6 Novembre 2026

Riunione di famiglia al Flowers, con Brunori. Cronaca bagnata di una serata di sorrisi e musica

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Che il Flowers Festival di Collegno sia ricominciato, ormai non è più un segreto. Non lo è, per lo meno, per tutti i Torinesi e limitrofi che, già da qualche giorno, si stanno gustando le note, le performances e – perché no – anche il cibo e i freschi beveraggi fruibili all’interno dell’accogliente arena della Certosa. Ormai da dieci anni, ‘Flowers’ da queste parti è sinonimo di ‘Estate’, con concerti ed eventi a tema musicale che spaziano all’interno del rock, ma che spesso esondano anche su altri generi e su nomi di grande calibro.
E per fortuna, tocca anche dire: giacché soprattutto negli ultimi anni la politica di questa zona del ‘regno sabaudo’ sta facendo incetta di chiusure o – nel migliore dei casi – spostamento di sede storica di festival, e di rimaneggiamenti di cultura a carattere musicale, mostrando una tendenza che speriamo sia solo casuale e non diventi poi invece una deriva.
Ma a prescindere da questo, anche martedì sera la buona musica l’ha fatta da padrona a Collegno, dimostrando ancora una volta che quando si mettono in campo ‘passione’ e ‘capacità’, poi gli spettatori rispondono con un buonissimo numero di presenze all’appello. E’ stata la sera di Brunori Sas, del cantautorato italiano fatto ad arte sia musicalmente che in termini di contenuti, grazie ad un artista che da più di due lustri mette in campo ironia e buona pratica, sentimenti multicolore e una visione sempre lucidamente laterale del presente, a creare un unico prezioso e delizioso quadro umano dove ci si ritrova sempre di casa.
Concerto, quello di ‘Darione’ Brunori, perfettamente lanciato dalle note di Miss Mille – al secolo Elisa Pucci – cantautrice romana nata a Velletri che ha portato sul palco di Collegno tutta l’energia e la bellezza del suo stile un po’ retrò, e che ha fatto ballare e cantare i suoi fan, e buona parte del pubblico che ancora non la conosceva (sottoscritto compreso, ndc) al suono della sua musica poppeggiante in stile anni ’80 condita in salsa ‘disco music’, e che ha davvero attratto i presenti con la sua voce deliziosa – un mix personalissimo tra i toni gutturali di Nada e l’estensione vocale che ricordano da presso quelle di Antonella Ruggero  – e con le sue ‘scorribande’ in prato, in mezzo ai presenti. Un primo album in uscita a settembre dal titolo ‘Risorgimento’ – il cui avvento a questa Italia alle prese con un nuovo ‘ventennio’ servirebbe in effetti assai – dalle piacevoli sonorità estive, perfette da scoprire e da portarvi in vacanza.
In una pioggia di applausi, arriva poi Brunori, e la sua orchestra SAS, e ci tocca finalmente lasciarci ispirare, coccolare, anche farci commuovere dalla musica di un artista il cui stile è stato spesso accostato a quello di predecessori ben più datati e famosi (scomodando spesso De Gregori e Guccini, in questo gioco alle somiglianze), e che invece – pur essendo molto ‘personale’ e individuale – sa arrivare a toccare le corde intime di parecchie persone, lasciando una sensazione di ‘già sentito’ che non è affatto da intendersi come ‘giudizio musicale’, quanto piuttosto come ‘riconoscimento emozionale’.
Ho ragionato molto, infatti, su come questa sensazione di ‘familiarità’ non sia effetto di una eclatante somiglianza musicale ad altri artisti (ricordiamo sempre che le note sono solo sette, e che la musica spesso è fatta di evoluzioni e referenze, ndr), quando di una sorta di intima connessione con il suo suonato\cantato, che fa si che nella sua musica ci si possa davvero ritrovare, rispecchiare, autonomamente additare e, in un certo catartico qual modo, anche perdonare un po’. Così come spesso i suoi fan si riconoscono e rispecchiano nel suo modo di fare e di intrattenere, così autoironico e sagace, che sa abbracciare ilarmente chi si ritrova nelle sue parole, ma sa anche sferzare certe modalità e storture del mondo che ci circonda.
E se tutto questo poi viene immerso nella pienezza musicale magistralmente composto e amalgamato da una band fatta da chitarre, ottoni, violino, piano batteria e tastiere, va da sé che questa familiarità musicale diventa un vero e proprio abbraccio che dal palco arriva fino al fondo dell’arena, anche quando la minaccia di non vedersi concludere il concerto con il set completo, e con i bis che tutti si aspettano. Minaccia che ad un certo punto diventa certezza, sulle note della stupenda Canzone contro la paura, che cantiamo tutti a voce alta per esorcizzare tutto, anche le gocce che passano dall’essere insistenti a battenti e scroscianti: note che ti rimangono addosso, che per fortuna ti inzuppano in maniera ben più permanente dell’acqua che scende a secchiate e che fa molto meno rumore delle risate che ci si scambia tra i compagni di ‘doccia’ improvvisata.
E così ci si ritrova ad essere zuppi di pioggia e musica, a sorridere al diluvio universale, con le note che ti coprono il cuore e illuminano l’umore zoppo e claudicante.
“Vivere come nuotare / Ci si può riuscire soltanto restando sul pelo del mare”, cantava Brunori Sas, proprio mentre il cielo si apriva e la mia maglietta di Kurt Cobain iniziava a inzupparsi.  E correre verso l’auto, mentre tutto ride in maniera scrosciante, anche la pioggia così come l’umore: c’è chi corre per ringraziare la vita, nonostante tutto, e la musica, tuttavia, non per ovviare ad un maremoto d’acqua ormai inevitabile. SI torna a casa e si sorride, esorcizzando i malumori, e le sferzate quotidiane; e si ride ai rovesci, rovesciando a nostra volta l’ironia addosso alla nostra, di vita .
Quella stessa ironia che Darione ci ha regalato a piene mani, che ci appartiene e che ce lo fa sentire ‘di famiglia’, quella stessa che l’accompagna nella vita e nella musica.
C’è lì dentro – in quella musica, in quei testi popolari ma non banali – tutto un mondo, così come c’è anche in un concerto interrotto poco prima dei ‘bis’, che ci si aspetta come ormai naturali, ma che la natura ti requisisce quasi con un mezzo ghigno.
A cui si risponde con sottile scherno, quello tipico dagli eroi omerici; quello di coloro consapevoli che, in fondo, se pur non possono vincere, nemmeno perderanno del tutto.