Travelin’ Thru: The Bootleg Series Vol. 15 1967 – 1969 (2 di 2)

Immagino che giungere a Nashville, nell’autunno del 1967, per Dylan sia stato come tornare a casa, in un luogo sicuro, conosciuto, e lì trovò favolosi musicisti, come Charlie McCoy, Pete Drake e il batterista dal tocco gentile, Kenny Buttrey. Un abbinamento perfetto per la suite di canzoni che aveva portato con sé. Quando più tardi a Robbie Robertson fu chiesto se avesse qualcosa da aggiungere all’album, “Lode a Dio, – disse – no. “John Wesley Harding”, il primo album di rock biblico, Dylan era impegnato a viaggiare verso la direzione opposta e la strada meno battuta della musica. Esattamente qui inizia il nuovo volume della Bootleg Series.

John Wesley Harding Sessions – alternative versions 1967
Nashville Skyline Sessions – alternative versions e outtakes 1969
Dylan/Cash Sessions Febbraio 1969
Bob Dylan al Johnny Cash Show, 1 maggio 1969
Self Portrait Sessions – outtakes, 3 maggio 1969
Bob Dylan With Earl Scruggs, 17 maggio 1970
John Wesley Harding Sessions

Si inizia con la protesta. “Drifter’s Escape” (Take 1) è ancora più afflitta della versione originale, più lenta. Una take favolosa. Un avvio favoloso. Bella “I Dreamed I Saw St Augustine”, seppur privata dell’armonica all’inizio e con una batteria più robusta, “All Along The Watchtower” (Take 3) è decisamente rock, rende più evidente quello che non conoscevamo prima che Jimi Hendrix ci aprisse gli occhi. “John Wesley Harding” (Take 1) ha una bella introduzione di armonica, fraseggi leggermente diversi, ma sembra una delle più vicine alla versione già pubblicata. La preferita è il bellissimo valzer di “As I Went Out One Morning”. La voce di Dylan è semplicemente superba, solo il modo nel quale canta “I offer’d her my hand/She took me by the arm/I knew that very instant/She meant to do me harm” mi porta le lacrime agli occhi. “I Pity The Poor Immigrant” (Take 4) è più up-tempo rispetto all’originale mentre per “I Am A Lonesome Hobo” (Take 4), al contrario, la versione pubblicata sembra più vivace di quella raccolta qui.
Nessuna di queste canzoni avrebbero reso “John Wesley Harding” un album inferiore a quello che è stato. Anzi questi brani sottolineano la grandezza e l’essenzialità di Dylan. Come lui stesso disse: ”Quello che sto cercando di fare ora è non usare troppa musica, troppe parole”.

Nashville Skyline Sessions.

“Nashville Skyline” fu registrato nel febbraio 1969. Per molti versi era un progetto più leggero del precedente, ma comunque un album importante. Dieci brevi canzoni, una delle quali strumentale, della durata di soli 27 minuti.
Lo stesso trio, Charlie McCoy, Pete Drake, Kenny Buttrey, costituisce il nucleo della band, Bob Wilson si unisce al pianoforte. “I Threw It All Away” (Take 1) è uno dei brani già usciti. Era incluso in “Another Self Portrait”. “To Be Alone With You” (Take 1) allude al desiderio di Dylan di realizzare una canzone per Jerry Lee Lewis, tuttavia, è una prima take, tutti stanno imparando la canzone. “Lay, Lady, Lay” (Take 2) è simile all’originale, specialmente quando si pensa alla voce, ma questa è musicalmente più nuda. Lo stesso si potrebbe dire di “One More Night” (Take 2). L’unica nuova canzone si chiama “Western Road” ed è un blues al 100%. Dylan gioca col testo e ride. Bello, ma si capisce che non rientrava nel progetto “Nashville Skyline”. “Peggy Day” (Take 1) è molto analoga alla versione dell’album, mentre “Tell Me That It Isn’t True” (Take 2) è il brano più distante da “Nashville Skyline” – l’arrangiamento è quasi pop, allontana dal dolore profondo dell’originale. Anche “Country Pie” (Take 2) è molto simile alla versione dell’album.
Le canzoni di “Nashville Skyline” non sono considerate allo stesso livello di “John Wesley Harding”. Anche le alternative takes non cambiano questa riserva. Ad ogni modo, l’abbraccio di Dylan al country è totale e ufficiale.

Sessions Dylan/Cash.

