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Townes Van Zandt – For The Sake of the Song – Pt.2/2

I dischi
Townes Van Zandt ha sempre composto musica con un’intensità sfolgorante come un uomo che avesse i giorni contati. Può darsi che lo fosse. Lungo la strada, è diventato uno dei songwriter più importanti dell’età moderna. Tracciando il suo sogno con lentezza: “Well, the diamond fades quickly when matched to the face of Maria/All the harps they sound empty when she lifts her lips to the sky” canta in “(Quicksilver Daydreams Of) Maria”, uno dei momenti più belli del suo debutto, “For the Sake of the Song” (1968). “The brown of her skin makes her hair seem a soft golden rainfall/That spills from the mountain to the bottomless depths of her eyes”. Ogni parola incornicia la bellezza della sua donna con immagini vibranti, un marchio di fabbrica che attraversa tutto il suo catalogo. È sorprendente che abbia composto la maggior parte dei suoi classici prima di compiere trent’anni. In “For the Sake of the Song”, “I’ll Be Here in the Morning”, “Tecumseh Valley”, “Waitin’ Around to Die” e “For the Sake of the Song”, delineano una profondità e una disperazione che la sua voce di ventiquattrenne non rivelerebbe. Avevo reso la missione creativa di tutta una vita in testa alla semplice melodia a tre accordi della title track: “Maybe she just has to sing for the sake of the song/And who do I think I am to decide that she’s wrong?”.


Fu proprio ai tempi di “Our Mother the Mountain” (1969) che dichiarò che le canzoni gli erano letteralmente cadute dal cielo. Come se le parole gli attraversarono il corpo. Come se gli avessero bruciato le mani. Provate a ascoltare su quel disco “Be Here to Love Me” e “Second Lover’s Song”. “I don’t want tears from you/Don’t build your love on shame/All what we’ve done is through/And all we can do remains/My lady can’t you see/I love not jealously/But for all you are to me/And all you’ll be tomorrow”. L’album fu costruito con grande cura dal produttore Jack Clement, necessitava di energia vitale, e Clement drappeggiò la raccolta e la poesia immacolata di Townes con tappeti di strumenti a fiato e archi. “Kathleen”, “My Proud Mountains”, “Snake Mountain Blues” e la title track emergono ma, a tratti, la voce si perde sotto quell’orpello. La tesa apocalisse emotiva di “Kathleen” rappresenta il tipico “sentimental mood” di Townes: “It’s plain to see the sun won’t shine today/But I ain’t in the mood for sun anyway”, e subito tutto diventa scuro. Mentre si dibatte in un mondo malevolo di oceani ruggenti, rondini profetiche sotto un cielo minaccioso, l’unico sollievo apparente è la morte o la sua regina Kathleen. Con il presentimento e il sospetto che siano una cosa sola. “The stars hang high above, the oceans roar / The moon is come to lead me to her door / There’s crystal across the sand / And the waves, they take my hand. And soon I’m gonna see my sweet Kathleen”. Questo è Townes nel suo momento più straziante, una spaventosa finestra su una psiche frastagliata e torturata. Quando Joe Ely scoprì “Our Mother the Mountain”, con i suoi compagni Flatlanders, Jimmie Dale Gilmore e Butch Hancock, portò subito sul palco canzoni come “St. John the Gambler” e “Tecumseh Valley”. “Le canzoni di Townes sembrano semplici canzonette d’amore”, disse Hancock, “e poi all’improvviso – zap! – ti colpiscono e con una frase che ti fa guardare la morte dritto in faccia”.
