Pit Coccato: “Con Corso Cavallotti 28 ho trovato un modo nuovo di raccontarmi”

C’è chi parte per non tornare, e chi parte per capire finalmente cosa significa casa. Pietro Coccato – in arte, e in genere per tutti ‘Pit’ – ha percorso per anni le strade della lingua inglese — territorio adottivo di un album, tre dischi EP e – in realtà – di tutta la sua precedente produzione artistica – di un’estetica rock costruita su coordinate lontane dalla tradizione italiana. Un viaggio necessario, formativo, onesto. Ma i viaggi, quando sono veri, non finiscono dove si credeva: finiscono dove si deve.
E per Pit, quel punto d’arrivo ha un indirizzo preciso. Si chiama Corso Cavallotti 28: la casa in cui è nato, in cui è cresciuto, a cui è tornato. Non solo come luogo fisico, ma come lingua, come suono, come modo di stare dentro le parole.
Cantare in italiano, per lui, non è stata una scelta stilistica — è stato un ritorno.
Il più difficile, e forse il più inevitabile.
Corso Cavallotti 28 rappresenta una svolta importante nel percorso artistico di Pit Coccato. Dopo tre dischi scritti in inglese, il musicista novarese sceglie per la prima volta l’italiano, affrontando un cambiamento che lui stesso definisce “epocale” nel contesto della propria musica.
Un passaggio non solo linguistico, ma anche emotivo e narrativo, nato da un periodo di stop dai concerti e da una forte esigenza di rinnovamento artistico.
Pit: «Sentivo che non aveva senso continuare a girare senza avere qualcosa di nuovo da portare. Serviva una novità vera.»
Pit racconta di aver interrotto temporaneamente l’attività live proprio per dedicarsi completamente alla scrittura del nuovo EP. Le prime date annunciate sono soltanto l’inizio di un ritorno sul palco che si preannuncia più intenso nei prossimi mesi.
Pit: «Io sono uno che ha sempre suonato tanto dal vivo. Stare fermo mi è pesato parecchio.»
Il passaggio all’italiano è arrivato quasi per necessità. Pur essendo cresciuto artisticamente dentro coordinate musicali rock e alternative fortemente anglofone, Pit ammette di aver avuto pochissimo rapporto con la tradizione italiana fino a pochi anni fa. Solo recentemente ha iniziato ad approfondire artisti come Marlene Kuntz o Manuel Agnelli, entrando progressivamente in contatto con una scena che prima sentiva distante.
Pit: «Nel 2019 ho conosciuto i Marlene Kuntz e ho iniziato ad ascoltarli davvero. Poi, lavorando con alcune band, mi sono avvicinato anche a Manuel Agnelli. Prima conoscevo magari mezza canzone sentita per caso. Secondo me questa è anche una delle ragioni per cui ho fatto così fatica a scrivere in italiano: sentivo che doveva uscire qualcosa di bello, ma non avevo quel tipo di formazione lì.»
Proprio questa distanza ha reso la scrittura in italiano estremamente complessa all’inizio. I primi testi, racconta, erano “terribil”. A convincerlo a tentare è stato soprattutto il fratello, anche lui passato dall’inglese all’italiano. Da lì sono iniziati mesi di prove, errori e confronti continui con amici musicisti che ascoltavano i demo senza filtri, aiutandolo a capire cosa funzionasse e cosa no.
Pit: «Le prime cose che ho scritto erano tremende. Mio fratello mi diceva: “Secondo me dovresti provarci”. A un certo punto ho pensato: ho già fatto tre dischi in inglese, forse quello che dovevo dire l’ho detto. Vediamo cosa succede in italiano. E per fortuna gli amici musicisti erano abbastanza sinceri da dirmi quando qualcosa faceva schifo.»
La vera scintilla creativa dell’EP, però, nasce da un evento molto più profondo e personale: la crisi psicotica vissuta da un suo amico stretto, Carlo. Pit racconta di aver passato molto tempo con lui durante quel periodo difficile, portandolo spesso in studio per tenerlo occupato, vicino alla musica e lontano da situazioni potenzialmente pericolose. Da quelle giornate sono nate gran parte delle canzoni del disco.
Pit: «La vera svolta è arrivata quando uno dei miei amici più stretti ha iniziato ad avere problemi seri di salute mentale, fino ad arrivare a una forte psicosi. Io passavo le giornate con lui, lo portavo in studio per tenerlo impegnato e cercare di evitargli situazioni peggiori. La musica è diventata una specie di terapia.»
La musica, in questo caso, si è trasformata in uno spazio terapeutico e di condivisione. Molti brani sono stati scritti insieme a Carlo e a Kush, altro collaboratore fondamentale nella scrittura dei testi. Per questo Pit definisce Corso Cavallotti 28 un lavoro “corale”: se la produzione e gli arrangiamenti restano principalmente nelle sue mani, la componente emotiva e narrativa nasce da un’esperienza collettiva vissuta molto da vicino.
