“Sanremo, il rock, e le cover che non ti aspetti”

“È la musica, la musica ribelle
Che ti vibra nelle ossa
Che ti entra nella pelle…”

Ben 45 anni fa Eugenio Finardi scriveva e cantava un inno alla musica ribelle, partendo da stilemi e da sonorità di un genere – quello prog rock – di certo non inclusivo, né tantomeno alla portata di chicchessia. Ma ciononostante, quella musica e quella canzone sopravvissero a quella contemporaneità, andando ben oltre l’epoca coeva e attraversando immaginazioni, passioni, ascolti e generazioni.
Questo perché la musica ben scritta, ben suonata e – soprattutto – fatta con sentimenti, cuore, passione e con la primaria intenzione di fare davvero soltanto musica, è qualcosa che trascende il momento per cavalcare l’eterno. Afflato di resistenza nel tempo e di urgenza d’attualità, in nome di un’idea più alta del semplice successo o condivisione: quello dell’arte – e, quindi, della musica – in sé. Concetto che avevano ben compreso tutti i grandi del rock, da Bowie a Dylan, passando per i Joy Division, i Beatles, i Nirvana, Led Zeppelin e – arrivando ai giorni nostri – agli ancora attuali Cure, Tool, Arctic Monkeys, Nick Cave e tutta una lunga serie di band e di artisti che ancora credono in questo modo di lavorare.
Parlando invece della musica al di qua dei confini europei, mai come in questi ultimi giorni è tornato di moda dissertare di musica “dal vivo”, come purtroppo da un anno a questa parte non succedeva più; è chiaro che il “Festival” per antonomasia, quello della musica italiana sanremese, è un evento che da sempre desta commenti, articoli, dissertazioni della stampa specializzata e non e – soprattutto, e in maniera massiccia e incontrollata – esternazioni estemporanee di chiunque abbia occhi per vedere, orecchie per ascoltare e un apparecchio televisivo per partecipare, da spettatore dislocato, in prima persona a quella che ormai da tempo è diventata – e quindi, è stata definita – una kermesse: ovvero, secondo la primigenia definizione del termine, una festa parrocchiale di inusitata sfarzosità.
E “parrocchiali” – nel senso di cieca e campanilistica appartenenza paesana – sono spesso le fazioni che ti ritrovi a commentare qui e là, che decidono della bellezza di un testo e della capacità canora di un artista solo in base alla loro spesso limitatissima conoscenza musicale, circoscritta da talent show alla De Filippi o da music contest d’esportazione alla ricerca del famoso Fattore X. Ma a prescindere da questo, va riconosciuto alla “manifestazione” di quest’anno il merito di essere stata in grado di risvegliare nelle persone la voglia di vedere, di ascoltare e di partecipare in prima persona, cosa affatto scontata in un contesto come quello attuale.
E se l’aspetto musicale è stato tenuto alto da alcuni artisti già rodati e più conosciuti (come Max Gazzè, Malika Ayane e – udite udite – la veterana Orietta Berti) a destare l’interesse generale e innalzare la ribalta nazionale sono state molto di più le partecipazioni di artisti piuttosto conosciuti al grande pubblico, ma già ben noti a coloro da sempre attenti alle novità musicali non consuete, piuttosto che alle sole classifiche e alle comparsate televisive.
In questo contesto, notevoli sono state le presenze di Willie Peyote – presenza che lui stesso ha definito “una cosa divertente che non farò mai più” – il duo Colapesce-Di Martino – con la loro ironica presenza e quella “Musica leggerissima”, che alla fine proprio leggera di contenuti non è – e la coppia Coma-Cose, nei cui occhi nessuno ha potuto non notare quelle “Fiamme” di cui appassionatamente cantavano.
Ma tra un ammiccamento alle canzoni passate e alle mode presenti – che nemmeno io “ho capito in che modo twerkare vuol dire lottare contro il patriarcato” – e quella “voglia di niente” che la musica Pop ha sempre soddisfatto – suscitando però spesso un bel “tutto” interiore capace di pettinare spirito e orecchie – l’aspetto che più ha colpito di questa edizione sanremese è stata la partecipazione dirompente e rigenerante del rock.
