Ritrovo di famiglia con musica: la cena perfetta ve la servono i Wilco

“Questo è un gruppo pazzesco, pieno power-pop in Australia – dove al massimo potevi ascoltare il suono lontano di un didgeridoo – alla fine degli anni 70: nati cioè in un momento e in un posto dove non c’era nulla. Immerso nel nulla! Ad eccezione del loro rock”.

wilcoIn tre su un fiero Pandino, inaspettatamente lanciati (per modo di dire, che è pur sempre un pandino, eh?) in un’avventura comune, certo non fortuita o casuale, ma di sicuro fortunata. I due in auto con me sono una bella coppia, storia ancora da scoprire per me, ma uno di quegli incontri che potrebbero svoltarti la serata. Se non che la serata, questa serata, una svolta già ce l’ha e pure bella grossa. Potente. E arriva direttamente da Chicago, via Zurigo (ma cosa mai ne potranno capire quei capital-cioccolatai di note come quelle?), diretta verso la periferia di Milano: che poi è esattamente dove ci stiamo dirigendo noi. Ovviamente. Li ho aspettati una vita, anche loro, come del resto parecchie delle cose che mi stanno accadendo ultimamente: e, alla stessa maniera, anche loro li ho dovuti davvero volere con tutto me stesso, per riuscire a raggiungerli e a vedermeli suonare di fronte (nel senso pieno e concreto del termine). Andiamo ad ascoltare i Wilco, signori! Ma in auto parliamo di tutt’altro, quasi come in una vera piccola temporanea “famiglia”.
E ascoltiamo anche “tutt’altro”; i Sunnyboys, i Son Volt, un po’ di Dandy Warhols. Ascolto e parlo, svuotando la testa dalle belinate del lavoro, mentre i miei temporanei parenti rock – e compagni di viaggio – fanno altrettanto. Ma il pensiero si rivolge piano piano a quei 6 musicisti pazzeschi che ci aspettano al Fabrique, una ex fabbrica riadattata alle cure della musica e, come in questo caso, del rock alternativo. Luogo adatto per incontri intimi, ma non troppo. Da famiglia allargata. Noi e loro. Noi sotto il palco, facce che si riconoscono e si sorridono di nuovo, o che si riconoscono si incrociano e si sorridono, non più solo virtualmente, per la prima volta.
Loro, sul palco, grandi attesi della serata: quasi come quella zia che vi ha invitati, e che sa dannatamente bene come si prepara un cenone, che impiatta da dio, che sa scegliere con cura vino e aperitivi, e che quindi tutti aspettano seduti leccandosi le labbra e malcelando quella acquolina che fa capolino ai lati della bocca. Pronti via, le luci si spengono, e gli strumenti e i cuori si mettono in azione, in sincronia. Si parte con gli assaggi, “Bright Leaves” e “Before us” due pezzi del nuovo album “Ode to joy” (in uscita a inizio Ottobre) che, per l’appunto, servono a preparare la bocca e il palato al primo piatto forte: “I Am Trying to Break Your Heart” seguita immediatamente da “War On War”. E qualche cuore lì, ‘a capotavola’, pare davvero essersi un po’ scheggiato, perché si scorgono scendere le prime lacrime; subito poi, però, sostituite da sorrisi di calda speranza, di cura, come solo certa musica può creare.wilco
Perché, in fondo, siamo pur sempre ad una festa. E’ un’unica grande famiglia allargata, che brinda e canta e respira all’unisono, in mezzo a successi che ti aspetti – come portate principali – e a pezzi nuovi che assapori con curiosità. Jeff dirige le danze con la solita sua sicurezza, cappello a falde in testa, occhiali inforcati insieme a chitarre che vorticano tra pezzo e pezzo, come fossero piatti sporchi da sciacquare per la successiva sorpresa da gustare.
Intorno a lui il solito Nels Cline ottimo sous chef dalla chitarra energica e precisa, l’affascinante Glenn Kotche che – seduto dietro quella scintillante batteria – pare più un leviatano per come sa far roteare quelle braccia tentacolari che non un batterista, e a destra il fedele John Stirratt, bassista storico e controvoce calda e puntuale. Quando attacca “Via Chicago”, anche Pat Sansone e Mikael Jorgensen paiono commuoversi da dietro le loro tastiere, mentre il suono si fa pieno e completo e corposo, appena dopo il secondo distonico assolo di Glenn che picchia come il vino nero e spesso che il nonno ha appena portato a tavola: “I’m coming home, Via Chicago”. E di lì in poi è davvero tutto un ritorno a casa, tra quelle risate in cucina che ti ricordano che sì, “Love is everywhere”, davvero ovunque; e poi tutti con il naso in su a vedere ( e sentire) le “California stars”, senza quel Billy Bragg che stasera non c’è, quasi fosse figliol prodigo. E pensi che davvero sarebbe bello se si potesse poggiare la test su di un letto di stelle – “rest my heavy head tonight, On a bed of California stars” – che si appendono al cielo come uva sulle viti e così riscaldare i calici degli amanti come solo il vino sincero sa fare – “warm the lovers’ glass Like friendly wine”.wilco
Si fa appena a tempo a brindare alla canzone “più vecchia che ci sentirete suonare stasera” (Box Full of Letters) così come dice Tweedy, e a ridere alle battute sul fatto che “manca poco e smettiamo, ancora solo una”, che ‘quell’una canzone’ diventano ben altre nove, tra la voglia di trattenere e di amare come in “Hold me anyway” (che l’amore è “tragic” ma anche poetico e magico, qualcosa di troppo grande per avere un nome), o di perdonare e ritornare a casa, come in “I’m the Man Who Loves You”.
E tra sorrisi e foto di rito, saluti prima solo accennati poi davvero confermati, ci si accomiata sulle note di “The Late Greats”; anche se non è vero che “le migliori canzoni non verranno mai cantate”, perché in assoluto le hanno eseguite tutte, e alla perfezione. E tra un abbraccio e un arrivederci, ci rimane solo da constatare che a volte la perfetta simbiosi musicale, come quella che i Wilco ci hanno fatto assaporare a Milano, è davvero alla fine solo amore: amore per ciò che si composto, scritto e suonato, amore per ciò che si è ascoltato, metabolizzato e trattenuto. E in una serata come quella, tra note che ancora si accodano perfette ed ordinate nella mente e sotto pelle, ci si sente quasi adottati dal rock di una delle band meglio assortite degli ultimi vent’anni.

Non perderti la monografia di Riccardo Magagna su Jeff Tweedy.

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".