Molti appassionati avranno già avuto modo di conoscere alcune delle esecuzioni di queste sessions – naturalmente “Girl From The North Country”, ma altre sono state ampiamente bootlegate nel corso di questi anni. Ciò che è fantastico è che “Travelin’ Thru” contiene una panoramica molto più ampia rispetto al passato, con altre canzoni e altrettante chiacchere da studio.
Le registrazioni sono del 17 e del 18 febbraio 1969. Quella del 17 è una delle sessions di “Nashville Skyline”, Cash passa alla fine della giornata e registra diverse take di “I Still Miss Someone”, Dylan intona con eleganza i testi e si accorda con Johnny sul refrain. Cash ha un’idea, una sorta di mash-up tra la sua “Understand Your Man” e “Don’t Think Twice, It’s All Right”. Ci vuole un secondo a Dylan per capire, si unisce a lui, e dopo poco riprende a memoria il testo – Cash ride – felice di sapere che conosce la sua canzone, una canzone, peraltro, apertamente ispirata a quella di Dylan. Lo chiamano songwriting. Il giorno dopo sono accompagnati dalla band di Cash, con Marshall Grant al basso e Mr. Carl Perkins alla chitarra.
È Dylan a essere ospite di Cash. Questo è anche lo spirito della session, Johnny prende il comando. È interessante notare come Dylan, per molti versi al top della sua carriera, lo accetti, questo ci dice molto su di lui e molto sul suo profondo rispetto per Cash. “One Too Many Mornings” (Take 3) è una versione più completa, ma meno allegra, di quella che conosciamo dal documentario “Other Side of Nashville”. Dylan canta in modo incantevole nel suo registro più alto a fronte della voce più baritonale di Cash. Johnny è il protagonista della maggior parte delle canzoni, come nello standard country “Mountain Dew”, poi prosegue con una versione più completa di “I Still Miss Someone”, una delle più grandi e magnifiche canzoni di Cash. “Careless Love” è molto divertente, i due giganti che si scambiano e improvvisano versi, quando non li sentite ridere, potete sentirli scherzare.
La canzone era stata interpretata da Bessie Smith e da una impressionante serie di altri artisti, tra i quali Billie Holiday, Dinah Washington, Pete Seeger, Dave Van Ronk e Ray Charles. Con Carl Perkins in studio non resta che suonare un po’ di Sun Records sound, a cominciare da una versione fumante di “Matchbox” (Take 1), un momento di orgoglio per Dylan, fiancheggiato alla chitarra da uno dei grandi del rock’n’roll.
Segue la storica “That’s All Right, Mama” (Take 1) di Arthur Crudrup, lì dove, con Elvis, tutto ebbe inizio. Grande intensità, Dylan, da sempre appassionato di Elvis, l’aveva già registrata nelle session di “Freewheelin’”. “Mystery Train” le va dietro, ma nessuno ne ricorda il testo, Cash propone il classico di Woody Guthrie “This Train (Is Bound for Glory)”, ma anche questa canzone collassa dopo il refrain. Si trovano su un terreno sicuro con “Big River”, altro classico di Cash, che sappiamo quanto Dylan avesse amato fin dal primo ascolto, registrandola anche nei “Basement Tapes”. Poi si sente la voce di June Carter che suggerisce “Girl From The North Country” – Dylan non è sicuro di ricordarne le parole, e infatti non le ricorda, Cash lo aiuta, prima che la riprendano nella Take 1. La successiva è un altro classico di Cash, “I Walk The Line” (Take 2), e Dylan sembra più sicuro nel testo di Cash che nel suo. Johnny presenta un ospite, Jack Clement, e attacca uno dei suoi classici “Guess Things Happen That Way”. Clement portò Jerry Lee Lewis alla Sun Records e, nel corso degli anni, ha lavorato come autore e produttore con lo stesso Cash, Dolly Parton, Ray Charles, Bobby Bare, Elvis Presley, Charley Pride, Townes Van Zandt, Waylon Jennings fino agli U2 di “Rattle and Hum”.
Dylan nel suo speech per il MusiCares Person of the Year nel 2015 citò “Five Feet High And Rising” di Cash, affermando di porsi ancora oggi le stesse domande della canzone e sottolineando come fosse stata un’ispirazione per “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)”. Grande esecuzione con Cash che commenta: “How high’s the water, Bob? How high’s the manure, Bob?”. Bella la versione di “You Are My Sunshine” (Take 1), Dylan alle armonie, Johnny fa la solista. Segue una “Ring of Fire”, senza trombe tex mex. Chiede Johnny: “June, ti è piaciuta?”, ma June è impaziente di ricordare a Johnny di imparare la melodia di “Wanted Man”, una canzone che Dylan ha composto per lui. Poco giorni dopo la registrerà nel suo storico album “Live In San Quentin”.
Quando Johnny Cash iniziò negli anni Cinquanta, tutto quello che voleva suonare erano canzoni gospel, ma Sam Phillips della Sun Records voleva solo canzoni diverse, più laiche, diciamo. Johnny chiede a Dylan: “Quali canzoni religiose conosci, Bob?”, Dylan risponde velocemente: “Tutte quante!”, e nell’attimo successivo stanno suonando “Amen”. Scritta da Jester Hairston per il film “I gigli del campo”, era stata portata al successo, qualche anno prima, dagli Impressions di Curtis Mayfield.
Poi una toccante versione del classico inno “Just A Closer Walk With Thee”, Dylan armonizza. La sua voce è un dolce mormorio. Dopo aver pubblicato “Tempest” nel 2012, disse che il suo progetto, in origine, era pubblicare alcune gospel songs, nello stile di “Just A Closer Walk With Thee”, ma che non aveva abbastanza canzoni. Il capitolo Dylan/Cash Sessions si conclude con due riprese di un medley di Jimmie Rodgers, the “Father of Country Music”. Come disse lo stesso Dylan, anni dopo, nelle note di copertina di un album tributo, Rodgers era stato il suo maestro: “Una stella ardente il cui suono era e rimane l’essenza grezza dell’individualità in un mare di conformità, per eccellenza senza eguali.”. Il medley in Take 1 parte con “Blue Yodel No 1”, più nota come “T for Texas”. La Take 2 è “Waiting For A Train”. Poi “The Brakeman’s Blues”.
L’amicizia e il rispetto reciproco fluiscono attraverso i brani di questo tratto del set, vengono alla mente parole come “affascinante” e “toccante”. È una jam-session libera, tenera e rilassata dove lo stesso cuore li sospinge. Scegliere solo dei brani completi avrebbe determinato meno di quanto non risulti. Come detto, è un incontro tra giganti, ma anche tra amici, e noi siamo invitati. Davvero la scelta giusta per rendere questo evento come una sorta di instant movie, più che un disco.

