“Che ne resti sempre uno”: i C.S.I. tornano ad Alba, trent’anni dopo ‘Fenoglio’.

C.S.I. In Viaggio // Alba (CN) – Piazza Medford // 08/09/2026 // Testo di Stefano Carsen // Foto di Roberto Remondino
“E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno.”
Con questa frase – una delle più celebri del romanzo “Il Partigiano Johnny”, pubblicato postumo nel 1968 – Beppe Fenoglio, albese purosangue, riusciva in maniera egregia ad esprimere il senso profondo, vitale e universale della Resistenza partigiana: la consapevolezza della propria mortalità e della lotta individuale che si fonde in un ideale collettivo e duraturo, per cui ad essere fondamentale non è la sopravvivenza del singolo, ma la continuità della testimonianza.
In questo contesto – etico ma anche emozionale – non è assolutamente un caso che il concerto dei redivivi C.S.I. di Alba, sia proprio iniziato con le parole di Fenoglio, proferite per voce narrante del Partigiano Johnny, attraverso la fisica voce, suggestivamente profonda e modulata, di Giovanni Lindo Ferretti.
Un incipit di un concerto che doveva e poteva essere un prolungato racconto del ‘dove siamo arrivati’ piuttosto che di un inutile ‘dove eravamo rimasti?”. E infatti , così è stato: un abbraccio tra amici – più di diecimila i convenuti all’incontro – dopo un lungo e, per certi versi, penoso (nel senso di dispiacere ovviamente, ndr) congedo durato quasi trent’anni: un rivedersi che non è stata gioia pura – per lo meno non solo – se non in assoluto ricordo languido, confronto stratificato, fatto di evidenti e schiette constatazioni del ‘cosa siamo diventati’ e del ‘cosa è davvero rimasto di tutte quelle cose’.
Quella scelta di apertura, dunque, non era semplice suggestione scenica: era un manifesto. Perché i C.S.I. – prima ancora come CCCP, poi come Consorzio Suonatori Indipendenti – sono sempre stati, nel loro DNA più profondo, testimoni di una tensione etica prima che musicale: l’idea che ogni gesto artistico dovesse portare dentro di sé una responsabilità collettiva, un “restare” oltre la propria individualità. Non stupisce che abbiano scelto di aprire non con una canzone, ma con una voce che parla di morte e di continuità, di sacrificio individuale che si fa memoria comune.
Perché è esattamente questo il nodo emotivo che ha attraversato la serata di Alba: il confronto – a tratti struggente, a tratti impietoso – tra quello che negli anni Novanta sembrava potersi costruire e quello che invece si è sgretolato.
I Novanta erano stati promessi come il decennio della caduta dei muri, delle nuove libertà, di una partecipazione collettiva che pareva finalmente possibile dopo la fine delle ideologie novecentesche. Il crollo del Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda, l’illusione di un mondo che si apriva: tutto sembrava annunciare un’epoca di condivisione, di comunanza ritrovata, di libertà non più solo teorizzata ma vissuta.
E invece. Invece quegli stessi anni hanno visto l’inizio di una progressiva erosione: l’individualismo che ha sostituito la partecipazione, il mercato che ha colonizzato spazi un tempo collettivi, la solitudine digitale che si preparava già, sotto traccia, a diventare la cifra del nuovo millennio. I C.S.I. di allora – con dischi come “Ko de mondo” e “Linea gotica” – furono cronisti lucidi e dolenti di questo scarto tra promessa e realtà, capaci di raccontare macerie jugoslave, derive identitarie, il logorio di un’utopia che si consumava proprio mentre veniva proclamata.
