Buscaderos e Trovatori: e in mezzo a loro, Bocephus King

Dicono che le caratteristiche più importanti di un buon giornalista siano il distacco e l’obbiettività: il pieno controllo critico sulla situazione insomma, scevro da ogni simpatia personale, inclinazione particolare e – soprattutto – da ogni legaccio d’ordine empatico e soggettivo. E la critica musicale, a quanto pare, non dovrebbe esulare da tutto questo: anzi, soprattutto in quella vi dovrebbe essere – almeno continuando a seguire il profilo tracciato dalla medesima scuola di pensiero testè citata – un distacco forte e necessario, dal momento che, in quanto forma d’arte diretta e primigenia, la musica crea un legame ancora più immediato ed energico tra agente e ‘patente’. In questo, bisognerebbe pertanto necessariamente rifarsi ad una norma di comportamento simile a quella indicata dai più leggendari capostipiti della critica rock anni ’70 allorquando, da mero esercizio da rotocalco di quart’ordine, tale pratica diventò vera e propria letteratura da intenditore.
E’ fatto noto, ad esempio, che il ben famoso Lester Bangs (un vero mito per gente a cui, come il sottoscritto, piace svolgere ricerche archeologiche sulle fonti contemporanee agli artisti più amati) riuscì a stroncare addirittura un album come Led Zeppelin III (i cui autori non credo di dovervi svelare) sulle pagine della mitologica Rolling Stone, che pure venne acclamato dal pubblico e dalla maggior parte della critica dell’epoca, e che conteneva in effetti brani di inusitata bellezza quali Tangerine e Since I’ve been loving you, e di potenza assoluta come Immigrant Song.
Ma indovinate un po’, invece, quale critico divenne celebre e indelebile alle memorie future di tutti rock-fanatici? Ebbene, se avete risposto “Lester” di certo non avete sbagliato. E questo sarà anche il motivo per il quale, molto probabilmente, non passerò alla storia in qualità di nuovo modello di critico iper-virtuoso, spietato e tagliente. In questo, mi sento molto più vicino semmai alla qualifica di aiuta-band, di amante del loro rock, delle loro liriche, delle loro melodiche passioni e del loro essere: ma devo pur ammettere che in questo sono assolutamente facilitato dal fatto che il mio ruolo, lontano dall’essere un compito imposto e impartito, è al momento una passione almeno altrettanto ‘intonata e sincronica’ rispetto alla musica dei gruppi che mi scelgo di ascoltare e recensire.
E ovviamente, potendomela io ancora scegliere, non posso che selezionare per il meglio: eccezion fatta però per alcune fortunatissime eccezioni, che si posizionano oltre la categoria già elettiva del “meglio”: come quella a cui mi è occorso volontariamente di assistere sabato sera, tra le accoglienti e sorridentissime pareti del Folk Club di Torino, luogo underground storico e unanimemente riconosciuto dalla fauna sabauda tra i migliori ‘spacciatori’ di musica per i palati più esigenti per il gusto jazz e folk-rock. Maestro di cerimonia della serata un certo Jamie Perry, al secolo artisticamente riconosciuto con il nome di Bocephus King, moderno trovatore canadese proveniente da Tsawwassen, una piccolissima cittadina affacciata sull’Oceano Pacifico dal fiero nome indiano.
Nato da un punto di incontro e di approdo, così come è la sua musica che riesce fin dal primo accordo a catalizzare acustica attenzione e mimetica passione e a far viaggiare l’ascoltatore verso altri lidi musicali allo stesso tempo, dotato di una metrica e uno stile capace di spaziare tra sonorità blues, gospel, gipsy e country. Non per nulla nella sua produzione sono evidenti le eco di riferimenti musicali provenienti da quella medesima radice sonora che va da Woody Guthrie passando per Dylan, Springsteen fino a Waits e Nick Cave, ma che non disdegna i riflessi cromaticamente più vivaci del geniale pop-rock di Prince.
Occasione della sua provvidenziale discesa in quel di Torino era il ventennale del suo primissimo concerto del Folk Club, al quale si è prontamente unita l’anteprima del suo nuovo album – il sesto della sua produzione – che porterà il titolo di “The Infinite & The Autogrill VOL. 1”, disponibile a chiunque volesse impreziosire la propria collezione già dal prossimo febbraio. Una anteprima che già da sola sarebbe bastata a rendere la serata memorabile, vista l’eccezionalità della situazione, ma che si è via via ancor più arricchita della compresenza di ospiti d’eccezione, a far da contraltare ad un Bocephus grande mattatore di serata, definitivamente adornando la medesima con gli addobbi tipici dell’imperdibilità. Per non farci mancare nulla, Jamie – alias Bocephus – si presenta al nastro di partenza con un gruppo di musicisti davvero d’eccezione, affiatati e divertiti in prima persona da una serata che deve averli inebriati di musica e beveraggi almeno quanto lo sono stati i felicissimi spettatori.