Bob Dylan al Johnny Cash Show.

Fino ad ora la qualità del suono è stata ottima, ma quando partono i brani del Johnny Cash Show, è un passo indietro. Tuttavia, le versioni di “I Threw It All Away”, “Living The Blues” e “Girl From The North Country” sono tutte grandiose, l’ultima naturalmente è il clou, una performance molto significativa anche per la storia della musica. Vale la pena di ricordare che, sempre nello stesso show, Cash ripresentò la canzone con Joni Mitchell al pianoforte.

Self Portrait Sessions.

Le versioni di “Ring of Fire” e “Folsom Prison Blues” sono ovviamente più rock delle versioni country con Cash. La prima quasi un country funky, la trovo perfetta, la seconda forse un po’ troppo affrettata.

Bob Dylan With Earl Scruggs.

“Travelin’ Thru” include alcune canzoni posteriori al 1969, del maggio 1970, canzoni registrate quando Dylan visitò il famoso bluegrass hero Earl Scruggs. Alcune delle registrazioni furono incluse nel documentario “Earl Scruggs – Family and Friends”. Questa parte inizia con una piccola intervista a Earl Scruggs. La prima è “East Virginia Blues” tradizionale con la voce di Dylan che si inserisce perfettamente. Si sarebbe adattata a meraviglia al primo album di Dylan, già interpretata all’epoca dalla Carter Family e da Joan Baez. Poi arriva il momento clou di questo set, Dylan attacca una versione mirabile di “To Be Alone With You”, fantastica, divertente e fluttuante versione bluegrass della sua canzone. “Honey, Just Allow Me One More Chance” da “Freewheelin'” è perfetta. Come finale, Earl Scruggs suggerisce “Nashville Skyline Rag”, una jam strumentale che mette in evidenza il rispetto di Dylan per la tradizione.
“Travelin’ Thru: Bootleg Series, Vol. 15” insieme a “Complete Basement Tapes: Bootleg Series, Vol. 11”, “The New Basement Tapes: Lost on the River” e “Another Self Portrait: Bootleg Series, Vol. 10”, rappresenta uno scrigno travolgente di questo periodo, della diversità negli stili, nei generi e nelle voci, sia quando si tratta delle canzoni di Dylan sia quando si tratta delle canzoni di altri artisti che Dylan, stava, da tempo, integrando alla sua produzione. “Travelin’ Thru” completa il puzzle di Dylan degli anni Sessanta in modo suggestivo e ci mostra ancora una volta di più quale importante trampolino fosse stato il suo rapporto con Cash.
Ancora una volta si era liberato dai limiti delle aspettative. Ancora una volta aveva fatto tutto a modo suo.
“Johnny Cash recorded some of my songs early on, too, I met him in about ’63, when he was all skin and bones. He traveled long. He traveled hard. But he was a hero of mine. I heard many of his songs growing up. I knew them better than I knew my own. “Big River,” “I Walk the Line.” “How High’s The Water, Mama?” I wrote “It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding)” with that song reverberating inside my head. I still ask, “How high is the water, mama?”
Johnny was an intense character. And he saw that people were putting me down playing electric music, and he posted letters to magazines scolding people, telling them to shut up and let him sing. In Johnny Cash’s world – hardcore Southern drama – that kind of thing didn’t exist. Nobody told anybody what to sing or do. They just didn’t do that kind of thing where he came from. I’m always going to thank him for that. Johnny Cash was a giant of a man; the Man in Black. And I’ll always cherish the friendship we had until the day there is no more days.”

(Bob Dylan – MusiCares Person of The Year 2015 Award)

 

Riccardo Magagna

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"