Nel successivo “Townes Van Zandt” (1970), mentre la sua reputazione cresceva nell’underground, rieditò altri brani del primo album. La produzione più partecipativa di Jim Malloy si traduce in studio in uno sforzo più coeso, soprattutto in “For the Sake of the Song” e “I’ll Be Here in the Morning”. Il nuovo materiale, sia quello più cupo (“Lungs”, “None But the Rain”) che quello più argentino (“Colorado Girl”, “Columbine”) rafforzano questa maggiore intensità. Le rendition di “Waitin’ Around to Die” e “(Quicksilver Daydreams Of) Maria” e “Don’t Take It Too Bad” senza soluzione di continuità si dipanano come in un cerchio perfetto. “Lungs” emette un respiro lacerante tutto suo. È il suono di un uomo tormentato dalla perdita, contorto dalla futilità e imprigionato nel suo stesso corpo. “Well, won’t you lend your lungs to me? / Mine are collapsing”, disegna un gemito spezzato che assomiglia tanto a un’accusa quanto a una richiesta d’aiuto. “Plant my feet and bitterly breathe / Up the time that’s passing”. Un colpo contro il corpo cavo della chitarra imita spasmodicamente un battito cardiaco irregolare. O il battere delle gambe contro una barella d’ospedale. Però c’è qualcosa in più di una macabra metafora in “Lungs”. Allusioni come “Breath I’ll take, and breath I’ll give / Pray the day ain’t poison” sembrano rimandare alle iniezioni che ricevette quando era ricoverato, ma i canali narrativi della canzone si trasformano in qualcosa di meno ossessionato dalla morte e più concentrato sulla natura nascosta della verità e dell’universo. “Gather up the gold you’ve found / You fool, it’s only moonlight / If you try to take it home/Your hands will turn to butter” canta, passando dall’epistemologia platonica al realismo magico nell’arco di mezzo verso. Gesù e la salvezza sono nominati in una dylaniana sequenza di immagini bibliche, ma è qui che s’interrompe per soffermarsi ancora una volta sulla malattia: “Wisdom burned upon a shelf / Who’ll kill the raging cancer”. Ecco: è qui che la sua poesia suscita i brividi più gelidi. Gli ultimi versi sono la sua ultima emozione. “And I for one, and you for two / Ain’t got the time for outside”, lascia la parola “outside” ambigua, lo spazio vuoto oltre le mura che nonostante tutta la sua libertà itinerante, raramente conobbe.
In “Delta Momma Blues” (1971), il produttore Ronald Frangipane (Janis Ian, John Lennon) definisce uno stile più urbano (“Brand New Companion”, “Where I Lead Me”, “Where I Lead Me”, sono blues pulsanti), ma alla fine non riesce a focalizzarsi del tutto. Più chiaramente, le delicate parole sull’amore di “Come Tomorrow” e sulla perdita di “Tower Song” sembrano sconnesse a fronte del suo viaggio apocalittico nell’abisso di (“Nothin’”). L’iniziale “F.F.V.” sembra superflua, ma, nella narrazione di “Rake”, pochi autori di canzoni si spogliano della propria integrità in modo tale da poter rimanere così nudi. “You look at me now, and don’t think I don’t know / what all your eyes are a sayin’ / Does he want us to believe these ravings and lies / they’re just tricks that his brains been a playin’? / A lover of women he can’t hardly stand/he trembles he’s bent and he’s broken”.
In “High Low and In Between” (1972) si coglie completamente il progresso artistico. Scrittore al massimo della forma, offre i suoi paesaggi più indelebili su “Greensboro Woman” e “High, Low and In Between”, sconcertanti nella bellezza di “You Are Not Needed Now” e “Mr. Mudd and Mr. Gold”. Ogni canzone è una lezione di songwriting, l’apertura in technicolor di “Highway Kind”: “Pour the sun upon the ground/Stand to throw a shadow / Watch it grow into a night/And fill the spinnin’ sky”. “You Are Not Needed Now”, dal sapore evangelico, è sorretta da un pianoforte e smentisce il suo titolo con un messaggio di speranza. “Lay down your head awhile, you are not needed now”, Townes si acquieta, senza sforzo apparente: non è il momento di soffrire, non è il momento di morire. È una delle poche canzoni di Townes che potrebbe essere veramente interpretata come ottimistica, di rara bellezza e cautamente ottimistica. L’album, prodotto dal manager di Van Zandt, Kevin Eggers a Los Angeles, è pressoché perfetto.
