“Moondance”: la mistica sensualità di Van Morrison

Fate un esercizio semplice semplice: prendete l’ultimo lustro, 2016-2020, e provate a considerare le ricorrenze decennali delle uscite discografiche, per esempio gli album pubblicati nel 1966, anno in cui per la prima volta il pop generava in quantità capolavori che sarebbero diventati artisticamente rilevanti e non solo dischi valutati in termini di vendite. Gira un po’ la testa, vero? Eh, sì: in un solo anno potevano vedere la luce 15, 20, persino 30!, di quelle che oggi consideriamo pietre miliari della Nostra Musica.
Non fa eccezione, anzi è forse uno dei più importanti, il 1970. A fine febbraio erano già usciti, per rimanere in territori di eccellenza: “The Madcaps Laughs” (Syd Barrett), “Bridge Over Troubled Water” (Simon & Garfunkel), “Sweet Baby James” (James Taylor) e, naturalmente, “John Phillips” (A.K.A. “John, The Wolfking Of L.A.”, del leader dei The Mamas & The Papas) e “Moondance” , due album pubblicati a pochi giorni di distanza e che a fine decennio avrebbero percorso un tratto di percorso in comune, dato che finirono per risultare entrambi i più votati in un curioso contest di Rolling Stone su “Il lato più perfetto della Storia della Musica Rock”. Per la cronaca: la spuntò il Lato A del disco dell’irlandese.
Astral Weeks”, uscito nel novembre 1968, era un unicum, qualcosa di totalmente diverso dal passato coi Them, ma anche dai primi passi da solista, entusiasmanti e baciati da discreto successo (Brown Eyed Girl è presente nel 90% delle compilation dedicate ai sixties, per dire, oltre che essere responsabile di una delle più belle canzoni scritte da Steve Wynn per i Dream Syndicate), ma difficili per via del rapporto con Bert Berns, manager e produttore che vedeva Morrison come un hit maker, mentre Van aspirava a un ruolo da cantautore di più ampio respiro, svincolato dal meccanismo delle classifiche. Sembra impossibile, eppure all’epoca la cosa non era così strana: le etichette investivano i guadagni delle grosse hit puntando su artisti di qualità che garantissero vendite costanti nel tempo.
Quell’album, a tutt’oggi uno dei sommi esempi di un’epoca irripetibile, rappresentava un genere a sé stante, inclassificabile: immancabile in ogni discoteca che si rispetti, al tempo non vendette quasi nulla, anche perché né l’artista, né il management (nuovo, dopo la rottura con Berns) sapevano bene che fare di quel materiale: dal vivo era difficile riproporre un sound così sofisticato, non si potevano coinvolgere grandi platee… Insomma, la promozione lasciò a desiderare e non andò meglio con la stampa: tutti i critici più importanti colsero l’importanza delle Settimane Astrali, ma le lusinghiere recensioni erano poco aiutate dall’assenza di un brano-guida che fungesse da singolo per una programmazione radiofonica. Aggiungiamo che l’album era stato pubblicato in anticipo sulla fortunosa mini tornée che sarebbe partita a fine gennaio 1969, data inizialmente programmata per l’uscita del disco, e che Van mandava tutti in confusione nelle rare apparizioni televisive perché si rifiutava di mimare in playback.
Nonostante questo panorama poco idilliaco, una settimana di ingaggio al Whiskey di Los Angeles permise di rinsaldare il rapporto con i Doors dell’omonimo Jim, i quali avevano conosciuto Morrison al tempo del periodo californiano dei Them e avevano appreso da lui molto più di quanto si possa pensare (basterebbe un ascolto della loro versione di Gloria su “Alive She Cried” per sincerarsene). Van sente la frustrazione di questa situazione, vede e sente l’energia dei californiani quando sono sul palco, mentre lui a volte deve interrompere la performance per richiamare (spesso rudemente, com’è nel personaggio) l’attenzione del pubblico vociante e più concentrato sui drink che su una musica così esoterica.
Rientrato a Manhattan, l’irlandese avverte il bisogno di allontanarsi dall’ambiente urbano e, affiancato dalla moglie Janet Planet, opta per Woodstock, dove spera di incontrare Bob Dylan, che all’epoca abita da quelle parti ed è l’unico artista contemporaneo che davvero ammiri: si incontreranno solo una dozzina d’anni dopo, perché poco tempo dopo l’arrivo di Morrison Zimmie si sposta nuovamente. Ma nonostante la differenza di confort rispetto alla Big Apple, le prime prove dei nuovi brani che Van sta scrivendo risultano più che soddisfacenti, aiutate dall’ambiente rilassato e bucolico, dal rapporto sereno e appagante con Janet (che traspare in molte delle liriche di quegli anni).
L’assenza di una fama consolidata e la possibilità di muoversi in maniera anonima garantiscono a Morrison la tranquillità, ma il sentimento è ambivalente: Van sa di essere destinato a qualcosa di più, sa di meritare maggiore attenzione, vuole realizzare un disco che possa proiettarlo nel mondo del successo.
Quando esce, “Moondance” colpisce tutti per la qualità delle canzoni, per gli arrangiamenti, per l’esecuzione, per la prova vocale del protagonista: sembra di ascoltare una versione r&b di Dylan & The Band. Se “Astral Weeks” presentava d’acchito una strumentazione inusuale per l’autore, And It Stoned Me inaugura il famoso “Lato A pù bello del mondo” con un colpo di grancassa e subito la voce prende la scena: uno dei frequenti racconti dell’adolescenza morrisoniana in quel di Belfast (un racconto nostalgico, nonostante il protagonista abbia in quel momento meno di 25 anni, quindi non molto distante temporalmente dagli accadimenti descritti), quando due amici vengono sorpresi dalla pioggia durante una gita in campagna, una pioggia che li “stona” quasi quanto l’ebbrezza causata dall’assunzione di qualche illecita sostanza.
La ballata sembra muoversi nei territori che Otis Redding stava iniziando ad esplorare con (Sittin’ On ) The Dock Of The Bay, Morrison canta compassato su una base sostenuta dal pianoforte di Jeff Labes e gli inserti dei fiati (Jack Schroer e Collin Tillton), mentre John Platania ricama l’arpeggio di chitarra che introduce le strofe, per andare fino al cambio di tonalità ed enfasi della voce, che va a concludere in crescendo.
I piatti della batteria di Gary Mallaber cadenzano lo swing di stampo jazzistico della title track, gioiello arricchito da un’interpretazione che palesa tutta la tensione erotica sottesa al romanticismo del testo (che quasi tre decenni dopo sarebbe stata svilita dalla cover senz’anima di tal Michael Bublè): piano e sax ancora in evidenza, ed è una goduria.