Tornare a sentirli oggi, trent’anni dopo, davanti a diecimila persone che quella stagione l’hanno vissuta – da giovani, da militanti, da semplici ascoltatori affamati di senso – significa allora fare i conti con un doppio lutto e una doppia resistenza. Il lutto per ciò che si è perso: la partecipazione diventata individualismo, la comunanza diventata bolla, la libertà promessa diventata precarietà permanente. E la resistenza, quella vera, quella di Fenoglio e del suo partigiano sull’ultima collina: la testardaggine di esserci ancora, di ritrovarsi ancora, di dirsi ancora – pur nella consapevolezza di tutto ciò che è andato perduto – che “l’importante è che ne resti sempre uno”. Uno che canti, uno che ascolti, uno che non abbia dimenticato perché quelle canzoni sono nate, e cosa chiedevano al mondo di diventare.
Quella testimonianza, ad Alba, si è fatta subito condivisione partecipata: che diecimila pensieri, voci, cuori e resistenti desideri si siano trovati tutti nella stessa piazza per capire cosa ne sia stata di tutta quella rabbia renitente, di quel desiderio di comprendere denunciando, di quella voglia di non volerci stare provando ad esserci, e ad esserci sempre in piedi, è un segno di qualcosa – piccolo o grande che sia stato – di importante, necessità imprescindibile e curiosa comunanza.
Perché, chiariamo un assunto importantissimo, qui: quel Consorzio di Suonatori Indipendenti che si è riunito ancora una volta, non è certo un gruppo che sul palco e nella vita si comporta come fosse un megafono pubblicitario e sornione. Semmai, quei sette artisti che sul palco hanno suonato tutti sulla stessa linea di fuoco musicale, è gente che non ammicca al pubblico, che non cerca il gesto eclatante per accontentare la platea o la produzione, né tantomeno la casa discografica. E’ gente che è lì per “parlare con la nostra musica”, come Ferretti ha dichiarato infatti alla sua uscita iniziale, prima ancora di iniziare a leggere Fenoglio e di lasciare la parola alle note dei suoi sodali, e alle sue parole rocamente scandite. E con la musica, in effetti, hanno conversato, soliloquiato, in certi casi gridato, e in alcuni altri preservato. Ventidue brani che si sono fatti ‘argomenti’, sfumature di senso, consegnate alle moltitudini presenti con la possibilità di rifarne, ancora una volta, testimonianza, ma con il dubbio e la paura che nel frattempo, in tutti questi anni, le uniche risposte e reazioni ottenute siano state evidenze di sconfitta. E’ il caso, per esempio, di quella versione livida e lenta di “Cupe Vampe” rimontata su un palco illuminato di rosso, un brano che alla sua uscita si faceva rabbiosa cronaca e amara denuncia, e che ieri è apparsa una tremendamente stupenda ammissione di resa, tragica evidenza di un’epoca passata inerte sui nostri capelli ormai imbiancati, su quelle loro rughe sarcastiche e rassegnate. Una versione dove le silenziose distanze tra uno strumento e l’atro si facevano esse stesse controcanto, in una sorta di vuoto musicale che diventa pieno di significato, tra i grevi rintocchi delle tastiere di Francesco Magnelli, i silenziosi lamenti delle corde metalliche di Giorgio Canali, e la voce non più gridata ma quasi sussurrata di Lindo Ferretti.
Se “Cupe Vampe” si è fatta ammissione di resa, “Linea Gotica” – suonata subito prima nella scaletta di questo tour – ha rappresentato invece l’altro polo del sentimento: non la resa, ma la scelta. Perché è un brano che parla proprio di questo, di una linea che separa e che al tempo stesso costringe a decidersi da che parte stare — un “comandante diavolo” contrapposto a un “monaco obbediente”, una “giovane staffetta” opposta a un “ribelle combattente”, geografie interiori più che geografiche. E ad Alba, con la voce di Ferretti volutamente roca a scandire quei versi, il brano non è suonato come reperto d’archivio, ma come domanda ancora aperta: da che parte si sta oggi, se la “piccola patria” di cui parlava il testo negli anni Novanta si è nel frattempo frantumata in mille piccole patrie digitali, tribali, sorde l’una all’altra?