In maniera palese – tocca dirlo – per la vittoria dei giovanissimi e discussi Maneskin, a cui si può certo rimproverare di non portare nulla di nuovo all’interno del panorama metallico, ma di certo non di rappresentare una ventata d’aria nuova rispetto ai giovani e all’invasione trap che li ammalia sempre di più; ma anche in maniera più sotterranea, andando a riscoprire musica di un gruppo che di certo ha rappresentato un unicum forse irripetibile all’interno della musica di genere punk elettrico (prima) e di quella di un rock sempre distorto ma intimo e – alla fine – generalizzante.
La serata delle cover e dei duetti, in tal senso, ha forse fornito l’esempio più eclatante di come certa musica di un passato nemmeno troppo remoto, abbia colpito e segnato le coscienze e le sinapsi di artisti sonicamente anche piuttosto distanti l’uno dall’altro. Mi riferisco a quelle due cover di brani che, dalle campagne reggiane e dagli anni 80 e 90, hanno valicato il continuum spazio temporale per approdare sul quel palco colmo di musicanti – ma parco di spettatori senzienti – ormai non più avvezzo a testi e musica densi di significati e di passione e di sonorità non certo accomodanti, nè di ‘ragioni’ che non siano quelle meramente economiche.Måneskin Agnelli
E così si è passati velocemente da quella “Amandoti” made in CCCP  (scolpita un tempo su ritmo tanghero ma eseguita dagli allora ormai maturi e ormai prossimi alla separazione rockers, in una maniera talmente viscerale, da tracimare da quello stile rock che li aveva contraddistinti nella loro avventura Punk-laterale, per creare un pathos e uno spazio di alterità musicale che li avrebbe fatti successivamente confluire nell’avventura dei CSI) eseguita dal duo Maneskin\Agnelli, ad una versione orchestrale di “Del Tempo” prodotta dal duo Gazzè\Silvestri (accompagnati dal nuovo progetto musicale della Magical Mistery Band); brano questo che anagraficamente distava da quell’altro – contenuto in quell’atto da Alfa e Omega che era stato “Epica Etica Etnica Pathos” – solamente 4 anni, ma che in distanza concettuale e morale era lontano almeno quanto dista l’entroterra reggiano da Ulan Bator.
Al netto di giovani trappers gender benders che puntano tutto sul travestimento e poco (o pochissimo) sulle capacità canore, e di apparizioni al limite del trash di calciatori famosi per saper appunto calciare un pallone – ma molto meno per saper dire qualcosa di intelligente – la doppia scelta (casuale nel suo ripetersi, ma non certo nella singola scelta)  di brani provenienti dalla Big Family del Mulo, guidata un tempo dai capi famiglia Ferretti\Zamboni, ha colpito parecchi rockers dell’epoca boomers, facendone scatenare molti al grido di “eureka!” e tanti altri all’urlo di “sacrilegio!”.
Personalmente, la mia prima reazione di fronte ad entrambe le scelte, nonché alle relative esibizioni, è stata quella di esprimere il mio “deo gratias!” in ammirato e religioso silenzio. Mi sono gustato ogni nota dall’inizio alla fine, apprezzando lo sforzo dei ragazzini rockeggianti romani a non sfigurare di fronte ad un pezzo del genere – creato e cantato per la prima volta  ben prima che i loro occhietti ancor privi di eyeliner prendessero vita – e al fianco di un Manuel Agnelli che, quando sta dalla parte giusta del palco, sa davvero il fatto suo; così come mi sono gustato ogni sfumatura della versione Gazzè\Silvestri di un pezzo come “Del mondo”, una preghiera pagana che loro hanno attaccato non a caso scegliendo di intonarne l’inizio recitando le prime strofe.