Nulla spicca il volo più facilmente di “To Live’s to Fly”, il parallelo più vicino alla scrittura di Kerouac. In quel periodo, Townes tentava di controllare l’abuso di sostanze e, intitolando il suo album successivo “The Late, Great Townes Van Zandt” (1972), si prendeva in giro, facendo riferimento a un’ipotetica overdose. Un’opera scolpita nella roccia, “The Late, Great Townes Van Zandt” si fonda sui classici “If I Needed You” e “Pancho and Lefty”. Canzoni che, anche se sotterrate quasi anonimamente verso la fine del disco, avrebbero portato Van Zandt in cima alle classifiche per la prima e ultima volta grazie ai duetti di Emmylou Harris e Don Williams (“If I Needed You” del 1981) e Willie Nelson e Merle Haggard (“Pancho and Lefty” del 1983). “Pancho and Lefty”, in sostanza, è l’antidoto demolitore di ogni canzone cliché sul vecchio west che sia mai stata scritta: “I’m a cowboy / bad ass singer on the road”. Pancho e Lefty sono due banditi separati dal tradimento, che vivono al di fuori della legge per mantenere la loro libertà. La melodia è una delle più belle di sempre. Pancho è morto, Lefty si ubriaca fino alla morte in un hotel di Cleveland e i federali, che hanno pagato uno per catturare l’altro, festeggiano. “Well the poets tell how Pancho fell / Lefty’s living in a cheap hotel / The desert’s quiet, Cleveland’s cold / So the story ends, we’re told / Pancho needs your prayers, it’s true/But save a few for Lefty, too / He just did what he had to do / Now he’s growing old / A few gray federales say / They could have had him any day / They only let him go so wrong / Out of kindness, I suppose”. Raramente una canzone descrive così chiaramente la mitologia americana del Vecchio West – tutte stronzate. Resta la sbalorditiva “Snow Don’t Fall” dedicata alla sua ragazza Leslie Jo Richards, uccisa mentre faceva l’autostop: “My love lies ’neath frozen skies”, piange Townes, “and waits in sweet repose for me”. Questa canzone rimane la sua più grande lezione di musica contemporanea. “Snow Don’t Fall” sono due versi e un bridge per poi ripetere la prima strofa. È una canzone perfetta in così poche righe.

A questo punto, le prolifiche uscite – sei album in cinque anni – lo avevano reso una leggenda vivente tra i cantautori texani. Guy Clark, Ray Wylie Hubbard, Billy Joe Shaver e Jerry Jeff Walker furono i suoi principali sostenitori. “L’ispirazione non era quella di essere come Townes”, dice Clark, “ma di riuscire a trovare quel luogo dentro di sé per scrivere come lui”. Il rasoio taglia più veloce se dritto. E la successiva uscita, il suo capolavoro, ne fu la prova inconfutabile.
Live at the Old Quarter” (1977), registrato su uno stand di sette serate al The Old Quarter, Houston, Texas, nel luglio del 1973, mette in scena i suoi racconti. È solo, in acustico, tutto risulta allineato. A 29 anni, Van Zandt si esibisce in modo struggente (“Pancho and Lefty”, “If I Needed You”), potente (“White Freightliner Blues”, “Tecumseh Valley”) e con forza accecante (“Lungs”, “Mr. Mudd & Mr. Gold”). Le cover rafforzano lo spirito asciutto e la semplicità del concerto (“Chauffeur’s Blues” di Memphis Minnie e “Cocaine Blues” di T. J. “Red” Arnall). Soprattutto se confrontato con i mediocri album live che disseminano il suo catalogo postumo – tra questi “In Pain” (1999), “Absolutely Nothing” (2002) e “Acoustic Blue” (2003) – questo impeccabile set di 27 canzoni si distingue facilmente come il suo lavoro definitivo. Era come vedere Bob Dylan e Hank Williams insieme sul palco. È fantastico, c’è tutto il Townes del quale abbiamo bisogno.
Il suo comportamento errante lo ha certamente penalizzato nel music business, ma le canzoni stesse potrebbero essere state il suo più forte deterrente. Lo aveva capito. “Il tipo di canzoni che suono non sono quello che si potrebbero definire di successo”, disse una volta. “La maggior parte della gente a Nashville non fa le cose così. Non è fatta per me”. Era un veleno per le big label, ma se “Pancho and Lefty” fosse diventato il punto di riferimento a Nashville, molte persone sarebbero rimaste senza lavoro.
Sei anni dopo “The Late, Great Townes Van Zandt”, “Flyin’ Shoes” (1978) è il suo miglior album in studio. Accende storie d’amore (“No Place To Fall”), di passione (“Loretta”), di desiderio (“Dollar Bill Blues”) e di devozione (“Pueblo Waltz”). L’armonica di Gary Scruggs trasforma “Flyin’ Shoes” nel più bel sogno a occhi aperti di Van Zandt. Registrato nello studio di Chips Moman a Nashville, “Flyin’ Shoes” ha una vasta gamma di musicisti in supporto – Spooner Oldham (pianoforte), Jimmy Day (chitarra) e Randy Scruggs (mandolino) – che gli conferiscono una ricchezza incrollabile. Canzoni come “Snake Song”, “Brother Flower” e una cover di “Who Do You Love” di Bo Diddley. Nessuno lavoro in studio cattura meglio la sua essenza. Il valzer di “No Place To Fall” è un lamento disperato, un’anima che ha bisogno di un rifugio, un qualsiasi rifugio, intellettuale, spirituale, fisico, o semplicemente un fottuto posto dove nascondersi. “Ain’t much of a lover,/here then I’m gone/ and I’m forever blue”.
