Frankie Miller – Stubborn Kinda Fella

Era soltanto attraverso un vicolo stretto che arrivavamo alla strada che costeggiava la riva sinistra del fiume. Glasgow è una città che non conosce il silenzio. Anche quando tutto tace, il fluire della corrente è il costante rumore di fondo. Una preghiera assoluta, il fruscio di un vinile dopo l’ultima canzone di Solomon Burke. Questa è Glasgow, questo è il fiume Clyde. Tiene imprigionato il silenzio in un modo che tutti gli abitanti possano solo immaginarlo, come una leggenda lontana da raccogliere, scettici. Quando poi arrivi a Glasgow oltrepassando il mare, quando risali il continente e approdi lì, scopri di aver dimenticato cos’è il rumore senza rumore.
Sono nato a Bridgeton nell’East End di Glasgow nel 1949 all’ombra del Parkhead Stadium, la casa del Celtic. The Paradise (il paradiso). Un giorno, dopo una partita contro i Rangers, strappai la maglia al mio amico Jimmy Johnstone e poi la indossai ogni singola notte durante un tour negli Stati Uniti. In realtà, football a parte, volevo solo diventare un cantante blues, studiavo tutto il giorno Ray Charles e Sam Cooke. A 15 anni lasciai la scuola, iniziai il mio apprendistato come elettricista, ma tornai presto alla musica. Nel 1967, dopo una breve parentesi con i Del-Jacks, formai un nuovo gruppo, i Sock ‘Em JB. Quanto amavo quella canzone di Rex Garvin. Top, top, stomper. Datemi ancora un dancefloor, magari il Barrowland. Siamo rimasti insieme solo per pochi mesi, poi passai agli Stoics. Con me negli Stoics alla chitarra c’era Jimmy Doris. Dopo lo scioglimento della band, Jimmy Doris si concentrò sulla scrittura, in particolare per Lulu (ricordate Oh Me Oh My I`m frankie millerA Fool For You Baby, la cantava anche Aretha, la Regina), finché un autobus non lo schiantò per sempre, una sera a Londra. Anche gli Stoics furono di breve durata e allora sono partito per Londra. Ho incontrato Robin Trower dei Procol Harum e così nacquero i Jude. Suonavamo nel circuito dei club londinesi e la nostra reputazione crebbe fino a creare un seguito di appassionati. Purtroppo non registrammo mai nulla. Mi aggiravo sul palco con un berretto con su scritto Farmer John e una maglietta a righe giallo nere gridando It’ll Take A Lot To Laugh di Dylan e He’ll Have To Go di Jim Reeves. Alla fine dell’epoca Jude firmai un contratto con la Chrysalis e registrai il mio primo album, Once In A Blue Moon, e la mia band erano i Brinsley Schwarz. Anche se acclamato dalla critica, l’album non vendette, ma attirò l’attenzione di Allen Toussaint che mi invitò negli Stati Uniti per registrare il seguito di Once In A Blue Moon, High Life. Ora cosa ci facesse un ragazzo scozzese, con quell’accento così aspro, i capelli color sabbia e l’anima di Otis Redding addosso con il più grande produttore di New Orleans, ancora oggi, non lo so, ma un giorno Allen mi disse “sono contento che tu sia entrato nella mia vita e mi permetta di condividere una parte della tua”. Adesso smettete di leggere queste mie stronzate e andate a ascoltarvi “Little Angel”, è una ballata soul costruita sul piano di Toussaint e su una linea di basso che ti si insinua dentro come una lava sotteranea. Iniziate qui e poi proseguite con tutto quel maledetto album. Non rimarrete delusi. Commercialmente non andò bene e i soldi con quelle canzoni se li fecero solo i Three Dog Night e Betty Wright. Nel 1975 ho registrato The Rock. Dagli studi vedevo l’isola di Alacatraz e il penitenziario federale. Solo la musica mi aveva salvato da quel tipo di destino.
Per quel disco avevo scritto “Drunken Nights in the City” dedicata al mio buddy Jimmy Johnstone. “Drunken nights on the city, Are showing their toes, They’ll take you for all that you owe. You cant judge a book, And you cant judge a crook, Down where the men, they cant go”. Mi mancavano Glasgow e i suoi pub. Esistono edifici concepiti per una funzione specifica che tendono avere caratteristiche comuni. I pub di Glasgow sembravano progettati per essere eternamente tetri. Dove c’erano delle vetrate, i vetri erano appannati al duplice scopo di nascondere al resto del mondo coloro che si dedicavano alla nobile attività del bere e di attenuare ogni traccia di luce solare riducendola a un insipido chiarore lattiginoso. Quando entravamo qualche testa si voltava per guardarci, ma dopo che ordinavamo un paio di whisky e ci sedevamo a un tavolo isolato, gli altri avventori ci ignoravano. Stare a Glasgow, in fondo, era un po’ come essere a Harlem.
Negli anni successivi ho prodotto una serie di album di successo. Praticamente uno all’anno: Full House (1977), Double Trouble (1978), Falling in Love (1979), Easy Money (1980), Standing On The Edge (1982), Dancing In The Rain (1986) e BBC Radio1 in Concert (1994). Ho dovuto attendere il ’78 per avere una Top 10 , “Darlin”. Il mio più grande successo non era una canzone scritta da me. Non ho mai avuto la fortuna di Joe Cocker. Ed è una vergogna perché, a differenza di Joe, io mi scrivo le canzoni. E come interprete? Beh come interprete sono al pari di Joe e Rod. Sono sicuro che anche loro sarebbero d’accordo. Anzi meglio per loro che lo siano.
Il 26 agosto 1994 con la mia compagna Annette ero a New York per incontrare Joe Walsh. Dopo lo show Annette andò a letto lasciandomi da solo a scrivere. Io, la mia chitarra e un Old Pulteney vecchio diciasette anni. Improvvisamente un residuo di coscienza mi indusse a socchiudere gli occhi e il mio sguardo debole inviò al mondo una richiesta di aiuto. Come un bagliore sulla mia vita, osservai la stanza nella quale avevo vissuto con mia madre per molti anni a Glasgow, era così piccola. La percepivo così vagamente, come se un enorme macigno mi impedisse di uscirne. Stavo sprofondando in un abisso senza fondo, una specie di flebile luce mi tratteneva confusamente rallentando il mio affondare. Qualche ora dopo Annette, dopo essersi alzata, scese rumorosamente le scale. Il suono dei suoi passi materni fece sì che la mia vita sul punto di spegnersi, per un breve istante cercasse di recuperare il suo palpito. Mi trovò ricoperto di sangue. Chiamò un’ambulanza e mi tenne in vita per circa 20 minuti fino all’arrivo dei soccorsi. Emersi dopo 5 mesi. E altri 15 mesi per imparare a camminare, parlare e riprendermi l’esistenza. Un giorno venne a trovarmi Graham Lyle. Si portò dietro una chitarra. Mi chiese di provare a suonare un accordo in do mi resi conto che il vecchio Frankie stava tornando.
Rod Stewart una volta ha detto “Frankie Miller è l’unico cantante bianco che mi ha fatto piangere”. Nessuno sa cosa mi riservi il futuro, ma continuo a scrivere blues. Per me, la vita migliora ogni giorno.

Riccardo Magagna

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"