Sentirsi veri, Turin Brakes a sPAZIO211

Testo // Stefano Carsen – Foto // Roberto Remondino
Spazio211, Torino 07/02/2016
Turin Brakes, il ritorno che suona come casa: allo Spazio 211 la famiglia è rumorosa, viva e canta ancora
Una sera di febbraio che sa di ritorni, ma non di quelli nostalgici e un po’ imbalsamati da tour celebrativi: piuttosto il rientro in una casa morale, un luogo che non coincide necessariamente con un indirizzo ma con una temperatura emotiva precisa. Lo Spazio 211, in questo senso, diventa più di una tappa europea — è un salotto rumoroso dove i Turin Brakes sembrano riconoscere ogni crepa nei muri e ogni respiro sotto il palco.
Perché certi legami non hanno bisogno di essere spiegati: si avvertono nell’aria prima ancora che le luci si abbassino. Olly Knights lo dice quasi di passaggio, ma con quella naturalezza che tradisce le verità più solide — con i Dog Byron esiste una corrispondenza familiare che dura da dieci anni. E “familiare” qui non significa confortevole o prevedibile; significa piuttosto condividere una certa idea di musica come atto necessario, come linguaggio primario. Da una parte la scrittura cesellata e malinconica dei Turin Brakes, dall’altra la voce arrochita di Max Trani, che sembra arrivare da una notte troppo lunga per essere raccontata tutta.
Così, quando le due band si ritrovano — i Dog Byron al fianco, il pubblico davanti — la sensazione è quella di una tavolata già apparecchiata. Non c’è imbarazzo, non c’è distanza: solo la quieta elettricità delle occasioni che non devono dimostrare nulla. Ogni ritorno, in fondo, è anche una verifica, e quello dei Turin Brakes suona come la conferma che alcune famiglie non si scelgono una volta sola — si continuano a scegliere, concerto dopo concerto.
Un posto dove l’aria profuma sempre di birra, sogni sospesi e sogni infranti: Spazio211 è una stupenda dependance per la famiglia allargata dei nostri Olly e Gale. Musica dentro, musica fuori, e un pubblico che si domanda se sia lì per la nostalgia o per la pura ferita emotiva. Il palco si accende, e l’eco del primo nome familiare risuona: Dog Byron.
Se Lester Bangs fosse ancora qui tra noi, probabilmente li descriverebbe così: una band che non si limita a “suonare”, ma spreme l’anima come se fosse l’ultimo limone rimasto in cucina. I Dog Byron, nati intorno al 2010, sono una creatura rock con radici nel grunge, nel blues profondo, nel soul sporco, insomma nella musica che non chiede permesso ma ti prende a pugni in faccia.
Aprire per i Turin Brakes non è un semplice “apertura”: è un rituale. E loro lo sanno bene: molto bene. Li vedi lì – Max Trani con voce e chitarra, il bassista Marco De Ritis al suo fianco e Vieri Baiocchi a seguirli da presso con le sue percussioni corroboranti – a trasformare corde e amplificatori in qualcosa di vivo, quasi inquietante.
Il pubblico, inizialmente timido, lentamente si lascia catturare da quel groove sporco e sanguigno: non è folk, non è rock, non è blues – è qualcosa di più sincero. Il palco diventa campo di battaglia, ogni accordo vibra più forte di una promessa mai mantenuta.
Quando salutano, capisci subito di cosa si è trattato: e sai che non hai visto solo una band di apertura. Hai visto un incendio che accende il concerto principale, miccia e detonazione compresa.
Poi entrano i Turin Brakes. Olly Knights e Gale Paridjanian, due amici d’infanzia che da oltre vent’anni attraversano colli, città e cuori con il loro folk-pop malinconico, si materializzano sul palco come se l’universo avesse bisogno di un po’ di poesia tra un singhiozzo e l’altro.