Passarono altri nove anni prima che registrasse di nuovo. La sua produzione era diminuita notevolmente in quantità, ma la qualità era rimasta per lo più elevata. “At My Window” (1987), con Mickey Raphael (armonica), Roy Huskey Jr. (basso) e Kenny Malone (batteria), è la sua collaborazione di maggior successo con Jack Clement. In particolare, il tocco, questa volta delicato del produttore, permette al disco di brillare come le istantanee al tramonto (“Snowin’ on Raton”, “The Catfish Song”). Il vocalismo stanco di Van Zandt si rivela trionfante. I suoni dell’età infestano positivamente la title track e sono perfetti in “For the Sake of the Song”, ma la loro profondità ne mette in luce l’assenza nelle leggere “Little Sundance No. 2” e “Gone, Gone Blues”.
Spingendosi verso la metà dei quaranta, aveva già superato la prevista data di scadenza di un decennio o forse due. Gli era rimasto solo un nuovo album in studio, e ci sarebbero voluti altri sette anni per arrivarci. Nel frattempo, il suo album “Seven Come Eleven” (registrato all’inizio degli anni Settanta), e da lungo tempo abbandonato, uscì col titolo di “The Nashville Sessions” (1993). Presenta moltissimi titoli le cui versioni definitive erano già state ultimate, “At My Window”, “Rex’s Blues”, “Loretta”, “Buckskin Stallion”. “The Nashville Sessions” offre principalmente due rivelazioni: “White Freightliners Blues” e “Two Girls”. La seconda soprattutto offre uno dei suoi testi più surreali: “The swimming hole was full of rum / And I tried to find out why”, “All I learned was this, my friend / You gotta learn to swim before you fly”. “Penso che questo verso sia semplicemente straordinario”, ricorda Guy Clark, “lo cito sempre”.
La carriera discografica di Van Zandt si concluse con “No Deeper Blue” (1994). È quasi blues, la voce è da bluesman, ma manca, paradossalmente, di forza e di spessore. L’album si apre con due strazianti diari di viaggio (“A Song For”, “The Hole”) e il ritratto francescano di una homeless (“Marie”). Tuttavia, a parte le familiari (“Katie Belle Blue”) e il tributo agli amici (“Blaze’s Blues”, “Cowboy Junkies Lament”), a volte si affievolisce. In “Gone Too Long” pronuncia le sue ultime parole: “I’ve been gone too long/Too long gone, too long”, “Travelin’ hard, I just can’t get back home/It’s hard to believe I’ve done all that much wrong”.
Alla fine, il cantautore ha adescato i demoni per 52 anni prima di morire nella sua casa di Nashville il giorno di Capodanno del 1997. Il suo impatto si amplifica ogni giorno di più. Con più grazia di qualsiasi altro essere umano, i doni che ha ricevuto e l’ispirazione che ha regalato sono stati doni spirituali. Quella di Van Zandt era un’arte matura per la sua rinascita postuma, e la storia recente l’ha dimostrato. In particolare, i cantautori texani Guy Clark (“To Live’s to Fly”), Billy Joe Shaver (“White Freightliner Blues”) e Steve Earle (“Two Girls”), tra gli altri, hanno collaborato al tributo Poet (“A Tribute To Townes Van Zandt”, 2001). E nel maggio 2009, Earle ha conquistato la Top 20 di Billboard con il suo album tributo a Townes.

