In acqua con Il Nuotatore – Massimo Volume e l’ascolto Live al Circolo della Musica

Un aspetto della musica dei Massimo Volume, dopo 24 anni di conoscenza ed ascolto, mi è giunto per caso la sera del concerto, mentre a cena facevo ascoltare a Tommaso – piccolo musicista in erba e paroliere non banale – il loro nuovo album “Il Nuotatore”, uscito lo scorso Febbraio. “E’ una musica ‘difficile’ da capire e apprezzare, Tommaso: non so se ti piacerà.”, ho abbozzato con benevola e paterna superiorità; ma, come tutte le cose dette e fatte con un velo di superbia, ho dovuto ricredermi pure su questa nel momento stesso in cui il giovane appassionato di musica, sulle note di “Amica Prudenza”, mi ammutoliva con un “mi piace” inaspettato e un commento tecnico che non mi sarei aspettato da un decenne: “E’ un po’ come il rap ma con più melodia e strumenti, papi: mica è così difficile capirla”. La cosa che ho imparato da questa lezione – a parte l’assunto che orecchie giovani e contemporanee riescono di certo ad apprezzare un modo di fare musica che sulle prime, al me stesso giovane uomo del ’95, era voluto di certo di più – è stata che con la musica ben studiata e suonata non bisogna mai escludere nulla: tantomeno dei paragoni che fino a poco prima mai ti saresti sognato di accogliere. Perché, con tutte le distinzioni del caso, in effetti la loro musica ha questa assoluta capacità di raccontare storie, realtà, vita, con una immediatezza e una illuminata crudezza che, in effetti, può in un senso esteso e particolarissimo essere accostata al rap.

E’ con questo pensiero che mi girava in mente che una fresca sera di Marzo scorso ho galoppato verso il Circolo della musica di Rivoli, ad incontrare – quasi 23 anni dopo la prima volta – il trio nato a Bologna quasi un terzo di secolo fa. Ci aspettavamo una serata al “massimo volume”, musica e parole come solo loro sanno fare. E non ci siamo dovuti ricredere, perché Emidio, Egle e Vittoria ci lanciano addosso, come fosse acqua fredda, le loro note scarnamente sapienti e calibrate, e le loro parole efficaci ed essenziali. In quasi un’ora e 40 di concerto, ci fanno ascoltare tutti e nove i brani del loro nuovo album: ci ritroviamo immersi nella stessa acqua del “Nuotatore”, sospesi così nella viscosa quanto fatua sicurezza di un fluido che non sostiene mai abbastanza. Ascoltare l’album completo, dal vivo, dà ancora di più la possibilità di captare la scarnezza musicale che Egle e Vittoria hanno costruito attorno ai testi di Emidio: testi che non lasciano scampo, perché la vita – come dirà poi Emidio a fine concerto – è una continua e cruenta lotta, senza riposo, senza sicurezza. E per questo, le parole non possono che mimetizzarsi a questa genetica del suono, su cui come sempre incidono col loro peso: “a volte immagino il mondo coperto da un velo che nessuno ha il coraggio di scostare per vedere cosa c’è dietro”, quello stesso mondo che spesso “confonde la voglia con le paure del passato”. Il timore di sbagliare, di scegliere, la solitudine (“non sarebbe più semplice, per sentirci meno soli, confessarcelo a vicenda”), l’eterno giustificare noi stessi. Questa capacità di calibrare musica e parole, in un movimento quasi sinusoidale, senza l’ausilio di supporti elettronici, è la conferma che i 5 anni passati dall’uscita di “Aspettando i barbari” (album da cui scelgono di farci ascoltare live 4 dei 18 brani proposti) non sono passati invano. La loro musica rimane nell’essenza costante, ma la variabile è di certo tutto il resto: la percezione, lo sguardo, il contorno, il modo di assumere e rielaborare la realtà. E alla fine, a concerto finito e durante la conversazione “on stage” col pubblico adorante, è un sollievo constatare come siano anche loro dei simpatici “cazzoni” nel lodo modo di vivere e raccontare la loro quotidianità di gruppo, e di riuscire a farlo, anche qui, senza essere banalmente autofiltrati: riuscendo ad ‘annegare’ nella quotidianità, questa volta senza ‘rinunciare a navigare’ nelle acque della musica.

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".