Con Maria Mirani, tra la Viadellironia e “Le Radici sul Soffitto”

Fra tutti i filtri esistenti al mondo attraverso i quali guardare la realtà e vederne la vera natura, virtuali o reali che siano, quello dell’ironia è di certo il più gradito: per lo meno, per quanto mi riguarda. Da sempre lo ritengo un sintomo palese di intelligenza, e – ben più che un bel sorriso e dei bei lineamenti, o un buon modo di fare, o lo sciorinamento agevole di una cultura non basica – è la caratteristica che, fra le tante esistenti fra quelle umane, mi attrae subito e più a lungo.
Se poi ritrovo anche tutto il resto all’interno di un medesimo individuo, allora il gioco è fatto: ciò che produce quella persona diventa per me assolutamente degno di interesse e di approfondimento. E a prescindere dal nome del gruppo – la cui genesi, invero, poco c’entra con la categoria sopracitata in sé – nella musica delle Viadellironia questo spirito aleggia e permea sia i testi che le caratteristiche più melodiche dell’insieme, creando – più che un prodotto di assoluto interesse – un tutto la cui assoluta e armonica piacevolezza percola dentro testi, melodie, e atmosfere per nulla banali né assolutamente scontate.
Il loro primo album, “Le radici sul soffitto”, fa oggi il suo debutto nel panorama musicale italiano, a pochi giorni dall’uscita del singolo “Ho la febbre” feat. Edda (di cui abbiamo parlato qui). Nei dieci brani contenuti in questo lavoro le caratteristiche evidenti e facilmente individuabili sono un’ottima capacità di scrivere testi, che piacevolmente mescolano un’attenta ricerca delle parole ad una bravura notevole d’osservare le incongruità sottese alla realtà che ci circonda, omogeneizzandole in un tessuto musicale spesso a metà tra il vellutato tocco del melodico e il ben più scabroso contatto del rock.
Un giusto mix, che presuppone capacità di fare e di dosare, oltre che ad un chiaro affiatamento tra le componenti del gruppo, capace di rendere musicalmente quasi privo d’interesse da subito la propria composizione – integralmente femminile – e l’età delle bravissime musiciste, pur in un panorama rock italiano fortemente gerontocratico e, a dirla tutta, ancora troppo sessista.
Tutti aspetti sui quali Maria Mirani – autrice, voce e chitarrista delle Viadellironia – non ha assolutamente nulla da eccepire, dal suo punto di vista privilegiato in quel “bunker” collocato nella “parte più sperduta della zona di Brescia”.
“Si, lo siamo (affiatate, ndr). Ci siamo conosciute sui banchi di scuola, quando ancora eravamo studentesse delle superiori: le altre tre (Greta Frera, Giada Lembo e Marialaura Savoldi) erano nello stesso istituto, io studiavo in una scuola poco più lontana ed ero in contatto con Marialaura (batterista del gruppo, da anni sua compagna di vita, NDR). Siamo state amiche prima di diventare ‘colleghe’: questo rende molto solido il tutto, crea una comunione di intenti, una base umana su cui catalizzare gli altri elementi. Ovviamente c’è anche un alto livello di isteria, a volte (ne ride sonoramente). Questo dà però un surplus emotivo, all’atto pratico sempre molto positivo, anche nel caso della polemica. C’è alla base un livello di fiducia, di amicizia e sentimento che fa sì che anche questo sia uno stimolo e mai un problema”.
SC: “Bè, di certo un bell’impasto. I vostri rapporti personali saranno di certo un collante eccezionale, in parecchie occasioni”
M.M.: “Si. Ci è infatti molto estranea l’idea di lavorare con turnisti, ad esempio. Abbiamo un mood molto emotivo di gestire le cose, un modo ‘nostro’. E questo è ad esempio qualcosa che, quando siamo sul palco, diventa lampante a tutti.”
