Monitor Festival, il nuovo TOdays?

MONITOR FESTIVAL, sPAZIO211, Torino.
Il 10 e l’11 luglio negli spazi esterni di sPAZIO211 c’è stata la prima edizione del MONTOR FESTIVAL.
“MONITOR rappresenta più di una semplice parola: è lo strumento che ci permette di amplificare, diffondere ed ascoltare la musica nell’etere, esternando ed internando allo stesso tempo ogni emozione.”
Un festival di due giornate che ha gettato un ponte tra quello che è stato il TOdays come lo conoscevamo e quello che sarà il futuro della musica dal vivo a Torino. Le similitudini col vecchio format sono tante: quattro concerti per serata, un nome forte per ciascuna di esse e la prerogativa di presentare artisti di estrazione molto diversa tra loro.
Con tutte le qualità visionarie e l’esperienza del direttore artistico Gianluca Gozzi, Monitor ha tutte le carte in regola per imporsi come il festival torinese per eccellenza.
Il suo successo va visto dalla prospettiva della qualità e del coraggio della proposta e non (ancora) da quella dei numeri – il pubblico è stato invero un po’ scarsino, distratto forse dalle mille e mila proposte musicali tipiche del mese di luglio – che perseverando con questa linea non tarderanno ad arrivare.
“Tornare all’essenza delle cose, con un esercizio di sottrazione che elimina il superfluo per rivelare la sostanza, azzerando ogni distrazione, concentrando il fulcro sull’arte e l’artista, perché crediamo che le cose più sopraffine siano quelle meno attese, sorprendenti e spesso fatali.”
E così è stato.
La grande sorpresa del festival è arrivata subito all’inizio della prima giornata, il concerto dei torinesi The Cherry Pies è stato fighissimo. La proposta del quartetto nato attorno al talento dei fondatori Veronica Zucca e Stefano Isaia è divertentissima, fanno del fresco e sano garage di derivazione sixties con aromi psichedelici, la qualità dei brani è elevata così come la presenza scenica. Splendidi, abbiamo in casa una scheggia Nuggets!
A seguire il talento ruvido e sgraziato di Richard Dawson, salito sul palco con una chitarra elettrica dalla quale ha estratto suoni inverosimili, atonali e devianti.
Il cantautore di Newcastle ha un bellissimo timbro vocale ma le linee melodiche vengono costantemente spezzate da ghigni e urla stranianti dove le stonature vanno di pari passo con uno stile chitarristico, che ruba un po’ al Neil Young elettrico e alle strambe progressioni di John Fahey, e il suo folk psichedelico viene risucchiato in un vortice sonoro bizzarro e stralunato. L’ora passata in sua compagnia ha creato un mondo tanto bizzarro e distopico quanto affascinante.
Luvcat ha provato a coinvolgere il pubblico grazie a una presenza appariscente e con una buona band di supporto. Di certo non le manca la presenza scenica ma forse le mancano un po’ le canzoni, la seconda in scaletta è stata la più memorabile e ricorda da vicino i migliori Fleetwood Mac.
La sua è stata una proposta simpatica e le si augura una carriera luminosa che è partita con un EP a cui seguirà la pubblicazione del primo album atteso in questo 2025.
Gli Shame sono tornati sullo stesso palco torinese a distanza di pochi anni dalla loro esibizione al TOdays. Non sono cambiati per nulla, divertenti adesso come allora, col bassista che continua a correre e saltare per tutto il palco in contrapposizione alla postura del secondo chitarrista che non si è schiodato di un millimetri dalla sua posizione, e il frontman Charlie Steen continua ad avere la stessa aria strafottente e divertita da hooligan di periferia. Sanno come tenere il palco e far divertire il pubblico. Non saranno mai i Fontaines DC ma credo non gliene freghi più di tanto. Per loro e per noi un’ora abbondante fatta di massicce dosi di (post)punk’n’roll, bordate di basso e batteria e stage-diving a cascata. Bene così.
La seconda giornata è stata aperta dalla bravissima Maria Chiara Argirò, la talentuosa musicista inglese nata a Roma.
I suoi album “Forest City” e il più recente “Closer” sono stati molto apprezzati da critica e pubblico. Affiancata dai pregevoli Riccardo Chiaberta alla batteria e ai synth bass, e Christos Stylianides alla tromba, synth e elettronica ha offerto concerto praticamente perfetto, di grande classe.
La sua musica non è etichettabile, si evincono facilmente i suoi studi di provenienza jazz ma spesso la fanno da padrone l’elettronica e le ritmiche dritte che la portano ad avere uno stile in continua e libera evoluzione. Perfetti gli arrangiamenti e gli interventi alla tromba da parte di uno Stylanides in grande spolvero.
Un po’ penalizzata per aver suonato molto presto, è piaciuta proprio tanto, bravissima!
Anche Gia Ford ha fatto una gran bella figura, il suo timbro di voce ricorda un po’ quelli di Joni Mitchell e Cat Power e la sua proposta musicale spazia dal cantautorato britannico con forti reminiscenze americane.
Bravissimo anche il chitarrista che l’ha accompagnata, la loro interazione è stata perfetta e ci ha fatto venir voglia di ascoltare il suo album di debutto “Transparent Things”.
Dall’Olanda sono arrivati gli YĪN YĪN che hanno presentato il loro nuovo album “Mount Matsu” e sono stati la proposta più bizzarra del festival.
In apertura due brani un po’ banali e spiazzanti che sembravano la colonna sonora di qualche Manga giapponese, poi però il loro set ha preso vita ed è stato molto, molto divertente. Il city-pop ha lasciato il posto a una sorta di fantasioso patchwork frutto di matrici distantissime tra loro dalle quali e sono emerse sonorità inusuali e abbastanza aliene alle nostre orecchie: a farla da padrone sono state le melodie orientaleggianti e un po’ freak sostenute da ritmiche fantasiose e coinvolgenti.
Tecnicamente preparati e divertenti da vedere.
A giudicare dai sorrisi sui loro volti si stanno divertendo un mondo anche loro.
A chiudere le due serate ci ha pensato la meravigliosa Arooj Aftab alla sua prima apparizione su un palco torinese.
Dopo averla vista a Milano nutrivo qualche perplessità sulle sue capacità di coinvolgere allo stesso modo un pubblico festivaliero, soprattutto da un palco all’aperto.
Mi sono ricreduto immediatamente.
La sua musica e la sua presenza hanno un magnetismo ancestrale.
La sua voce è un gioiello di espressività e tecnica e le canzoni tratte dal recente “Love Reign” e da quel “Vultur Prince” che qualche anno fa ce la fece scoprire sono fantastiche, in perfetto equilibrio tra introspezione e purezza musicale.
A Milano, in teatro, una chitarra acustica, qui una elettrica per farsi sentire un pochino di più. Là un concerto bellissimo e affascinante, qui la magia si è ripetuta con le medesime modalità ma coi volumi appena un po’ più alti per riempire uno spazio aperto.
Inalterati gli spazi concessi alle improvvisazioni dei suoi bravissimi musicisti.
Anche le bevande usualmente offerte alla prima fila sono state un po’ più attinenti al festival: lattine di birra al posto degli shottini!
Il grado di coinvolgimento è stato altissimo, il pubblico ammaliato e rapito: la newyorkese di origini pakistane Arroj Aftab ha tolto il respiro a tutti.
Un applauso agli organizzatori: barra dritta, ragazzi!
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