E poi c’è stata “Bolormaa“, coi suoi archi sottopelle e la sua carezza melodica che il pubblico – complice anche il duetto vocale tra un impeccabile Ferretti e una Ginevra Di Marco la cui splendida voce e la cui danzante presenza hanno riempito quasi tutti gli angusti spazi e ogni assenza vocale – ha accolto quasi in religioso raccoglimento: il lato più dolce, più sospeso dei C.S.I. che ad Alba, come del resto in altre tappe del tour, ha finito per commuovere non meno delle cavalcate più dure. Non è un caso che chi ha seguito più tappe di questo “In viaggio” abbia notato come “Bolormaa” arrivi sempre in un punto preciso del concerto, quasi un respiro necessario prima che il set torni a incendiarsi: una ninna nanna che non consola, ma che sospende il tempo, permette di guardare la propria vita da un’altra distanza.
E poi “Ongii“, cantata a due voci e due chitarre che si rincorrono e si intrecciano – quella di Canali e quella di Zamboni, l’una che accarezza e l’altra che sostiene le linee melodiche – è apparsa come la sintesi perfetta di quella tensione doppia che attraversa tutto il repertorio C.S.I.: la voce di Ferretti che scava, quella di Ginevra Di Marco che solleva, in un canto che sul palco si fa quasi corpo a corpo, gesto fisico prima ancora che musicale. Un brano che nella sua struttura stessa – due voci, due chitarre, un dialogo continuo – racconta meglio di ogni dichiarazione cosa significhi ancora oggi essere un “consorzio”: non una somma di individualità isolate, ma un organismo che vive solo nello scambio, nel sostegno reciproco, in quell’abbracciarsi tra un brano e l’altro che il pubblico di Alba ha visto scambiarsi tra i musicisti sul palco, quasi a certificare dal vivo che la comunanza perduta di cui i C.S.I. cantano da trent’anni può ancora, per due ore, essere ricostruita — non come nostalgia, ma come pratica.
Scambio che, a fronte di una canonica elettrica versione di Forma e Sostanza (sulle cui note cui credo di non essere stato il solo a perdere la voce) e di una ortodossamente urlata Unità di Produzione, si completava all’inizio dei bis di rito, vedendo apparire sul palco il duo Zamboni – Di Marco, a raccogliere un ideale testimone lasciato sul palco da Ferretti ad inizio concerto, proponendo una seconda lettura del Partigiano Johnny. Lettura al termine del quale parecchi dei presenti spontaneamente si coagulava in un accorato e ribadito “Ora e sempre resistenza”, che se da un lato ha rinfrancato con la sua pervicacia, dall’altro ha voluto intristire nella costatazione di quanto quella resistenza si sia negli anni assottigliata. Giusto il tempo allora di ricominciare a saltare e urlare le parole di Matrilineare e di M’Importa una sega, che arriva il commiato nelle parole di Buon anno ragazzi, un brano che, lungi dall’essere un festoso messaggio d’augurio rivolto a tutti i convenuti, nasce in effetti come un lucido e spietato atto d’accusa contro la classe dirigente e l’apatia della società moderna, e che in questo tour ha assorbito buona parte di quella amara e ragionata rassegnazione con cui i ragazzi del Consorzio hanno declinato ampi momenti del set.

E allora, mentre le luci di piazza Medford si riaccendevano, e la folla si scioglieva lenta nella notte albese, è restata sospesa in aria proprio quella domanda con cui tutto era cominciato: chi resterà, questa volta, a raccontarlo? Non più un partigiano su un’ultima collina. Saranno allora quelle diecimila persone che per due ore hanno scelto di esserci ancora, di cantare ancora, di non arrendersi al silenzio della memoria?
Forse può essere solo questo, oggi, l’unico atto di resistenza rimasto possibile? Che ne resti sempre uno, a preservare quella memoria di ciò che siamo stati, e questa coscienza del riflesso sbiadito che siamo diventati.
O forse, alla fine, sarà che restiamo, ostinatamente. In tanti, come ad Alba.

