Il disco delle vacanze: “Addio e grazie, Paul”

Sentite, a me i “coccodrilli” fanno sempre un pessimo effetto. Si finisce sempre per tirar fuori qualche frase di circostanza, tipo “tutti gli volevano bene”, “era un tipo solare (cazzo, che fastidio…)” e via così. Allora, per ricordarci di Paul Barrere, lasciamo perdere la malinconia, dimentichiamoci che è morto di cancro al fegato il 26 ottobre e torniamo ai bei tempi quando suonava il chitarrone nei benamati Little Feat. Non so quanti di voi li conoscano.
Di sicuro li conosce Jimmy Page, che all’epoca (1975) li qualificava come la sua band americana preferita. Per venire a personaggi di minor rilevanza, io li adoro. Sono diventato un loro fan sfegatato quando, leggendo astrusissime riviste di HI-FI, di cui a fine anni ’70 molti eravamo appassionati, pur non potendo permetterci niente di meglio di sfigatissime fonovaligie, nella sezione dedicata alle recensioni di dischi, tra dissertazioni su risposta in frequenza e analisi spettrografiche mi sono imbattuto in una recensione interessante. Si parlava di “Waiting For Columbus”, l’album dal vivo dei Feats, registrato tra il Rainbow Theatre di Londra e il Lisner Auditorium di Washington, con la sezione fiati dei Tower Of Power, nell’agosto 1977. Oh, io non li avevo manco sentiti nominare, ma dall’articolo sembrava che fosse il capolavoro di un gruppo leggendario. little feat
C’è voluto un po’, ma racimolate con fatica le lirette necessarie per un doppio LP è arrivata la rivelazione: quel disco, quel gruppo, erano SPAZIALI! Talmente spaziali da contagiare i miei accoliti e diventare la colonna sonora fissa in tutti i nostri veicoli. Da allora, quello è “il disco delle vacanze”, quello con cui cominciavamo perigliosi viaggi in 127 o Ritmo 60, ma anche quello che ancora oggi, quando arrivano le torride giornate del “climate change”, almeno una volta risuona sul mio piatto e nello stereo della mia macchina, perché, senza, non è estate. Dentro quei solchi c’era tutto: il funk, il blues, il country, l’honky tonk, ventate di jazz-rock.
C’era la voce potente e la slide guitar del mai abbastanza rimpianto Lowell George, il piano honky tonk, ma anche l’epocale Fender Rhodes di Bill Payne, c’era il basso puntuale di Kenny Gradney, c’erano Ritchie Hayward e Sam Clayton, un altro che se n’è andato troppo presto, batteria e percussioni, due macchine del ritmo. E c’erano la chitarra e la voce di Paul Barrere, versatile, capace di punteggiare con la ritmica e aggredire con la solista. Col tempo mi sono procurato tutta la produzione dei Feats, almeno quella più importante, dal 1971 al 1979 (magari approfondiremo l’argomento), quando Lowell George, non contento della direzione musicale presa dal gruppo, per lui troppo incline alla fusion, decise di staccare la spina, per pubblicare un album tanto bello quanto triste e, poco dopo, andarsene definitivamente per un infarto a soli 39 anni.
Ecco, per non voler fare un coccodrillo ho finito col parlare di almeno tre morti. E allora, per farmi passare le paturnie, vado a rimettere sul piatto quel vecchio vinile gracchiante. E, sulle note di Fat Man In The Bathtub, per stasera è tutto.

Luca Sanna

Luca Sanna