Come da ruolino di marcia, con una compagnia di sei elementi che dialogavano tra i sapienti fiati di Raffaele Kohler e Mario Arcari, le percussioni di Massimiliano Malavasi unite alle chitarre di Alex Kid Gariazzo e Michele Guaglio, e alla stupenda controvoce femminile di Claudia Buzzetti, la sala ha assistito con estasi alla ‘scoperta’ di un album dal sapore confidente e rassicurante che avrebbe una serata fatta di buon vino, amici sinceri, confidenze e racconti e tanta voglia di vivere e sorridere. Un album mai banale né tantomeno scontato, costruito sul filo conduttore che parte dall’arte compositiva degli antichi ‘trobadori’ per arrivare ai più moderni ‘buscaderos’, menestrelli a cui piaceva raccontare e vivere storie reali, quotidiane, vitali; e per questo, tra 7 inediti che in parte superano e vanno oltre la sua passata produzione musicale di cantastorie a tinte folk-rock, infila due felicissime versioni di altrettanti pezzi – “Lugano addio” che diventa “Farewell Lugano”, e “Creuza de Ma” – appartenenti a due autori facilmente assommabili alla tradizione cantastoriesca, che nella musica italiana hanno un posto certo nella Storia (quella per l’appunto con la S maiuscola): quei Fabrizio De Andrè e Ivan Graziani che cantavano “le anime perse” e comuni, e le cui melodie, all’interno della struttura del nuovo album di Bocephus, riescono ad amalgamarsi e a creare un discorso unico e calibrato per intenzioni, musicalità ed estetica compositiva.
Una prima parte di concerto che scorre via come seta su canapa, laddove le rughe della fibra canadese di Jamie vengono levigate dal mix di fiati e voce di cui si percepisce presenza scenica e pienezza sonora. Ed è proprio a questo punto, quando i ‘suonatori’ si mischiano per un attimo con il pubblico – ancora un po’ confortevolmente frastornato dall’ascolto di quelle melodie appena terminate – nella pausa programmata appositamente per separare il profano dal profanissimo, che s’inizia la festa. Spuntano fuori aneddoti e “fax” (si, pare ne esistano ancora alcuni reperti) dal passato, raccontati dai due giullareschi presentatori di turno Andrea Pavan (che, quando non veste i panni del sagace showman, è un giornalista dalla penna tagliente come una lama) e Davide Valfrè (promoter ma, soprattutto, ex direttore artistico del Folk Club), e confermati dalla viva voce di Jamie e dell’ottimo Andrea Parodi, artista completo, coprotagonista di un paio di duetti successivi, e ospite sopraffino in quel del Club. Sul palco è un via vai di artisti veri, a partire da un istrionico spumeggiante Bobo Rondelli (che si presenta sul palco con il suo karaoke wireless old style e un bellissimo porta carta igienica a tracolla, purtroppo già precedentemente brevettato dal medesimo), e dalla cantante violoncellista Simona Colonna che – insieme a Jamie e a Claudia Buzzetti – intona e suona una splendida versione musicata dell’Infinito di Leopardi: un ponte moderno tra 3 secoli di artistica storia patria, in un riadattamento musicale al sapor di Nick Cave. Del quale Jamie canta successivamente la sua Into my arms, sorretto dall’evocativa voce della splendida Saba Anglana, che subito dopo lui stesso provvede ad accompagnare con chitarra e voce nella loro “By foot, by boat, by train”; una canzone che parla ovviamente di viaggi della speranza, di migrazioni, che auspica accoglienza, e che – proprio a farlo apposta – ritorna a quelle stesse anime perse che sono uno dei leit motiv della serata. Si chiude ancora in musica, tra un saliscendi continuo di artisti, con una corale versione di “Kiss” del ‘genio di Minneapolis’ – al secolo, Prince – di “Don’t Let me down” dei Beatles, e – a chiudere definitivamente la festa, in un giro di trenino musicato tra il pubblico – con una interminabile passarella cantante e danzante di “You the most”.
La serata musicale si chiude praticamente lì, con un Jamie che saluta tutti, e che ritrovo un bel po’ dopo nuovamente sul palco ormai sbaraccato a suonare solitario la sua chitarra, intonando a mezza voce un paio di ritornelli a caso. E quando gli chiedo se stia cantando per sé stesso, la risposta non può che essere “Certamente, perché no?”.
Già: perché in fondo suoniamo e cantiamo per gli altri, spesso. Ma per brillare davvero, non serve poi mica troppo pubblico: basta un palco in penombra, una buona chitarra acustica adeguatamente accordata, dita sapienti, voce caldamente arrochita, e due orecchie e un cuore che ascolti.
E, al limite, il proprio – di fronte alla musica – va perfettamente bene.

 

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".