Jonathan Richman, when we refuse to suffer

Ciao Jonathan, (o Jojo, se preferisci)
Ho delle cose da dirti.
Forse non le leggerai mai, ma devi, comunque, concedermi il piacere di scriverle.
E le butterò giù, qui.
Non riesco a quantificare, né mai sono stato in grado di farlo, che cosa ci sia in te e nella tua musica che così speditamente si insinua nel mio cuore.
Ricordo la tua lettera al magazine Creem, nel 1972, quando avevi ventun anni e stavi ancora coi Modern Lovers.
Riflettevi già tutta la commistione di iconoclastia e saggezza che avrebbe contraddistinto tutta la tua carriera: volevi solo difendere un’artista di un’epoca passata, Frankie Valli, che quelli di Creem avevano stroncato.
L’avevi intitolata Masculine Arrogance Blows.

“I love the 4 Seasons. I don’t think rock’n’roll needs “masculine arrogance”. Why be snide about them? I always sing when I hear “Candy Girl” and “Marlena”. You call them “featherweights”. They’re heavyweights to me”.

La tua difesa, ai redattori di Creem, deve essere sembrata uno scherzo. I Modern Lovers avevano poco a che spartire con un gruppo doo-wop, bianco e pulito, come i Four Seasons. Ma tu non eri interessato alle armonie complesse, non ancora. Le canzoni che scrivevi ti legavano ai Velvet Underground, e, perché no, alle New York Dolls, perché suonavi punk rock prima che il genere diventasse un fenomeno riconoscibile. Proprio quel genere che, l’anno prima, Creem aveva battezzato in un articolo.
Se la tua voce quasi implorante ti ha reso uno dei precursori del punk rock, il contenuto dei tuoi testi ti ha, sempre, distinto da tutto il resto: quel tuo amore per gli anni cinquanta, per le auto, la convinzione che ogni donna, dotata di un minimo di sensibilità avrebbe preferito te a qualsiasi altro, quella consapevolezza della desiderabilità dell’amore per gli altri. Le tue canzoni non sono semplici e facili. Non sono aggressive. Sono l’orgoglio della leggerezza definitiva della musica. Ma, se anche questa debolezza fosse davvero esistita, si sarebbe sviluppata e sviluppata fino a che non sarebbe stata “solo” più una debolezza.
Sei un catalogatore del novecento. Studi le culture musicali di tutto il mondo e le agglomeri senza soluzione di continuità nella tua pratica di songwriter.
Una prospettiva forse ingenua, ma affascinante, il registro lirico di un artista che cresce, mettendo in discussione ogni suo comportamento e ogni sua opinione, e così facendo, assimila.
Ricordo la prima volta che ti ho visto suonare.
Ho sghignazzato così intensamente da farmi male alle guance in uno struggimento tale da mettermi ad abbracciare anche gli sconosciuti. Sono uscito galleggiando sulle mie gambe.
Ero perdutamente innamorato. E lo sono ancora.
C’erano persone che non ti conoscevano, eccoli lì, al bar, che si bevono di tutto in attesa dello show. Parlano a voce alta. Ridono.
“Chi suona stasera? Ah, il tizio dei Modern Lovers”.
“Il tizio dei Modern Lovers tua sorella. Imbecilli!”
Poi sei salito sul palco.
È diventato tutto molto quieto. La quiete ci abbracciava. Tu guardi il pubblico direttamente negli occhi e mantieni il contatto visivo come quel tizio che nelle stazioni osserva ogni cosa dal finestrino di un treno. La tua giacca con quei bottoni esagerati è di tre taglie più grande. Non hai roadie. Il mixer sta dietro di te e lo gestisci tu. E poi c’è Tommy Larkins. Tommy sembra morto, ma è vivo e tiene in mano le bacchette. Nel locale non riescono a toglierti gli occhi di dosso. Non avevo mai assistito a uno spettacolo più onesto e gioioso. Stava succedendo di tutto. Tutto improvvisato. Nessuna buffonata inscenata. Solo la tua arte, tu ed io. Più Tommy, laggiù. Ma respira?
Non usi la tracolla per la chitarra perché devi sventolarla tenendola in una mano quando improvvisamente smetti di suonare e inizi a danzare. Indossi spesso magliette a righe, orizzontali. Non so perché. Sembri un mimo, un Marcel Marceau pronto per Halloween. Mai la stessa scaletta. La tua ostinazione nel cambiamento, unita al tuo totale rifiuto di rimanere sempre lo stesso, ti rende ancora più cordiale.
Come quelle versioni di “Ice Cream Man” che duravano otto minuti e ogni volta che la canzone terminava, ricominciava da capo. Ipnotica. Quelle lunghe parentesi quando provi gli accordi della chitarra. Sembra che tu stia bagnando il pennello nel colore prima di colorare la tavolozza. Nei primi spettacoli, quando pitturavi sul palco, tenevi dietro di te dei cavalletti e cantavi di voler essere come Pablo Picasso.

“Some people try to pick up girls and get called assholes,”
“This never happened to Pablo Picasso”

Jonathan, sei una droga.
Ti cerco nello stesso modo col quale i colpevoli cercano la loro redenzione. Potrei passare mesi senza ascoltare la tua musica, poi ti cercherei, sempre dopo un brutto momento, e ti ritroverei.
Mi immergo nella tua musica per qualche giorno e torno a sentirmi bene.
Jonathan, sei proprio strano. Anzi no. Non sei strano. Tutti noi lo siamo.

“When we refuse to suffer, when we refuse to feel
your life becomes a bore, and your suffering even more”.

Tu in qualche modo rappresenti tutto ciò in cui credo. Espresso in forma umana.
Genuinità. Dolcezza. Stravaganza. Umiltà. Entusiasmo. Arte. Musica.
Jonathan, non so perché alcuni di noi trovino la salvezza nella musica.
E non so perché alcuni artisti funzionino in modo così specifico con molti di noi.
Ma tu fai sentire bene e, per un bel po’ di anni, mi hai aiutato a mantenere la prospettiva sulle cose.
Questa è la mia lettera per te.
La tua l’aspetto sotto forma di canzone, anche breve, su di un piccolo palco di una piccola città, ricolmo del tuo pandemonio. Lontano dalla nostra pandemia.
A presto, Jonathan, (o Jojo, se preferisci)

Riccardo Magagna

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"