SC: “Siete anagraficamente giovanissime, ma musicalmente siete piuttosto rodate. Se parliamo di questo aspetto, infatti, quell’età scompare un bel po’. Alcuni apprezzamenti legati alla vostra musica, letti in giro qui e là, parlano di testi piuttosto maturi “nonostante la vostra giovane età”. A prescindere che l’apprezzamento sulla bontà dei testi mi trovi d’accordo, non ti fa irritare un commento del genere in relazione all’età? Mi spiego: vale ancora in Italia il presupposto che esser giovani sia una specie di colpa da scontare con gli anni di vita accumulati, senza i quali non si può fare o dire nulla di buono…”
M.M.: “Sono perfettamente d’accordo: più che darmi fastidio, mi stupisce. Sembra che ci sia un ostacolo etero-indotto. Cioè non è detto che si debba per forza lavorare in termini frivoli o superficiali, nonostante tutto. La coscienza del proprio linguaggio penso che sia una degli aspetti più belli del discorso artistico, e anche quindi di quello musicale. Il mio ‘linguaggio’, ad esempio, ha visto un lavoro molto lungo e complesso in cui il rapporto con i modelli è stato anche parecchio ragionato e difficoltoso da gestire. Affrancarsi dai miei ‘ padri’ e dalle mie ‘madri’ letterarie e musicali, senza smettere di presupporli in ciò che scrivo, è stata una bella prova. Si può essere ‘freschi’ anche avendo dei modelli di scrittura datati, o un rapporto materiale con i testi meno moderni.”
SC: “Infatti avere un buon linguaggio, musicalmente parlando, non significa andare contro la contemporaneità o la freschezza del messaggio. Questo ci porta anche alla dimensione autorale della vostra musica: quali sono gli scrittori a cui ti senti più legata, quali i libri o i generi che credi influenzino maggiormente la tua scrittura?”
M.M.: “ In questo disco in particolare, nell’atmosfera che ho voluto creare mentre lo scrivevo – a volte anche inconsapevolmente quasi fosse il retaggio di una biblioteca che avevo in testa – vi sono entrati molti saggi e libri che stavo leggendo: cose legate al soggetto artista, nella fattispecie in ciò che lo può legare alla tristezza, all’immagine astrologica di Saturno e della melanconia ad esso associata. Come per esempio in alcune raffigurazioni che ne fa Albrecht Dürer nelle sue incisioni. Oppure anche Proust, o le lettere di Torquato Tasso, oppure Nick Cave, che ho ascoltato tanto mentre scrivevo queste canzoni: questo ambito, questo mondo molto malinconico, molto dolce, molto ‘femminile’, anche trattandosi di artisti uomini. Una cosa imprescindibile, almeno per me.
SC : ”Delle referenze e un percorso mentale assolutamente non banali. Tra l’altro, tutto questo fa anche il paio con i tuoi studi universitari, legati all’Accademia d’arte di Brera.”
M.M.: ”Sì, esattamente. E’ come se avessi accumulato in questi anni un serbatoio di conoscenze, di idee, a cui attingo. Un Olimpo di immagine, che si sono poi riversate in questi testi”.
SC: “Di certo una ricerca che si vede, anche nella cura di immagini e parole mai troppo difficili e capziose, ma capaci di tradurre la freschezza del trattamento testuale senza perdere di vista le tue referenze. Per esempio, nella prima canzone del disco – ‘Bernhardt‘ – c’è un testo che parte proprio da una investigazione del linguaggio (Considera ad esempio \ che ho sporcato il mio linguaggio \ con quello dello scemo del villaggio), per passare ad una serie di citazioni piuttosto auliche e ricercate (Sarò Cesare o il nemico d’eccellenza \ sarò la vittima immolata \ per eccesso di conoscenza. Il bastardo che, morendo, si apparecchia una coscienza \ La Bernhardt, nelle veci della Tosca), ma poi chiudi il tutto con la frase caustica e sintomatica ‘Invece son la mosca \ che con riverenza veglia sulla merda.’ Ironia e divertimento, anche qui: un tocco alla Edda, se vogliamo”
M.M.: “Si, verissimo. Mi piace molto giocare con questo contrasto di registri: quando si fanno dei riferimenti molto pesanti, come in queste canzoni, adoro mettere una dialettica di registri. Anche Mahler lo faceva, non serve fare per forza Pop per riuscire ad introdurla. E’ ciò che rende più contemporanea la scrittura.”
