Uno spirito in Guerra: Nick Drake e i 50 anni del suo “Pink Moon”

“When I was younger, younger than before
I never saw the truth hanging from the door
And now I’m older see it face to face
And now I’m older gotta get up clean the place.”

Oggi le parole non mi escono molto facilmente. Tocca un po’ a tutti confrontarsi con una realtà che pare uscita da uno di quei film iperrealisti a sfondo bellico, in cui tutto pare incanalato verso un futuro obbligato e ineluttabile. Ma poi ti viene da pensare che è proprio in questi momenti che la Bellezza – quella con la B maiuscola, fatta di colori, pennellate, corde che vibrano e voci che cullano – ti possa venire in soccorso. E salvare, te e molti altri. Credo fermamente nel potere pandemico della bellezza, della sua virulenza contagiosa. nella sua prodigiosa proprietà di mutare gli eventi, spostare le montagne una nota alla volta. Per questo, tutto ciò che di bello abbiamo prodotto – in qualità di razza umana – va festeggiato, sottolineato, elevato sopra le teste di tutti: soprattutto quando rispunta al momento giusto. locandina Pink MoonProprio oggi, cinquant’anni or sono, un giovanissimo cantautore inglese nato in Birmania ma cresciuto poi nella terra natìa, faceva conoscere al mondo il suo terzo (e purtroppo ultimo) album musicale. In realtà, non è che lo spingesse nel mondo musicale, segnalandolo a voce alta: Nick Drake – questo il suo nome – non era tipo da dimenare le braccia e alzare la voce per farsi notare. Anzi, non era nemmeno il tipo che si volesse far notare in assoluto. Fu più un sussurro, un delicato gesto della sua anima, quasi come la mano di un bambino che – dopo aver piegato e ripiegato più volte un foglio di carta fino a farne nascere una piccola barchetta colorata – appoggia lieve il frutto del suo impegno sul pelo dell’acqua di un laghetto, per lasciarla galleggiare silenziosamente alla deriva.
In effetti, spesso (se non quasi sempre) le persone che lavorano nel campo dello spettacolo, attori o musicisti che siano, sanno essere persone piacevolmente abituate a mostrare e a “mostrarsi”; piccoli animali da palcoscenico, dediti a drogarsi, più o meno pesantemente, di folla, di applausi e notorietà. Di loro si trovano interviste, affermazioni, comparsate: sono cioè persone che amano raccontarsi, più o meno quanto raccontare. Ma in alcuni particolari ed eccezionali casi – “eccezionali” nel senso di ‘eccezione’ e contravvenzione alla regola, che ad ogni modo finisce poi quasi sempre per confermare – dicevamo, in casi molto particolari, così non è. In questo caso l’eccezione è incarnata da questo artista, e dalla sua musica stupenda, raccolta nella esclusiva bellezza di tre soli album: Quelli sì, davvero eccezionali. Un uomo di poche parole nella vita, ma denso di segni, parole, sentimenti e significati nella sua musica. Così era Nicholas Rodney Drake, che due anni più tardi – a soli 26 autunni d’età – decide di lasciare questo mondo a chi se lo vuole prendere, a chi se lo può intestare. Ma che, per nostra fortuna, lascia anche un universo interiore costellato di Pink Moon e Northern Sky, dotati di una fulgidità e pienezza tali, che solo uno sguardo melanconico e rarefatto come il suo poteva vivificare in note. Di Pink Moon – terzo e ultimo album di Nick – il tecnico del suono John Wood racconterà, in poche parole, del come venne praticamente registrato dal vivo e in un’unica sessione notturna, senza altri strumentisti. Esclusivamente da Nick Drake. Che quella notte arriva quasi in silenzio, facendo suo ingresso agli studi verso mezzanotte; con lui ha soltanto l’amata chitarra acustica, quella Guild che si può osservare sulla copertina di “Bryter Layter”. Poche parole, essenziali e utili alla registrazione: di più non dice. Si sistema, fa un respiro profondo e attacca, in sequenza, tutte le undici canzoni che faranno parte del disco. La seduta non dura che un paio d’ore: è l’album è praticamente tutto lì, si compone davanti agli occhi e alle orecchie del solo Wood, come un mosaico poetico in cui le note sono le tessere, e la chitarra un docile martelletto nelle mani affusolate di Nick. Wood dirà che Drake “era determinato a farne un disco spoglio, nudo: voleva che assomigliasse a lui il più possibile. E credo che Pink Moon sia molto più simile a Nick di quanto non lo fossero i due album precedenti”. Così è. In certi casi, non servono troppe elaborate parole per raccontare un uomo: possono bastare un aneddoto, e l’ascolto della sua musica. Che, come in questo caso, descrivono egregiamente e a sufficienza, anche l’uomo in sé. David Sandison, che nel 1972 lavorava alla Island Record, ha raccontato in una intervista che risale alla metà degli anni 90 di come Nick gli consegnò la copia del disco: “Lo vidi nella reception quando tornai dalla pausa pranzo. Stavo parlando con qualcuno e notai una persona seduta. Lo riconobbi subito, era Nick. Sotto il braccio aveva un disco. Gli chiesi «Vuoi una tazza di tè?» E lui rispose «Sì». «Vuoi salire?», gli chiesi. E lui rispose, «Sì». Andammo nel mio ufficio, che si trovava in fondo al pianerottolo. Era un pianerottolo che portava a un grande ufficio con un grande tavolo rotondo su cui lavoravano Chris e tutti gli altri e dove c’era un grosso impianto audio. Restò lì nel mio ufficio per circa mezz’ora. Passò mezz’ora e disse: «È meglio che io vada». Gli risposi «Ok, è stato un piacere vederti» e se ne andò”. Nick se ne andò via con l’unica copia del disco sotto il braccio, e Sandison racconta che mezz’ora dopo essersi salutati, venne chiamato dalla segretaria a cui era stata consegnata da Nick quell’unica copia, il Master: ne fece subito fare delle altre copie, per sicurezza. Il giorno dopo, appena arrivato, ascoltò subito l’album con alcuni collaboratori: il master era appoggiato, sul tavolino vicino al piatto: sulla confezione si poteva leggere “Nick Drake, Pink Moon”, scritto di proprio pugno da Nick. Nick DrakeEra un uomo di poche parole: parole che spesso, nella vita, pesavano più del dovuto, ma che quando le lasciava trasportare dalla musica si alleggerivano e nobilitavano, come elio nell’aria.  Il disco non fu nemmeno lontanamente un successo: le critiche che piovvero sull’artista probabilmente contribuirono a peggiorare quello stato depressivo che da tempo gli si accumulava nell’anima. Si ritirò – accantonata la sua musica e l’amata chitarra – nella vecchia casa dei genitori, e due anni dopo quella silenziosa apparizione alla Island Records, una mattina di fine novembre, venne ritrovato morto dalla madre: “Suicidio previa ingestione incongrua di amitriptilina”, recita il rapporto del coroner. Tra gli ultimi oggetti ritrovati, anche una copia in francese de “Il mito di Sisifo”, saggio giovanile di Camus: di cui una delle tesi portanti è che il ‘senso’, alla vita, lo dà il tentare, più che il conseguire.
Ci sono persone che riescono a spingere quel masso come Sisifo, per quanto enorme, per tutta una vita. E poi ce ne sono altre che, ad un certo punto, mollano e – quieti come la vita che hanno condotto – se ne lasciano travolgere: magari imbracciando malinconicamente una chitarra.

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".