Van è innamoratissimo di Janet, lo si percepisce da composizioni quali Crazy Love, cantata in falsetto, sostenuta da un coro femminile, chitarra arpeggiata, molto delicata. Caravan è quasi l’opposto: “Laa, laaaa, la, la”, l’esplosione di un coro liberatorio che conclude ogni strofa, con quel finale di stampo gospel, come quando la frenesia si impadronisce dei cantori che rubano la scena all’officiante.
Ma poteva il nostro non concedere una parentesi al misticismo sensuale che favorisce l’amore puro? La chitarra detta il tempo, una delle più inconfondibili linee di basso di sempre (sia lode a John Klingberg: ascoltate il lavorio del suo manico in tutte le canzoni) per una delle più belle canzoni di sempre di Van The Man.
Ho ribadito più volte questa considerazione per la prima facciata, confermo che è un capolavoro, ma l’ascolto del lato B non si discosta molto: Come Running (scelto quale singolo, un onesto 39° posto negli Hot100 di Billboard) è il gospel aggiornato alla lezione di Delaney & Bonnie (che proprio l’anno precedente avevano pubblicato “Accept No Substitute”, il mio preferito della loro discografia), con le congas di Guy Masson a rendere il ritmo ancora più spinto, mentre These Dreams Of You è uno shuffle cadenzato dai fiati che fraseggiano tra loro, a rivelare le massicce dosi di blues che avevano caratterizzato gli ascolti giovanili.
Vi mancava un altro momento di romantico lirismo? Brand New Day vede di nuovo Emily Houston, Jackie Verdell e Judy Clay ai cori, la melodia è splendida, Labes regala una performance pianistica che suscita brividi, Platania una volta tanto imbraccia l’elettrica. Siamo ancora rapiti da questa parentesi bucolica quando veniamo ridestati da un clavicembalo che introduce Everyone, un brano folk quasi medievale con flauto in evidenza e ritmo dispari che preparano alla festa di commiato rappresentata da Glad Tidings, vero anello di congiunzione col passato dell’artista, figlia di Brown Eyed Girl e propedeutica a quanto verrà dopo pochi mesi, ovvero “His Band And The Street Choir”, l’album che regalerà a Van Morrison il suo secondo hit single (Domino) e che rappresenterà la sua prova in studio più devota al soul, ma di questo parleremo al momento giusto. Ora lasciatemi rimettere daccapo:

Half a mile from the county fair
And the rain came pourin’ down
Me and Billy standin’ there
With a silver half a crown

(“Moondance” veniva pubblicato il 28 febbraio 1970 e raggiungeva la posizione numero 29 nelle charts di Billboard)

A distanza di cinquant’anni Van Morrison riesce ancora ad emozionarci. Se vuoi leggere la recensione del suo ultimo album, “Three Chords & The Truth” la puoi trovare accedendo a questa pagina.

Massimo Perolini

Appassionato di musica, libri, cinema e Toro. Ex conduttore radiofonico per varie emittenti torinesi e manager di alcune band locali. Il suo motto l'ha preso da David Bowie: "I am the dj, I am what I play".