La serata, battezzata “Spacehopper European Tour”, non è una semplice esibizione live: è la celebrazione di un rapporto con la musica che sfida il tempo, la moda e l’indifferenza. Il loro ultimo album “Spacehopper”, prodotto dal fuoriclasse Guy Massey, è lì — fresco di stampa ma già inciso sull’anima della band.
Sul palco, Knights e Paridjanian – ormai accompagnati stabilmente nella loro avventura di una vita intera da Rob Allum alla batteria ed Eddie Myer al basso – intrecciano melodie come se fossero fili di un destino inevitabile. La loro musica è elegante senza scuse, malinconica senza rimpianti, intima senza essere debole. Sono cresciuti, sì, ma anziché irrigidirsi come vecchi rocker nostalgici, hanno affinato quella miscela fragile e potente di folk urbano e indie malinconico che ti cattura senza avvertire.
Fanno quello che le band davvero adulte sanno fare meglio: costruiscono una narrazione senza bisogno di proclami, lasciando che sia la scaletta a parlare per loro. Ed è una scaletta che ha il raro dono dell’equilibrio — non la diplomazia stanca tra passato e presente, ma una convivenza naturale, quasi inevitabile. I brani tratti da Spacehopper si infilano nel set come se fossero sempre stati lì, già sedimentati nella memoria collettiva, già consumati da ascolti notturni e ritorni a casa con i finestrini appannati. Non suonano “nuovi”: suonano necessari.
C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel modo in cui queste canzoni respirano dal vivo. Non cercano di stupire con effetti speciali né di imporsi con muscoli che la band non ha mai avuto interesse a esibire. Piuttosto, lavorano per sottrazione, trovando spazio tra le pieghe emotive del pubblico. È come se i Turin Brakes avessero imparato, negli anni, l’arte più difficile: quella di farti sentire meno solo senza mai dirlo esplicitamente.
E poi arrivano quei brani che ormai funzionano come coordinate geografiche dell’anima. Future Boy si apre come una stanza illuminata nel mezzo di una città sconosciuta; Emergency 72 conserva ancora quella tensione gentile che ti prende per mano senza trascinarti. Quando partono le prime note di Underdog, la sala reagisce con un riflesso quasi pavloviano — non è solo entusiasmo, è riconoscimento. E in questo riconoscimento, ci si unisce a cantare tutti insieme, in un ensemble che sa di celebrazione. Qui sappiamo chi siamo stati, sembra dire la folla.
Ma è nel finale emotivo che la band trova la propria gravità. Feeling Oblivion sospende il tempo, lo rende viscoso, mentre Pain Killer — che in altri contesti rischierebbe di diventare un monumento — resta sorprendentemente viva, cantata più che ascoltata, come se ogni voce servisse a tenerla in piedi. Sono brani che funzionano da spazi di sicurezza emozionale: non rifugi passivi, ma luoghi in cui tornare per misurare la distanza tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.
Guardandoli sul palco viene da pensare che il vero segreto dei Turin Brakes sia questo: non trattano i classici come reliquie, né le nuove canzoni come promesse da difendere. Per loro è tutto presente, tutto contemporaneo. E così “Spacehopper” non interrompe la storia — la continua con una naturalezza disarmante, dimostrando che certe band non invecchiano, al massimo approfondiscono. E il pubblico, riconoscente, continua a seguirle dentro queste canzoni che, più che essere suonate, sembrano abitate.
Così che, quanto tutto finisce e le luci si riaccendono, sai tutto ciò che c’era da sapere: sai che questa non è stata solo una serata di canzoni. È stato un incidente stradale di emozioni, capace di far riflettere ogni spettatore e scuotere chiunque si ostini a considerare la musica “solo intrattenimento”. Dal grunge viscerale dei Dog Byron alla poetica levità dei Turin Brakes, lo Spazio 211 è stato teatro di una lezione: la musica non deve farmi sentire bene. Deve farmi sentire vero.
Ecco perché, quando le luci si spengono e il pubblico si disperde, quello che resta – ancora forte nelle vene – non è il ricordo delle canzoni, ma il semplice fatto di esserci stato.

