La festa Subsonica fa vibrare Torino!

Testo di Stefano Carsen /// Foto di Roberto Remondino
OGR TORINO, 04/04/2026
BOIA FAUS!
Lo giuro, ho cercato altre parole per descrivere il concerto, anzi no, la festa (perché festa è stata, in apoteosi) a cui più di ventimila persone hanno assistito negli ultimi quattro giorni alle OGR Torino.

Ho provato, in ordine sparso, tutta una serie di locuzioni, nel tentativo di dare un senso a ciò che io e tutti i subsonici abbiamo provato in noi ieri sera, e le tre serate precedenti.
E dunque ho tentato di chiamarla “evento storico”; ma non bastava, non catturava la febbre dei corpi e delle voci. E poi di definirla “epifania sonora”, ma invero risuonava troppo filosofico, sembrava un titolo di museo. Mi sono prodigato nell’etichettarla come “esplosione collettiva di energia”: ma diamine, era vero, ma banale! Allora mi sono sforzato di ridurla a “maratona di suoni”, e per un microsecondo ho creduto di essere riuscito nel tentativo: ma il microsecondo successivo ero già lì a dirmi che tutto quello era impreciso, e riduttivo. Allora mi sono lanciato nel tentativo – miseramente fallito, chiaramente – di parlare di “catarsi urbana”, e ovviamente risultava un po’ troppo poetico e astratto. E i ‘ragazzi’ davvero (loro che sono sostanza pura di carne e ossa e musica e sangue) non se lo sarebbero meritati.
Così ho inanellato una serie di tentativi linguistici, tutti miseramente falliti: “orgia di emozioni” – troppo gonfiato, quasi ridicolo – “rituale di gioia” – sì, ma se sei ateo! – e poi “tempesta di luci e di sudore” – forse la metà della metà della verità, ma non tutta, e quindi no – e ho tentato di dire che era semplicemente “musica” – falso, perché al limite era vita e storia e torinesità suonata al massimo – e poi ancora “una celebrazione di comunità” – vicino, ma ancora insufficiente – approdando all’estremo tentativo di chiamarla “il battito collettivo di Torino”, che potrebbe essere romantico, ma non esaustivo.

Alla fine ho capito che tutte queste parole sono state solo tentativi — come tanti frammenti di una mappa incompleta — per avvicinarsi alla verità. Perché quello che è successo lì ieri – così come certamente le sere precedenti – non si può ridurre a una sola frase: era una festa, un rito, una scarica di elettricità pura, un abbraccio di massa, una vibrazione che ti attraversava e ti rimaneva dentro molto dopo l’ultima nota. E allora ho finito per non scegliere nessuna parola singola, e ho scritto semplicemente quello che ho provato, e che tutti hanno sentito con le proprie orecchie e viscera e cuori, e menti.
Prendendo a prestito parole urlate al microfono durante il concerto ( e grazie Johnson Righeira per avermele prestate sapientemente): BOIA FAUS!

Perché, andiamo: come si possono descrivere trent’anni di un gruppo, di una Città, di una miriade di persone nate e vissute più o meno nello stesso luogo, di vittorie, di litigi (a volte), di chilometri macinati, di sinth e campionatori, di chitarre e batteria, e voci e viaggi e kilometri tracciati a velocità di rombo?
Come si possono tradurre in sole tre ore e un quarto di musica live sparatissima, e senza quasi interruzioni che non siano abbracci (veri, verissimi) o poche appassionate parole, undici album, centoventisette tracce per diecimilanovecento giornate di puro amore musicale? Bisogna davvero portarsi appresso tutto ciò che è stato e ancora è, tutti quegli amici che li hanno sempre circondati e che costituiscono una famiglia allargata di subsonici.
E si devono tenere stretti, non solo vicini, occorre lasciarli entrare lì sul palco insieme a te, muoversi al ritmo di mille “su le mani!”, e di altrettanti “salta!”, ondulare come il mollone di Boosta, ma stretti stretti come il mazzo di microfoni di Samuel, girovaganti come le note funky delle chitarre di Max Casacci, ma anche un po’ imbrigliati nelle solide note picchiettanti e nelle potenti cadenze del Ninja, elettriche truppe al soldo del luogotenente Vicio.

E così, ti rendi però conto che ancora non basta: perché per vivere il presente va ricordato da vicino il passato: e così succede che sul palco ti si accostino Giancarlo – basco calzato in testa e sguardo commosso, ma non così tanto da non salmodiare ironico contro quelli che lo credevano morto – e Johnson Righeira – colui che è stato il primo ‘padrino’ del gruppo e il responsabile nel suggerire a Max e soci di lanciare Istantanee come primo singolo in assoluto. Istantanee dalle quali non sarebbe possibile cancellare PierFunk: e infatti eccolo lì, tornare indietro dal futuro, come un novello Marty McFly, a bastonar le dita sul suo prezioso basso, per un set di quattro brani usciti direttamente dal 1996.
Che dovesse essere un abbraccio lunghissimo di quattro giorni in festa lo si è capito anche dal set strumentale sul palco che si moltiplica per tre, e dagli schermi a led – ormai immancabili visto che in Italia certe cose le hanno portate loro per primi – dietro le schiene dei ragazzi, ma anche sulle teste e ai lati degli amici sotto di loro, saltellanti come non mai.

Non solo amici, però: perché in fondo i subsonici sono una vera comunità, un consesso di compagni vecchi e nuovi che si ritrovano non solo nelle note dei cinque sodali torinesi, ma anche nelle loro idee, nelle loro battaglie e nei loro modi di pensare la musica e il mondo, comune quasi a tutti.
Che sia proprio così te lo senti dentro, alla fine di quelle tre ore e quindici di salti e mani, trentasei canzoni di canti a gola piena. Niente lacrime – o, se presenti, poche, pesanti e silenziose, così come la nostra sabauda identità richiede – che non è tempo di commuoversi per ciò che è stato, di loro e di noi, ma di godersi ancora un bel po’ quello che siamo e che saremo tutti insieme.
Subsonici, sempre. Sotto i cieli blu cobalto di una Torino che, quando ti prende in braccio, non ti molla mai più.

