“Carpe diem” in salsa gallese – Recensione dell’album d’esordio “Beauty of youth” dei Pretty Vicious

“Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.”

Così Lorenzo Dè Medici, detto il Magnifico, iniziava il più famoso dei suoi Canti Carnascialeschi, “Il Trionfo di Bacco e Arianna”, la cui essenza era racchiusa nel concetto ‘Carpe diem’ di oraziana memoria. E se il “vecchio” e acciaccato Lorenzo – che difatti di lì a pochi mesi passerà a miglior vita – metteva in questo canto un misto di allegria e malinconia, in un vagheggiamento di un’età che purtroppo scappa troppo in fretta per poter essere vissuta appieno, i 4 simpatici e bravi ragazzotti gallesi dei Pretty Vicious pare abbiano (per proprio conto) individuato esattamente come “esser lieti”. O, per lo meno, come farCI esser lieti. Mi è capitato di recente di ascoltare il loro album d’esordio, “Beauty Of Youth”, e la loro bellezza non mi è parsa affatto malinconica: chitarre distorte alla massima potenza, ritmi rapidi senza scadere nello speed metal, parecchio hard rock e stoner nella loro anima. Un album che è come un cesto di ciliegie: inizi ad ascoltare il primo brano (‘These four walls’) che già dalle prime note riesce a farti muovere il piedino, e ti ritrovi a saltellare per tutta la stanza come un ragazzino sulla voce del giovane cantante Brad Griffiths che – nel brano “Move” – ti intima “Move baby move!”, mentre la chitarra del suo sodale Tom McCarthy spazza via ogni sorta di vecchiaia residua da sopra e sotto la tua pelle. E non ti rimane che saltellare, qualsiasi cosa tu stia facendo (io, ad esempio, in quel momento ero di pulizie casalinghe).

Dalle note della Bio incluse sul minisito del gruppo si legge che i 4 ragazzi, ora ventunenni, originari di Merthyr Tydfil – comunità del Galles meridionale, capoluogo dell’omonimo distretto di contea – ora ventunenni, vengono scoperti ancora adolescenti e praticamente prelevati da un lungimirante e attento scopritore di talenti della Big Machine Records, che provvede a farli mettere sotto contratto ben prima che abbiano per le mani abbastanza materiale da farci un album. Tre anni tra studio, scrittura, concerti in giro per la terra d’Albione.

Poi, sotto l’esperta guida di Dan Austin (produttore, tra gli altri, dei “You Me At Six”), i nostri baldi e scatenati gallesi ci spiattellano un album dagli alti ritmi, da un tenore qualitativo piuttosto elevato e – tocca dirlo – quasi senza passaggi a vuoto. Tanto da rendere davvero difficile segnalare quali brani spiccano di più al suo interno: fra tutti, degni di nota però risultano “Someone just like you” (con un attacco di batteria che pare una chiara citazione di ‘Good times, bad times’ degli Zeppelin) , “Force Of Nature” (in cui si scoprono similitudini con i miei amati Kasabian), “Lost in lust” e “I Don’t Wanna Know”, oltre ai già citati ‘These four walls’ e ‘Move’. Ma è esercizio un banalmente capzioso: Beauty of youth è un album a tutto tondo, il miglior esordio che un giovane gruppo di promettenti rockers potesse fare. Io fossi in voi, me lo ascolterei, adesso. Perché è vero che del doman non c’è assolutamente alcuna certezza: ma sul buon rock, potete sempre metterci la mano sul fuoco.

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".