Pit: «Musicalmente ho prodotto e arrangiato quasi tutto io. Però sui testi il lavoro è stato condiviso. Per questo considero il lavoro molto corale.»
Il tema della salute mentale attraversa tutto il disco in modo esplicito. Pit non ha mai voluto nasconderlo o lasciarlo solamente all’interpretazione dei testi, volutamente metaforici e stratificati.
Pit: «I testi sono abbastanza metaforici, quindi non volevo lasciare troppo spazio a interpretazioni sbagliate. Ho preferito spiegare apertamente da dove arrivavano queste canzoni. Volevo evitare la retorica e raccontare invece una storia vera, che fortunatamente ha avuto anche un lieto fine.»

Il brano Guarirai è forse il cuore emotivo dell’EP. È stato scritto nel momento più duro della crisi dell’amico, e contiene persino registrazioni reali delle sue urla e delle sue risate durante gli episodi psicotici. Non effetti costruiti in studio, ma frammenti autentici di una situazione vissuta direttamente.
Pit: «In quel pezzo ci sono urla e risate registrate davvero durante quei giorni. Non sono effetti costruiti: era lui. Io cercavo di trasformare quella situazione in qualcosa di creativo anche per alleggerirla, per non farlo sentire giudicato o diverso. Gli dicevo: “Dai, urla nel microfono, vediamo cosa succede”.»
Oggi Carlo sta meglio, e questo finale positivo è parte integrante del significato del disco. Pit insiste molto su questo punto: voleva evitare qualsiasi retorica sulla sofferenza mentale e raccontare invece una storia che, almeno in questo caso, ha trovato una via d’uscita.
Pit: «Oggi questo mio amico sta bene, ha seguito un percorso terapeutico, e per me era importante dirlo.»
Anche il titolo dell’EP ha un forte valore simbolico. Corso Cavallotti 28 è infatti l’indirizzo della casa in cui Pit è nato, cresciuto e poi tornato a vivere. Quell’appartamento diventa nel disco il luogo delle tragedie private, delle tensioni familiari, dei ritorni e delle trasformazioni personali.
Pit: «Mi piaceva l’idea che quella casa diventasse simbolicamente il luogo in cui succedono tutte queste cose: i drammi privati, i rapporti familiari, le fughe, i ritorni. Tutto accade dentro una casa, in fondo.»
Accanto alla dimensione intima, emerge anche uno sguardo più generazionale e sociale. Brani come Fuoco cammina con me assumono un tono più politico, legato al senso di precarietà vissuto dalla generazione di Pit.
Pit: «Penso a Fuoco cammina con me, che ha un taglio più politico e parla un po’ della nostra generazione, che secondo me sarà una di quelle che vivrà peggio rispetto alle precedenti.»
Dal punto di vista artistico, Pit considera questo lavoro una vera maturazione personale. Non solo per i temi affrontati, ma anche per il metodo di scrittura. Dalle numerose canzoni composte durante il periodo creativo ne sono sopravvissute soltanto cinque: il resto è stato scartato, smontato, riutilizzato in frammenti o immagini finite poi nei brani definitivi. Un processo quasi artigianale, fatto di tentativi continui e revisione collettiva.
Pit: «Ho scritto tantissimo materiale per questo EP, almeno tredici o quattordici pezzi. Poi ne ho tenuti cinque. Molte idee scartate sono finite indirettamente nelle canzoni rimaste. È stato un processo molto artigianale.»
Importante anche il rapporto con la scena locale di Novara, città che secondo Pit sta lentamente vivendo una rinascita culturale grazie all’organizzazione di concerti, festival e spazi condivisi per le band emergenti. Lui stesso mette a disposizione uno studio e una sala prove per i gruppi più giovani, e vede segnali incoraggianti in una nuova generazione che sembra riscoprire il rock alternativo.
L’EP, volutamente breve e compatto, potrebbe essere soltanto la prima metà di un progetto più ampio. Pit immagina già un secondo lavoro speculare, che insieme a Corso Cavallotti 28 possa formare una sorta di album completo, ispirandosi anche alla struttura degli esordi dei Pixies. Per questo motivo ha scelto di non stampare subito CD o vinili: l’idea è arrivare più avanti a una pubblicazione unica e definitiva.
La risposta del pubblico, intanto, sembra averlo colpito profondamente.
Pit: «Tante persone mi hanno scritto dicendomi: “Sembra che questo disco parli di me”. Magari non sono migliaia di messaggi, ma quando te lo scrivono dieci persone diverse capisci che qualcosa è arrivato davvero.»
È forse proprio questo il risultato più importante di questo nuovo corso artistico: aver trovato, finalmente, una lingua capace di avvicinare ancora di più la sua musica alle persone.

