6 Novembre 2026

Mettete più punk (e ‘Fiori’) nei vostri cannoni!

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“E il dio del rock creò il punk, e vide che era cosa dannatamente giusta”.
Se esistesse una Bibbia della musica, un libro ‘divino’ che parlasse della genesi della musica e delle radici di tutta l’umanità suonante – tralasciando il fatto che sarebbe l’unico libro ‘divino’ di cui ammetterei la diretta ispirazione ultraterrena – il ‘momento’ punk probabilmente ricadrebbe nel sesto giorno, quello nel quale quel ‘dio’ avrebbe deciso di creare tutti gli esseri più utili e vicini all’umanità.
Di certo, non al settimo, perché di ‘riposo’, in quel giorno pieno di balli e di musica, non ci sarebbe stato posto per il Punk.
Questo è almeno ciò che si è visto ieri, al Flowers di Collegno (e che quel dio lo abbia sempre in gloria per questo, ndr) in quella che è stata la decima giornata di un festival che – pur essendo questa la decima conferma di come passione, lungimiranza e ‘mestiere’ sappiano sempre come fare per superare le difficoltà esterne – coniuga spesso i generi e i sottogeneri mantenendo sempre alto lo standard del proprio lavoro.
E ciò che si è visto e ascoltato ieri non fa che rafforzare e confermare questo pensiero.
Una giornata all’insegna del punk, del rock made in Italy (anzi, più esattamente made in nord-Italy) e del post-punk svedese dei Viagra Boys.
Nella calura tardo sabbatica del Parco Certosa, i primi a farsi carico di rifocillare le aspettative della già nutrita fauna giovanil-punkettona, sono stati i Circus Punk, energico power duo brianzolo, che – sulla scia di colleghi ben più conosciuti quali Royal Blood o Death from above 1979 – hanno portato sul palco la carica detonante della batteria del nerboruto Antonio Squillante, e delle chitarre distorte tra stoner e grunge dell’amazzonica Arianna Muttoni.
Per farvi un’idea della loro musica, la descrizione – assolutamente veridica – che ha rilasciato la stessa band all’etere parla della medesima collocandola tra “punk, abbinato a blues, rock e shakerato con grunge e stoner”, il tutto condito da un sound “grezzo”, e toni e testi arrabbiati. Saliti sul palco con il sole ancora a farla da padrone sull’arena, hanno letteralmente disciolto le eventuali perplessità del pubblico che ancora non li conosceva con un set di brani presi dal loro primo album “Soluzioni utili”, uscito l’anno scorso, e dal primo EP “Fuori tutto”, del 2022.
Tanto che, a richiesta dei presenti, si sono lasciati anche andare ad un bis non previsto. Sentiremo ancora parlare di loro, della loro musica e – ne siamo certi – anche del loro merchandising creativo (“salviette da culo” comprese).
Nemmeno il tempo di una birretta (il cui costo è forse unica nota stonata di un festival quasi perfetto), che direttamente da Pordenone, in una arena sempre più gremita, fanno finalmente capolino sul palco i Tre Allegri Ragazzi Morti (più il quarto adottivo Andrea Maglia, presente nei live del gruppo da una dozzina d’anni), istituzione del rock alternativo italiano, coerenti alle proprie origini indipendenti, e sapientissimi quando inforcano i loro strumenti e portano davanti a fan e nuovi apprezzatori quella musica rock essenziale e potente,  con contaminazioni folk, blues, reggae e dub, che li ha fatti entrare nell’olimpo dell’Indie, e ce li fa adorare da ormai trent’anni.
Accompagnati dalle proprie maschere-teschio nate dal genio artistico di Davide Toffolo (che, se non conoscete, vi consiglio vivamente di recuperare, ndr), il trio più uno, completato dal basso del solito impeccabile Enrico Molteni, e dalla ‘slappy drum’ di un indomito Luca Masseroni, si è prodotto in un set di un’ora abbondante che pareva non finire più (e giuro che se così fosse stato, nessuno se ne sarebbe lamentato affatto), arrivando anche a concedere i bis di brani adatti al poco, così come dal pubblico richiesti.
I TARM – così come sono stati ribattezzati dai fan più affettuosi – sono davvero arrivati a Torino per “cantare e ballare l’incredibile spettacolo della vida, e l’incredibile spettacolo della muerte”: ce lo si sente addosso, tra le membra accaldate e le menti ossigenate dalla musica, mentre ci si butta tra allegrissimi giochi di ‘fanculi e grazie-prego tra il vivissimo morto Toffolo e pubblico, e promesse di rinascita e redenzione.Saltata ormai com’era la scaletta oraria della serata, ci si prende una piccola pausa per rifiatare dai salti fatti sulle canzoni degli eroi mascherati appena rientrati, mentre i bravissimi tecnici iniziano ad allestire il set del main event, che la maggior parte dei presenti ha atteso pazientemente fino alle 22.50, nonostante la giovanissima età dei ragazzi a fronte palco, e tutta quell’energia pogante pronta ad esplodere.
Ed infatti, non appena salgono sul palco i bravissimi punker svedesi conosciuti al secolo come Viagra Boys, guidati da Sebastian Murphy – unico non autoctono del gruppo, nato negli USA – birra in mano (e d’altra parte il ventre tatuato in qualche modo va mantenuto ‘tondo’) e subito prodigo di canzoni.
Pronti via, parte il set – saranno 18 alla fine – con la bellissima Man made of meat, uno dei tanti inni contro il consumismo, il miraggio del sogno capitalista, contro la mascolinità tossica, piena di sconfitta autoironia e rabbiosa necessità di cambiamento. I fan rispondono con energico trasporto, ed è già chiaro dalle prime note che qui non si faranno sconti.
E non si fanno, infatti, a chi vorrebbe vedere tutti patinati e edulcorati, così come non si fanno agli Sports (laddove Sebastian chiama a raccolta chiunque abbia una maglia di squadra sportiva, salvo poi sfancularlo allegramente al suono dell’omonima canzone) o a qualsiasi altra idiosincrasia circoli tra i valori della società odierna, e le nuove e disilluse generazioni.
C’è il tempo anche per gridare “free free Palestine”, a gran voce sobillato da Murphy, e orgogliosamente gridato dai fan presenti.
Non c’è paura di sembrare Punk rock loser, né da Murphy e i suoi sodali (che, se non li sentissi suonare e cantare, ad un occhio di boomer potrebbero tranquillamente sembrare il peggior gruppo di perdenti del mondo, per l’appunto): anzi, si grida e si è orgogliosamente quel che si è, con lo specchio dei ragazzi che per tutte le quasi due ore di set hanno continuato a saltare, muoversi, urlare e pogare, tra incursioni di crowd diving e pioggia di birre lanciate tra la folla.
E quando il sudore si è asciugato e le luci si sono spente, è rimasta solo una certezza: il punk resuscita, i morti parlano ancora, e i drogati di groove sono più vivi che mai.
E a chi c’era, ieri sera, è stato chiaro e tagliente: quella che si è ballata, saltata, pogata, urlata ieri al Flowers non era musica, affatto: o per lo meno non essenzialmente.
Era soprattutto sopravvivenza: ma a volume massimo.