C’era due volte “Jennifer Gentle”: ovvero, diario eclettico Live

Ho sempre pensato che l’essere “indie” – a prescindere dalle categorizzazioni di genere musicale che, come a più voci sostenuto tra gli amanti del rock, servono a far vendere un po’ più dischi ai negozi (lo volesse il cielo però!) – fosse una categoria dell’essere (nel senso di essenza personale) musicale più che un modo di mettere insieme le note una dopo l’altra.
Mi spiego meglio: se nella normale definizione di lingua italiana ‘geneticamente modificata’ dal gergo english – in ambito essenzialmente musicale – significa (in senso più o meno allargato) “indipendente dall’industria discografica e dai modelli culturali correnti”, a prescindere dalle progressioni tonali e dagli arrangiamenti lirici, ho sempre preteso e sostenuto che “indie” fosse in assoluto molto più che questo: è un atteggiamento personale, un modo di accogliere, affrontare, assumere e rielaborare ogni fatto della propria vita. Musica (pertanto) compresa.
E’ – ad esempio – ciò che ti fa salire su un palco di un bellissimo spazio musicale nella periferia di Torino, in una fredda e uggiosa serata autunnale di inizio Novembre, tra la penombra di una sala non gremita ma di certo elettrizzata dall’attesa vitale di un bel po’ di rock, e le luci forse un po’ troppo alte per i tuoi gusti (ma di certo estremamente gradite agli appassionati fotografi che, di fronte a te, cercano di interpretarne le frequenze pulsate), imbracciare la tua fedele chitarra Gibson tricromatica e dall’aspetto variamente vissuto, per offrire quasi due ore di rock elegante, ispirato, variamente psichedelico e mai assolutamente monotòno.
Eppure, a fine concerto te lo ritrovi lì, Marco Fasolo, sorridente, disponibile e – apparentemente – ancora fresco come fosse appena uscito da un massaggio rilassante ayurvedico, ad attendere e salutare e intrattenere i fan che si sono fermati al banchetto a fondo sala, muniti di dischi, sorrisi e occhi che – per effetto delle note elettriche e seducenti che ancora rimbalzano tra i muri della sala – non smettono di scintillare. Gli stessi occhi che pari scorgere in lui, mentre si premura di cercare un pennarellino indelebile tra la sua roba, per fare in modo di non rovinarti il disco appena acquistato (si, lo ammetto, in mezzo ai fan sorridenti c’ero anche io) con una penna Bic non assolutamente utile allo scopo.
Eppure, lui è quello stesso Marco Fasolo il cui gruppo, nell’anno quinto del nuovo millennio, veniva messo sotto contratto dalla Sub Pop, la stessa etichetta che pochissimi anni prima pubblicava e distribuiva al mondo gente del calibro dei Nirvana, Soundgarden, Jesus and Mary Chain e parecchi altri: loro, primo e unico gruppo italico a raggiungere un tale obbiettivo, per nulla scontato, per nulla mai rimarcato.
E che non siano (Marco e i suoi) gente da montarsi la testa lo si capisce subito, dalla prima nota che sentiamo uscire dalle casse piazzate sul palco del Circolo della Musica di Rivoli: s’inizia da “My inner self”, brano nenioso e cupo e dal suono inquietante contenuto all’interno del loro ultimo lavoro, l’omonimo “Jennifer Gentle”. Si capisce immediatamente che il concerto sarà un evento assolutamente mimetico a quel loro essere ‘indie’, a cui prima si accennava: fuori dalla norma, se così si può dire.
Concerto quasi diviso in due parti, per ognuna delle quali si evince una definizione appositamente selezionata dalle volontà di Fasolo, e dai titoli di altrettante canzoni che, come fossero costrutti strumentali che ne illuminano i sentieri e le intenzioni, delimitano il sentiero su cui li seguiremo: i primi sette pezzi sono raggruppati sotto la categoria “Last aurora”, un set che illumina senza scintille ma la cui luce contorna e si appoggia come bruma alle foglie, seguiti da altri otto brani a capofila dei quali troviamo “Argento”, metallo prezioso che, per poter risplendere, va prima lucidato, con cura ed estrema perizia.
Poche parole sul palco, a parte alcuni minimali, sparuti e non scontati ringraziamenti: la musica ha sempre l’ultima parola, in un viaggio sonoro che percorre i 20 anni della loro carriera. E allora si arriva a “No mind is my mind” tratto dal primo album “I am You are”, non prima di essere passati da “My memories’ book”, prima traccia di “Funny cratures Lane”; le cui eco arrivarono fino ai mitologici signori della SubPop – passando per i banchetti di chissà quale negozio musicale del regno mondiale di rockalandia – che si fecero carico di renderli celebri al mondo, nel loro terzo lavoro “Valende”: album da cui Marco decide di estrarre “I do dream you” e “Tiny holes”, preziose perle di un mitologico lavoro che dovrebbe campeggiare in ogni raccolta musicale di chi, bontà sua, sostiene di amare la musica alternative.
Per il resto del set, le scelte sono obbligate, anche se altrettanto fortunate in termini di suono da produrre e ascolto da fruire: si tratta pur sempre di presentare il loro ultimo lavoro, uscito solo un mese fa, ma che ha già archiviato il piccolo ma importante merito di aver messo un punto alla loro assenza durata ben nove anni. Un disco vario, ben distribuito, dove l’importanza e la parte predominante sembra essere data alle melodie e all’esplorazione strumentale, più che ai testi: i quali, pur essendo presenti, ben cantati e dosati, paiono piuttosto completare, che non essere sostenuti dalle melodie.
E così, passando dalla intima e atmosfericamente sfumata “Where are you?” alla energica “You know why” si finisce il concerto dimostrando che l’eclettismo e la varietà di registri riesce facile a Fasolo e ai suoi, perché più che ricercata gli è connaturata. “Gotta be sweet reaction, Gimme some real infection, Weird X ray diffraction, Gotta be now, Gotta be sweet reaction” ripete ipnoticamente Fasolo, in una coinvolgente e ipnotica extended version di You know why, con quella voce pulita (ma non troppo) a metà tra il brit e il garage, che riflette l’eclettismo di una concezione musicale da vera esportazione. Una musica che non a caso annovera tra i fan più famosi gente dal palato non certo appiatito come Jarvis Cocker, Julian Cope e Graham Coxon. “That’s fuckin groovy, get into the song!”.Siamo davvero “Guilty”, dentro questa musica senza troppe delimitazioni: colpevoli di esserlo tutti noi che (fortunatamente) c’eravamo, mr. Fasolo!

 

Si ringrazia il canale YouTube “Lagoonar” per il video dell’intervista a Marco Fasolo

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".