A due voci, come ogni messa solenne andrebbe officiata, e su due registri vocali alternati, quasi fosse un continuo passarsi un testimone. Testimonianza e interpretazione che mi hanno lasciato senza fiato. E se, come credo, anche l’ineffabile Lindo Ferretti avrebbe apprezzato l’estremizzazione del concetto di preghiera, portata ad un limite davvero allargato e ultraortodosso da parte dei due cantautori romani, non si è fatta invece troppo attendere la reazione di altri suoi sodali e compagni di viaggio in musica.
Così, se da un lato il buon vecchio (di merda, come direbbe lui) Giorgio Canali lanciava i suoi abituali strali al mondo, causticamente chiosando che “…la domanda del giorno “ma cosa pensi delle cover di amandoti e del mondo a Sanremo? (domanda nell’ottanta per cento dei casi retorica che spesso sottintende “sacrilegio!!!”), che palle!!” e così facendo ribadiva che “il sacro non esiste e, soprattutto dissacrare è cosa buona e giusta!” – anticipando e rendendo vana pertanto la domanda più o meno simile che avevo intenzione di fargli – un po’ meno laconico è stato Gianni Maroccolo, che quelle due canzoni – al pari del suo amico chitarrista – le ha viste nascere e le ha suonate e registrate; e dopo i ringraziamenti di rito alla giovane band e al cantautore un po’ più stagionato, evita di entrare nell’analisi filologica dei due pezzi, visto che “Io sono un semplice musicista.”.Gazzè Silvestri
Tralasciando di eccepire per quell’aggettivo “semplice” (ma chi ha avuto a che fare anche solo una mezza volta con Maroccolo, sa che è un’autovalutazione sincera), vale la pena sottolineare i giudizi positivi dati sia sulla versione rock strappamutande dei Maneskin\Agnelli, che non esita a definire “Rockettara ed energica. Forse lontana dalle nostre intenzioni (d’altronde si tratta di una reinterpretazione), ma che tiro! Sembrava di essere ad un concerto.”, che su quella “psichedelica e poetica al tempo stesso” di Del Mondo, resa da Gazzè con “grande gusto e grande sensibilità”. Apprezzamento meno parco di aggettivi, visto che come lo stesso Maroccolo ammette, è arrangiata in una versione “sicuramente più vicina alle mie corde”, apprezzandone dunque anche il finale “esploso a livello emozionale”.
Nessun commento diretto alla mia eccezione di una interpretazione del duo rock un tantino travisante del vero significato di un pezzo che – a ben vedere – ha poco di rock, non ha nulla di glam, e assolutamente nulla di adolescenziale, essendo invece una arresa confessione di un amore molto arduamente vissuto e faticosamente raccontato: valutazione su cui né Maroccolo, né tantomeno Massimo Zamboni hanno voglia di commentare. Quest’ultimo però, direttamente interpellato su entrambi i pezzi e sulla mia visione delle cose, commenta con una chiara conferma “La versione di Gazzè mi è piaciuta molto”, quindi tacendo parimenti una possibile smentita di quanto da me scritto. “A volte una mancata risposta è già una risposta in sé” diceva saggiamente un mio caro prof del liceo, anche se senza conferma palese, su certe cose, un serio giornalista (quale però io non sono, ndr) non dovrebbe affrettare deduzioni.
Tengo pertanto per me alcune sfumature che ho percepito nelle parole dette e in quelle taciute, a ben vedere, da tutti i tre citati musicisti. E’ stato comunque bello crogiolarsi nuovamente al suono di una musica che, sebbene esista ormai solo sui vecchi supporti musicali casalinghi, si conferma essere materiale resistente e insopprimibile.
E senza nulla voler togliere a chi ne ha voluto rispolverare i solchi – facendoli pure un po’ suoi – alla fine tocca dire che in tempi come questi si sente ancora più forte la mancanza di gente come Giovanni Lindo, Massimo, Gianni, Giorgio, Ginevra, Francesco e Gigi.
Si, detti per nome e tutti insieme: come si addice a persone la cui avventura ha creato mondi in cui perdersi, anche alla fine del mondo.

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".