SC: “Insomma, ciò che dicevamo in apertura: pur non utilizzando un linguaggio che non è quello scontatamente giovanile (che si ritrova magari nella banalità contemporanea della trap) riesce comunque a rendere il tutto molto più fresco. Per l’appunto con un sagace utilizzo della dimensione ironica, piuttosto che con quello delle parole abusate o slabbrate, che si pensa debbano per forza appartenere ai ragazzi di oggi”.
M.M.: “Ed è quello che rende non-gratuite le citazioni o i riferimenti all’interno della nostra musica, il fatto che abbiano un rapporto più dialettico con ciò che deriva da elementi provenienti da un registro più basso, più Pop. Si dinamicizzano, musicalmente.”
SC: “Legato a questa atmosfera crepuscolare che tu hai messo, in parte inconsciamente, all’interno di questo album, trovo interessante la ricorrenza di un tema poi molto caro anche al Romanticismo: quello della morte. E’ una figura che aleggia quasi in tutto l’album, anche quando non direttamente nominata, si fa ad esempio chiaramente presente in “Canzone Introduttiva”, in “Simile a un morente” la ritroviamo nel titolo, e in “Figli della storia” ritorna nel testo. Ed è un tema molto attuale, direi…”
M.M: “In realtà non è legato al periodo che stiamo passando. Tutti i pezzi sono stati scritti ben prima che iniziasse il 2020, e non nego che questo aspetto mi abbia colpito un bel po’. La ricorrenza del tema della morte è però per me quasi consustanziale, vista la mia vicinanza al discorso artistico. C’è una specie di magnetismo all’interno della mia vita che alla fine mi ci riporta sempre dentro: facendomi quasi dire a me stessa ‘sarebbe ora che te ne distanziassi!’”
SC: “Ma è anche vero che non è mai un trattamento pesante, è sempre inserito con una certa leggerezza…”
MM: “Perché credo che sia una delle maniere più ‘politiche’, e sottilmente eversive, di rapportarsi col mondo. Cosa c’è di più eversivo, più contro il progresso e il tentativo di dominare la natura da parte dell’uomo, se non la morte?”
SC. “E tornando al vostro nome, cosa c’è anche di più ironico…”
MM: “Ed è infatti l’aspetto che ci rende più politiche, più critiche nei confronti del reale. Ma sottotraccia, è anche una ricerca di superamento del sentimento artistico, che accomuna spesso chiunque faccia arte, di essere un ‘unicum’, un essere solitario con una singolare comprensione dell’esistenza: è una cosa a cui sono arrivata poi successivamente, questa percezione del mio tentativo di emendarmi rispetto a questo atteggiamento, consapevole di non essere né migliore né peggiore degli altri. Ironici anche verso se stessi.”
SC: “Visto che ne stiamo parlando, mi dici come mai “Viadellironia”? A chi è venuto in mente il nome?”
MM: “Prima di vivere a Brescia, ho vissuto per 6 o 7 anni a Milano nella zona di Porta Genova: lì c’è una via, quella che da XXIV Maggio porta in Colonne, che si chiama Corso di Porta Ticinese e che è stato ribattezzato Viadellironia qualche giunta or sono. Non ne conosco il motivo, ma mi aveva colpito parecchio a quei tempi: e così, quando con le altre ragazze abbiamo iniziato a cercare un nome per il gruppo, mi è subito venuta in mente quella dicitura. Il ‘soprannome’ di una via in una zona a cui siamo molto legate”.
