Tear down the walls

Jefferson Airplane! Quanto mi piace pronunciare quel nome, suona così bene. Quando negli anni ’70 lo hanno ribattezzato Jefferson Starship, era già meno piacevole. Speravano di rimanere fedeli alla modernità, ma il viaggio sulla luna lo avevano già compiuto. Quello di Verne, quello di Méliès. Stavano navigando sul mare della noiosa tranquillità mentre gli aerei di solito volano quando il tempo è sereno, quando il tempo è quello della speranza, dell’utopia. E poi c’era la copertina di After Bathing At Baxter’s, quel triplano barocco e colorato, che ricordava la stampa di un francobollo, Dick Dastardly e le macchine volanti di Hanna e Barbera. L’aereo aveva la forma di una casa vittoriana, pesante, carica di mistero. Jefferson rievocava la storia degli Stati Uniti, la Guerra Civile, il primo presidente a liberare uno schiavo nero o forse più semplicemente il bluesman Blind Lemon Jefferson, morto nella neve una sera di dicembre del 1929. Soprattutto c’era questa radiosa bellezza che reggeva la cloche.
Non era Amelia Earhart o Jean Batten, ma una donna che assomigliava a Elisabeth Taylor, dai lunghi capelli ricci e il viso scolpito in un profilo greco, fatalmente incantevole, gli occhi azzurri e gelidi fissati in uno sguardo fermo, immobile. Grace, come Grazia. Come la Salammbô di Flaubert: “Le braccia adorne di diamanti uscivan ignude dalla tunica priva di maniche, costellata di fiori rossi su fondo nero. Portava tra le caviglie una catenella d’oro per regolare il passo, e il gran manto di porpora scura, tagliato in un tessuto di natura sconosciuta, si trascinava dietro di lei, formando a ogni suo passo la voce volante in abito bianco.” Jack Casady diceva “colui che dorme con Grace ha il potere nel gruppo”. Già, dormire con Grace. La sfida di una vita. Sentire il calore e la potenza della band alle spalle. Percepirli, farli entrare nel suo corpo, reagire alle loro intonazioni, sospirare, ringhiare. Grace Slick
Il suo nome era Grace Wing, nata il 30 ottobre 1939 a Evanston, una piccola città dell’Illinois, promessa a quelle vite ordinarie che gli Stati Uniti producono indistintamente. Betty Grable, il cinema “C’è La Finestra Sul Cortile di Alfred Hitchcock, con questa attrice che ha il mio stesso nome, Grace Kelly. Andiamo?”. Nascondeva gin in una bottiglia di succo d’arancia e pensava di ingannare gli insegnanti, ma le anime cattive non ti lasciano mai andare. I suoi genitori l’avevano iscritta a Manhattan al Finch College. Grace ha portato con sé la chitarra e suonava da sola le canzoni di Odetta. Poi tornò a casa, a Palo Alto. C’era Jerry Slick, questo ragazzo dagli occhiali rotondi e dal viso paffuto appena rientrato dall’esercito, andavano d’accordo. Jerry la liberò da Palo Alto. Si era messa un vestito bianco, un velo di mussola, convinta che il meraviglioso mondo così tanto sognato le si fosse dischiuso. Jerry era bello, vestito con la sua tunica nera, il 26 agosto 1961, da una di quelle magnifiche estati che contano tanto nella vita. Jerry la ascoltò e si trasferirono a San Francisco, nel quartiere di Potrero Hill dritti sulla baia. Trovarono un appartamento piccolo e sporco, infestato da topi. Un giorno, di ritorno a casa, passò nella sua stanza e vide il libro raggrinzito di Alice nel Paese delle Meraviglie, colorato, sistemato con ordine sulla libreria, pensò di gettarlo dalla finestra. Poi lo tenne con sé come un talismano. Quante volte aveva sognato che un coniglio l’avrebbe trascinata nella sua tana e le avrebbe aperto le porte di un mondo ideale. Alice senza Alice. Grace passava i pomeriggi a ascoltare musica. Con Darby, il fratello di Jerry. Lo portava lungo la spiaggia e nuotavano fino a Sausalito.
Un giorno, ubriaca, si spogliò davanti a lui, convinta che lui l’avrebbe respinta via. Ma Darby era innamorato di lei. Jerry non sospettava nulla. Il desiderio era negli occhi di colei che era stata la sua effimera amante, un desiderio che tutti notarono, tranne Jerry. Qualcosa di più grande li trattenne: i sogni della loro generazione. Nel settembre del 1966 le viene offerta da Jack Casady la possibilità di entrare nei Jefferson Airplane in sostituzione della cantante Signe Anderson. E Grace debuttò al Fillmore, il 16 ottobre. Un gilet di seta a righe e una gonna allacciata in vita. A loro regalò le sue canzoni. Somebody To Love, composta proprio da Darby, l’inno della West Coast. E White Rabbit, quel bolero imbastardito scritto dopo aver preso LSD e aver ascoltato Sketches Of Spain per 24 ore di fila. Alice aveva trovato Alice. “Canta quella cosa araba che fa intasare l’aria” – diceva Paul Kantner. Era la ragazza sui manifesti di Monterey e Woodstock. Si era espansa per riempire un palcoscenico.
Non le si poteva sfuggire. Sulla copertina della rivista Life indossando la sua uniforme da Girl Scout, a Woodstock in un abito bianco, da nativa americana, piedi scalzi, capelli mossi, selvaggi. Erano le 8 del mattino: “Alright, friends, you have seen the heavy groups. Now you will see morning maniac music. Believe me, yeah, it’s a new dawn.”. Guarda cosa sta succedendo per le strade. C’è una rivoluzione, c’è gente che balla in fondo alla strada. Grace Slick
Una generazione è invecchiata. Ora è il nostro momento. Noi siamo i Volunteers of America. Siamo giovani, incazzati, possiamo prendere tutte le droghe che vogliamo, scopare chi vogliamo, perché non hanno ancora inventato l’Aids e siamo pagati per viaggiare e suonare. Andiamo! No, Grace, era il tramonto. L’alcol e la cocaina furono il crollo perché erano più facili da ottenere. La droga preferita era il Quaalude, ma per averlo dovevi chiedere l’elemosina. Sono fantastici se sei un consumatore di alcol e cocaina. Tutti li amavano. Dammi Quaaludes e mi sento bene. Si fermarono solo quando non si poteva più ottenere roba non tagliata dai chimici farmaceutici tedeschi. In fondo questi hippies erano degli snob. Il giorno della morte di Elvis, Grace Slick chiamò un amico “Se non smetto di bere, sono la prossima”. Aveva quarant’anni.
Certo che gli anni ’80 sono un decennio bizzarro per restare puliti. Adesso Grace si alza ogni giorno prima dell’alba e inizia a dipingere. Dipinge quello che sa, quello che ha conosciuto: conigli bianchi, ritratti di rockstar morte, etichette di vini, piante di marijuana. Vende bene. Ha lo stesso agente di Ron Wood. Ma non vive della sua arte. Una volta che l’aereo è diventato celebre, ha sempre saputo che sarebbe stata in giro fino alla fine. C’è’ una sfocata lanugine sull’oceano di Malibù, questa mattina, così da non poter vedere l’orizzonte. I suoi migliori amici sono una ex hostess e un ristoratore. L’unica persona famosa che frequenta è David Crosby. Auguri Grace.

 

 

 

 

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"