciato un singolo preventivo.

L’incipit del disco è affidato all’arpeggio sbilenco di “hiver”, quasi a dare il tempo all’atmosfera di scaldarsi e all’ascoltatore di prepararsi ad un evento che gli sconvolgerà la vita. Proseguendo dagli orgasmi divini dei tribalismi di “ashes”, foule” e “jabal” ai misteriosi droni di “ojos”, passando per i suoni da film d’autore francese di “nuit”, il tutto è profondamente fluido e consequenziale, intimamente epico o epicamente intimo. Gli allarmi di “prison” rendono il suono incandescente, prima della calma apparente di “horizon” che chiude idealmente la prima metà dell’opera (nel caso del cd anche materialmente). La danza apocalittica di “piel”, tra echi di Thom Yorke, ci avvicina alla prima ora di ascolto. In “prière” ritroviamo i suoni sinistri che si intravedevano nel cortometraggio “Caravan”, una specie di teaser trailer dell’album; come sempre, però, quando si parla di Incani, così bello da potersi considerare un cortometraggio a tutti gli effetti, con i suoi 13 minuti stranianti (regia di Alberto Gottardo e Francesca Sironi). Il passo marziale di “niran” anticipa la dolcezza di “soldiers” e i bassi pulsanti di “fleuve”. “sangre”, con il suo andamento ipnotico, ci accompagna nella parte finale dell’opera. Il dolore di “pétrole” scardina la porta dell’ignoto con la calvalcata orgiastica di “hajar”, subito prima della sublime conclusione di “cri”. “IRA”, questo capolavoro dal profumo mediorientale, rasenta la perfezione in ogni suo aspetto, compresa l’imperfezione stessa.
Il Maestro è tornato. Il Maestro si è consacrato sull’altare dell’immortalità. In un opera in cui si è messo a nudo e contemporaneamente non l’ha fatto, esattamente come nella cover dell’album. In un opera che verrà ricordata, nei prossimi decenni, come pietra miliare della musica internazionale di tutti i tempi. Spartiacque della sua epoca. Iosonouncane appone un altro inamovibile sigillo. Anche questa volta al di là delle mode, del canonico. In un mondo sempre più pop, schiavo di slogan e semplificazione, un Incani volutamente complicato e stratificato ci restituisce la gioia e la realtà di un mondo non apprezzabile appieno al primo ascolto, che ha bisogno di attenzione esclusiva nelle sue quasi 2 ore di odissea. Ci insegna l’arte della pazienza, dello studio. Dell’approfondimento. Ci consegna ancora una volta la più grande lezione che l’arte ci può impartire: addentrarci nell’ignoto. Spezzare le catene del nostro personaggio interiore. Mutare pelle. Come i serpenti. Per consegnarci nuovi a noi stessi.

Andrea Castelli

“All I want in life is a little bit of love to take the pain away, getting strong today, a giant step each day” (“Ladies and Gentlemen we’re floating in space” - Spiritualized)