Le più belle cover di Townes (in rigoroso ordine alfabetico):
“Waitin’ Around to Die” The Be Good Tanyas
“Mr. Mudd and Mr. Gold” Vince Bell
“To Live’s To Fly” Guy Clark (con Emmylou Harris)
“If I Needed You” Dead Ringer Band
“Brand New Companion” Steve Earle
“Buckskin Stallion Blues” Jimmie Dale Gilmore and Mudhoney
“Tecumseh Valley” Nanci Griffith
“Pancho and Lefty” Emmylou Harris
“Snowin’ on Raton” Robert Earl Keen
“Flyin’ Shoes” Lyle Lovett
“You Are Not Needed Now” Jonell Mosser
“Snake Song” David Olney
“Harm’s Swift Way” Robert Plant
“Loretta” John Prine
“No Lonesome Tune” Peter Rowan
“I’ll Be Here in the Morning” Sid Selvidge (con Amy Speace)
“Dollar Bill Blues” Shinyribs
“Where I Lead Me” Eric Taylor
“No Place to Fall” Steve Young

No Deeper Blue
Mi sono sempre meravigliato del modo nel quale una melodia di Townes Van Zandt suonata in tonalità maggiore può comunque suonare minore. “To Live Is To Fly” è un esempio. “Colorado Girl”, un altro. Può anche muoversi in modo imprevedibile da una tonalità minore a un’altra, come se stesse scandagliando una realtà emotiva che la maggior parte di noi non ha a sua disposizione. La capacità di plasmare e trasformare una melodia conferisce alle sue canzoni una qualità sorprendentemente formale, come se l’umore si intensificasse quanto più è guidato dalla struttura musicale e, spingendosi su una scala di maggiore intensità, si liberasse. Mi viene in mente “Flyin’ Shoes”. Mi viene in mente anche una frase di Emily Dickinson: “Dopo un grande dolore, arriva un sentimento formale”. La Dickinson condivise un terreno emotivo simile: un cuore spezzato, la disperazione, l’oblio, la trascendenza.
La struttura musicale è una cosa, ma il testo ha un mistero simile, e qui sono su un terreno più solido. Non conosco nessun altro cantautore che pratichi il mestiere della poesia come Townes Van Zandt. I suoi versi sono attenti come un qualsiasi espressione poetica, il suo uso accattivante della rima e il suo gioco con il linguaggio mi fanno vivere le canzoni non solo come musica, ma come espressione letteraria. Il carico emotivo della disperazione personale e la responsabilità dell’amore trovano l’armonia.
In molti testi, svolta verso la natura, anche quella apparentemente più semplice, uno scroscio di pioggia. Sono colpito da quanto spesso egli si allontani dalla circostanza personale per arrivare al cielo, al vento, al sole, all’acqua, alla luce, al buio. Il respiro si trasforma in melodia, suggerendo una trasformazione dell’ordinario in arte. La svolta dimostra anche che l’immaginazione umana, nonostante tutta la sua oscurità, si schiarisce quando ritorna alla natura. Trova la prospettiva più ampia possibile, qualcosa di universale e senza tempo che semplicemente ripiega l’esperienza umana nella sua realtà silenziosa. È questa la nostra via d’uscita? O è semplicemente la nostra verità? Mi piace pensare che sia la seconda. Non riesco a pensare a un altro cantautore che torni alla natura con tanta eloquenza e saggezza. È una mossa antica nella poesia.
È come leggere Robert Frost: gli espedienti poetici sono racchiusi così strettamente in una così piccola ripartizione di tempo. Questo è il tipo di speranza che ognuno di noi avrebbe, una speranza eterna, quella di poter finalmente sfuggire ai tratti più oscuri della condizione umana.
Townes Van Zandt è il mio santo e io sono il suo fanciullo.
Solenne come la pietra. Selvaggio come il vento. Tutto, da “Flying Shoes” a “You Are Not Needed Now” a “Heavenly House Boat” a “Greensboro Woman”. I fili si intrecciano tra loro. Quei respiri canori ti riscaldano con il calore di un gesto familiare.
Ma Townes non è mai stato Townes in studio. Lo posso vedere mentre si tiene il viso dentro uno studio di registrazione. Lo si può avvertire mentre cerca di suonare “Townesy”. Un volto pietrificato.
Un poeta è un meteorologo. Tiene dentro un occhio vigile sul tempo. Gioca d’azzardo per te.
E Townes era Townes sulla strada dove è stato sempre profeta della sabbia. Quel corpo sottile con occhi animaleschi, che non hanno mai significato per l’uomo.
Ho visto Townes, era la fine del 1994, a Torino. Non ricordo quale maglietta indossassi quella sera. Stava in piedi, fuori dal locale con la schiena appoggiata al muro, bevendo whisky. Noi a ripetergli domande idiote (“È vero che stavi per finire con i 13th Floor Elevators? Chi era Kathleen? E Loretta?). Stava sulla schiena. Anche Hank Williams cadeva sulla schiena, quando era ubriaco e andava a caccia e la schiena gli faceva male come un fulmine del cielo, se non di più. Ci chiese di seguirlo in hotel. Non andammo. Con Townes, il cielo cade sempre. Oggi, credo, sia diventato il dolce fianco delle Montagne Rocciose che sale dalla pietra al cielo. E spero di rivederlo un giorno. Con gli occhi aperti, spalancati.
Urlando di stupore.

Pagina 1 – Pagina 2

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"