6 Novembre 2026

Marc Ribot, The World’s On Fire.

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25 ottobre 2025, Folk Club, Torino.

Risuona ancora nelle orecchie la versione, straordinaria per delicatezza e intensità di “Bella Ciao (Goodbye Beautiful)”, estratta da quel pregevole album del 2018 che è Songs of Resistance 1942 – 1948 dove Marc Ribot, classe 1954, chiamava a raccolta artisti del calibro Tom Waits, Steve Earle, Tift Merritt, Sam Amidon, Meshell Ndegeocello e altri illustri musicisti per dare il giusto risalto alle personalissime riletture di 11 canzoni di protesta e resistenza.
Una versione sentita e dolcissima, cantata in un italiano fiero ma uno pochino stentato (“La prossima volta che verrò in Italia canterò in italiano!) ed eseguita alla perfezione di un brano simbolo che da anni non manca in nessuna scaletta del chitarrista newyorkese.
Marc Ribot sta portando in giro per l’Europa il pregevole recente album Map Of A Blue City, che nei mesi scorsi ha ricevuto ottime recensioni su tutte le riviste specializzate.
Sul palco di in Folk-Club straripante lui, un microfono, due chitarre, un ukulele e il leggio più disordinato che si sia mai visto.
Un disordine controllato che è quasi il riflesso del suo modo di suonare: dotato di una tecnica straordinaria ma leggermente (volutamente?) imperfetta, un po’ zoppicante e incerta; le note che fuoriescono dai suoi strumenti sembrano spesso arrivare leggermente in anticipo o leggermente in ritardo ma, come per magia, arrivano sempre nel preciso momento in cui devono arrivare.
Succede ad ogni mago che si rispetti.

Uno stile e un suono che ho apprezzato moltissimo negli innumerevoli dischi in cui è stato chiamato a partecipare come session-man: hanno goduto delle sue qualità artisti come Tom Waits, Vinicio Capossela, David Sylvian, Caetano Veloso e John Zorn tra gli altri. Ma questo lo sanno anche i muri. Non posso dire di conoscere bene la sua carriera come titolare dei dischi in proprio ma ho sempre amato il suo modo di suonare.
E’ bellissimo vederlo suonare Marc Ribot: quando appoggia la guancia alla cassa della chitarra acustica per ascoltarne le armoniche che si moltiplicano all’interno della cassa di risonanza, oppure osservarlo maltrattare la Stratocaster (questione di gusti, ma quel verde acqua metallizzato non meritava altro!) per estrarne suoni appartenenti in egual modo a un Thurston Moore o a un Arto Lindsay.
Con l’acustica il suono era a volte così lieve che in sala si sentiva nettamente il clic della mia (cazzo di) macchina fotografica. Starò più attento la prossima volta.
Lo magia si protrae per 75 intensi minuti, tra siparietti ironici, precise prese di posizione Antifa e attacchi chirurgici all’attuale amministrazione americana, è un susseguirsi di brani autografi e prestigiose riletture di canzoni altrui. Per chi scrive, la vetta viene toccata dalla superba versione di  “When The World’s on Fire”, il brano del 1930 dal catalogo della Carter Family: una rilettura che porta la canzone dentro a spettrali, disillusi e apocalittici territori folk-noir drammaticamente attuali.
Lo rivedrei mille e mila volte.