SC: “So che in occasione dell’uscita dell’album, prevista per il 20 Novembre, vi produrrete in una live session in streaming all’interno della Milano Music Week (link diretto all’evento). Che effetto ti fa?”
MM: “Di questo siamo gasatissime. Siamo consapevoli di avere davanti a noi una grande occasione, anche se però rimane sempre un po’ la disdetta di non poter nell’immediato vedere le reazioni del pubblico, le loro facce, di non poter avere una interazione diretta e immediata con loro. Sarà una session pubblica in studio. Bellissima, ma pur sempre a distanza.”
SC: “Detto che, per chi scrive musica, ogni canzone arriva alla fine di un processo creativo in cui ci si riconosce, mi chiedevo: c’è una canzone tra le 10 dell’album che ti senti maggiormente tua? Che ascolti e ti dici ‘ecco, lì dentro ci sono io in assoluto’?”
MM.: “Tutte queste canzoni, in generale, provengono da un periodo e da un’attitudine tale per cui mi è estremamente difficile pensare che non siano ognuna necessaria. Me lo fa pensare il modo in cui ci abbiamo lavorato sopra: se è uscita nell’album è perché era davvero necessario che ci fosse. Penso però che la canzone a cui sono più legata a livello testuale sia “Simile ad un morente”: è quella in cui credo ci sia davvero tanto di come mi approccio alla musica e al mondo in questo momento. Ci ho pensato parecchio negli ultimi giorni, e lo penso anche perché è quella che mi ‘gasa’ di più quando la facciamo live. Credo che se una canzone che hai scritto ti provoca questo effetto quando la suoni, allora è perché dentro ti ci senti particolarmente”.
SC: “Ed in effetti, ascoltandone il testo, credo che dentro si possano ritrovare tranquillamente l’atmosfera e i temi di un album che, come dicevamo prima, ha una evidente omogeneità sonora e linguistica. Mi dici almeno una cosa che invidi (in senso positivo) alle tue colleghe\amiche di sodalizio?”
MM: “Invidio un aspetto di inventiva slegata ad una architettura impostata e a volte costrittiva che io ho, e loro no. Mi piace tanto vederle lavorare su dei canovacci che a volte le do, hanno una versatilità diversa e più immediata nel trattare il materiale che io non ho. E questo mi piace tanto.”.
SC: “E’ di certo la cosa che contribuisce a rendervi complete, come amiche e come gruppo.
In chiusura di intervista, mi piace sempre vestire un po’ i panni di William Miller, il giovane fan\giornalista del film Almost Famous: una dimensione che rispecchia molto me e che, vista la tua veste di voce, chitarra e autrice del gruppo, ti vede cadere a fagiolo nei panni di Russell Hammond. Pertanto ti chiedo: Maria Mirani, cos’è che davvero ami, tu, della Musica?”
MM: “Amo il fatto che sia la cosa che in assoluto mi fa sentire più me stessa all’interno del mondo. Una necessità. Hai presente nelle ‘Lettere ad un giovane poeta’ di Rilke, quando lui dice al suo interlocutore ‘Quando hai il dubbio se vuoi davvero fare il poeta, chiediti: avrei potuto fare altro?”. In base a come ti rispondi, capisci cosa davvero sei. Ecco, io non avrei potuto fare altro che non questo. Mi è necessario farlo.”
E cosa puoi dire all’autrice di una nuova, dotatissima e capace band musicale che – parlando della sua musica – riesce a farti discutere di Proust, Albrecht Dürer, Nick Cave, Rilke se non “Addio, e grazie per tutto il pesce”?.
Ah si, qualcosa c’è di sicuro: ma prima aspetto che le ascoltiate. Così almeno, dopo, partiamo ad armi “ironiche” pari.

 

 

 

 

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".