Daniel Johnston – Walking Through the Sadness

È tutta colpa di Daniel. E forse di David. E Neal. Quando ho saputo che era morto, prima ho pianto come una ragazzina, poi ho cominciato a farmi venire le fobie. Ho tirato fuori i vinili impolverati, quello intitolato come un cattivo presagio e quello come un saluto. Perché le parole delle canzoni dicono spesso il contrario di quello che significano, ma basta ascoltarle per capire il loro vero senso. Chissà quante volte avrò cantato quel verso, passandoci sopra distratto. La musica fa spesso l’effetto di un’anestesia morale: si piange, si ride, ci si dondola come scimmie per via di un ritmo o di una melodia, senza mai pensare alle parole. Poi, di colpo, il senso di una certa frase si fissa improvvisamente nel cervello e ti inchioda a ritroso alla profezia della tua vita fallita.

È sbucato dall’armadio del guardaroba vicino alla cucina, percorrendo la folla come se fosse in ritardo, è salito su un minuscolo palco tenendosi un passo dietro il microfono. Poi ha cominciato a suonare, era così nervoso che sembrava che stesse per piangere. All’età di vent’anni era magro e sciatto e strimpellava goffamente la sua piccola chitarra. Era così scordata che il suono la rendeva simile a un ukulele rotto. Anche la sua voce si ruppe mentre cantava quella prima melodia così malinconica:
When I was out in San Marcos, a year ago today / They probably would have put me in a home.
Poi è passato alla seconda canzone, parlava di Casper e sembrava quasi un’allegoria su Gesù, o forse si trattava solo del fumetto. Era il 1985, un club chiamato The Beach, a Austin nei pressi dell’università, e Daniel apriva per una band del posto, i Glass Eye. Ogni persona dentro il The Beach aveva già sentito parlare di lui, era quel ragazzo che distribuiva nastri fatti in casa con strani disegni sulle copertine, raccontando alla gente che aveva avuto un esaurimento nervoso e che presto o tardi sarebbe diventato famoso.
La terza canzone si intitolava The Marching Guitars e cresceva su un giro di accordi ripetuti:
No one can stop them / The marching guitars.
La città, all’epoca, pullulava di band intente a conquistare l’America (Zeitgeist, Timbuk 3, Wild Seeds, Scratch Acid) e The Marching Guitars suonava come una sorta di inno. Quando, dopo otto minuti, finì il suo set, scappò dal palco, attraversando di nuovo la folla e tornò nell’armadio, chiudendo la porta come se fosse una bara.

Daniel Johnston - guitarNon passò molto tempo dopo quello show e Daniel ottenne la fama che voleva così disperatamente: MTV, concerti di fronte a fan adoranti, un contratto con una major mentre le sue opere d’arte comparivano nelle gallerie di Londra e Berlino. Divenne un eroe dell’underground, le sue canzoni furono eseguite da decine di band, marginali con nomi improponibili come Wimp Factor 14 e Weird Paul Petroskey ma anche già molto note come Yo La Tengo, Pearl Jam, Death Cab for Cutie e Sparklehorse. I musicisti erano attratti dalle sue canzoni, ballate dagli occhi spalancati, come True Love Will Find You in the End, giuramenti di speranza di fronte alla disperazione, come Living Life e litanie angosciate e spaventose come Don’t Play Cards With Satan. Ma erano anche incuriositi dal romanticismo della sua malattia mentale. Daniel era un maniaco depressivo, e, insieme alla fama, arrivarono lunghi soggiorni in ospedale e violente esplosioni psicotiche.

Daniel Johnston era nato il 22 gennaio 1961, a Sacramento, un quinto figlio inaspettato; la famiglia si era trasferita nello Utah e poi a Chester, piccola città nel nord della Virginia occidentale. Il suo primo amore furono i fumetti, specialmente i Marvel come Capitan America e Hulk. A otto anni disegnava già i “suoi” fumetti, con un cast di personaggi e una mitologia orientati verso un mondo diviso tra il bene e il male, influenzato tanto dai supereroi quanto dagli insegnamenti della Chiesa. C’era Capitan America. C’era Gesù, Satana, King Kong e c’era Casper. Nei fumetti anche i “suoi” personaggi, creature giocose e buffe proprio quelle che alla fine sarebbero comparse sulle copertine delle sue cassette. Al liceo Daniel era un solitario, passava più tempo a suonare il pianoforte e disegnare nel seminterrato che a frequentare gli altri. Si iscrisse alle Kent State University, proprio al di là del fiume Ohio. Lì, quasi per caso, divenne un songwriter. Incontrò questa ragazza, Laurie. C’è sempre una ragazza, per un ragazzo quando inizia a scrivere, suonare e comporre canzoni. Era molto bella, ma stava con un imbecille. Daniel compose alcune canzoni solo per farle piacere. E a lei piacevano. Stava al piano a picchiettare tutto il giorno. La donna, Laurie, alla fine sposò l’imbecille. Ma Daniel aveva trovato la sua musa. I suoi album sono colmi di canzoni d’amore per Laurie. Si sedeva al pianoforte, accendeva un registratore a buon mercato e suonava canzoni sull’amore non corrisposto e la sofferenza di essere da solo a seguire i suoi folli sogni. Poi disegnava. Poi tornava a registrare. La sua ambizione era essere più famoso dei Beatles. Che erano più famosi di Gesù. Più famoso di Gesù. Iniziò a mettere insieme alcune raccolte; Songs of Pain fu la prima e Don’t Be Scared la seguì. Erano strane, a basso costo, con Daniel che sbatteva a caso sul pianoforte. La maggior parte dei giovani songwriter cercano di essere duri, cinici o qualcosa che non sono. Queste canzoni potevano venire solo da lui; erano nude e oneste, piene di nostalgia e bisogno, cantate a un volume tale che sembrava che il cuore gli si stesse per spezzare. Era come se stesse esponendo se stesso. Le melodie erano solari e doloranti, quell’intruglio che Lennon e McCartney avevano già scritto. Si trasferì a San Marcos per vivere con sua sorella Margy. Per vivere consegnava pizze e registrò Hi, How Are You. Un giorno trovò per caso una lettera di sua madre alla sorella. Le suggeriva di metterlo in un istituto e allora Daniel fuggì, fermandosi a Austin. Era il 1984. Distribuiva i suoi nastri in Guadalupe Street. “Hi, how are you?”. “I’m Daniel Johnston and I’m gonna be famous.”

Nell’agosto 1985, lo show di MTV, The Cutting Edge, stava girando un documentario sulla scena musicale di Austin. Daniel si presentò al mondo intero tenendo goffamente in mano il suo ultimo nastro e nella sua voce sottile e vacillante disse: “Il mio nome è Daniel Johnston e questo è il titolo del mio tape. It’s Hi, How Are You. E stavo per avere un esaurimento nervoso quando l’ho registrato“. Eccolo, come uno dei suoi supereroi, indossare la maschera, assumere il personaggio, mitologizzarsi. Il relitto nervoso. Il crollo. I fumetti. La donna che amava che non l’avrebbe mai amato e che aveva sposato un imbecille. Le canzoni di terribile bellezza, cantate terribilmente. Era tutto reale e era tutto bellissimo.Daniel Johnston - double
Nella casa dei Johnston c’erano due garage. Da un lato c’era l’auto di famiglia e dall’altro lo studio di Daniel. Le pareti erano coperte di foto, dipinti e ritagli: i Beatles, Star Wars, King Kong, Godzilla, Batman, i Monkees, Capitan America, anonime pin up anni Cinquanta e Marilyn Monroe ripresa da Douglas Kirkland. C’era una foto dei genitori, così come alcune copertine degli album di Daniel. Gli scaffali contenevano eserciti di dinosauri, bamboline, Beatles in miniatura. C’era un vecchio pianoforte addossato al muro e su di un tavolo un giradischi, un posacenere e un paio di lattine di Coca fresca, senza ghiaccio. Su uno scaffale una dozzina di quaderni pieni di canzoni; sopra cumuli di cassette a buon mercato. C’era anche un microfono su un’asta e un piccolo amplificatore Marshall. Un dizionario per le rime e una Bibbia. Il tappeto sul pavimento era umido.

Sono salito in auto. Ho acceso l’Ipod e mi è partita Wishing You Well. È un racconto di ossessione e amore, con Daniel che canta a Laurie, che non vede da diciotto anni: “E io ti amo, e sei mia moglie.” La sua voce, un tempo da fanciullo, ora mi sembra stanca. Ho acceso una sigaretta. La cenere mi è caduta direttamente sul petto e si è seduta lì. L’amore è tutto ciò che c’è veramente, See Satan Die.

I problemi per Daniel sono iniziati con la droga. Quando è arrivato a Austin, Daniel non ha iniziato a bere e tanto meno si sballava. Ma ha iniziato a fumare erba e poi a prendere LSD. La sua mente fragile cominciò a scivolare. Un giorno durante un viaggio in autobus verso Abilene, per andare a trovare sua sorella Sally, ebbe delle visioni. Teschi e sangue e Satana che lo attendeva.“The devil has Texas!”. Scrisse a proposito di quel viaggio in Spirit World Rising. Era consumato dalla paura. Pensava che il suo manager, Randy Kemper, fosse posseduto dal diavolo. Finì in un torrente, cantando inni e chiamando Gesù, cercando di lavare via i suoi peccati. La polizia venne e lo portò all’ospedale statale di Austin; fu il suo primo ricovero. Bill, suo padre, lo ricondusse in West Virginia e lo ricoverò in clinica, dove gli fu diagnosticata la schizofrenia. Daniel trascorse un anno a letto, pensando di andare all’inferno. Nell’aprile 1988, ristabilito, si diresse a New York, dove conobbe Sonic Youth e Galaxie 500 e registrò alcune delle canzoni che aveva scritto, come Spirit World Rising, Don’t Play Cards With Satan e Devil Town. Ma sapeva che il diavolo lo stava ancora aspettando in Texas.Daniel Johnston

Nell’Ipod ora suona la mia preferita, Walking the Cow, con il suo organo carnascialesco, quella melodia discendente e quelle parole imperscrutabili:
Try and point my finger/But the wind just blows me around/In circles, circles/Lucky stars in your eyes/I am walking the cow.
Mi sono sempre chiesto cosa significassero esattamente le parole. I am walking the cow? Poi ho capito. È un atto di responsabilità. Tutti devono farlo: la tua responsabilità è la tua mucca. E le lucky stars in your eyes? Ognuno di noi vive quel momento nella giornata. Stai sognando e ti senti davvero bene. Ma se durasse per sempre, ti annoierebbe. C’è bisogno di responsabilità. Un po’ di questo e un po’ di quello, va bene così. Sono tornato a casa e ho riascoltato la canzone; Daniel canta nella voce di un bambino mentre suona l’organo come se accarezzasse una scogliera, senza freni.
Non so davvero come sono venuto qui
Non so davvero perché resto qui.
È una di quelle canzoni che ti fa sentire felice e triste allo stesso tempo.
Come la vita. Grazie, Daniel.

Riccardo Magagna

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"