TOadys 2019, giorno tre, la chiusura

Charles Baudelaire sosteneva che i veri viaggiatori partano “per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché: i loro desideri hanno le forme delle nuvole.” E in effetti, le nuvole hanno anche fatto capolino, sparute ma presenti, sui cieli di Torino, e del TOdays Festival di quest’anno: viaggiavano sopra le teste degli appassionati avventori-viaggiatori, ricordando loro che la musica muove l’anima così come il vento fa con le nuvole. Musica che a volte è brezza, come libeccio estivo – caldo e sornione – altre volte è scirocco, dolce calda promessa nelle giornate fredde d’autunno, e altre volte ancora è vento sferzante a raffiche continue, come il maestrale che tutto spazza e porta via. E quasi mai diventa uragano, se non in certi particolarissimi momenti burrascosi, di cui però la musica non ha colpa alcuna. Nella terza e conclusiva giornata del Festival, i viaggiatori che hanno calcato le terre accoglienti del TOdays hanno potuto sentire sulla propria pelle – e soprattutto con le proprie orecchie – diverse classi di vento, tutte catalogabili nella rosa dei venti del rock. Alcuni anche solo lateralmente e in maniera diffusa. Come ad esempio gli Sleaford Mods, duo inglese originario di Nottingham, definiti da alcuni come creatori di Punk Elettronico, ma che a dirla tutta non si è possibile incasellare facilmente: sono di quei venti che girano velocemente direzione, aumentano e diminuiscono intensità per poi fermarsi e ripartire. Una piccola rivelazione, ai più sconosciuta (uno dei quali il sottoscritto). Suonano quella “rabbia della working class portata all’esasperazione da un’alienazione digitale dilagante”, così come magistralmente definito da Claudio Biazzetti tra le pagine di Rolling Stone: e quale posto migliore per farli suonare, se non la Cattedrale del Parco Peccei, lo scheletro di una vecchia fabbrica ormai in disuso?
Subito dopo, si aprono le porte del main event, e il popolo dei viaggiatori del rock si riversa all’interno dell’arena TOdays, per farsi carezzare, baciare, spingere e tirare da nuovi venti. Il primo turno spetta agli australianissimi Parcels, 5 ragazzotti allegri e sorridenti, che a vederli paiono i pronipoti dei figli dei fiori, con una carica di yuppismo alla Michael J Fox, ma con meno voglia di vincere, e parecchia più voglia di vivere. parcelsSi presentano sul palco con tastiera, synth, due chitarre e batteria al seguito, abbigliati probabilmente con i vestiti recuperati nelle abitazioni dei nonni (giusto per farvi intuire l’effetto ‘freak’ che hanno lasciato ai presenti). Per spiegarvi la loro musica, provate ad immaginare che siano gli improbabili figli di Bee Gees e Abba – se mai Robin Gibb e Agnetha Fältskog avessero avuto modo di copulare (questo, però, cercate di non visualizzarlo) – e avessero affidato il frutto del loro amore agli zii putativi, Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel (al secolo, gli ‘Air’). Condite tutto con un bel po’ di funky alla “Get Lucky” dei Daft Punk, e avrete fatto centro. Il modo migliore per iniziare una giornata di commiato, un venticello fresco e piacevole, di quelli che scompiglia i capelli mentre siete magari distesi su di una collinetta verde.
Ma visto che spesso i venti cambiano, subito dopo i Parcels arrivano i Balthazar che, tra tastiere chitarre elettriche, e percussioni, propongono un sound molto più individuabile, un rock da Granturismo europeo, per continuare ad usare una metafora di viaggio. Melodicamente più eterodossi rispetto agli Sleaford Mods, più maturamente esenti dal freschissimo e giovane funky dei Parcels, ammiccanti il giusto dal palco verso il pubblico, Blathazarascoltando la loro musica si percepisce quel loro gusto per un rock più “smussato”, che li ha fatti conoscere dal pubblico europeo; sicuramente retaggio diretto della provenienza innegabilmente belga del gruppo (oltre all’indubbia ed evidente cadenza francofona percettibile nel loro inglese), lasciano che soffi via dai loro strumenti una musica e un mood più testosteronico, più “charmant” rispetto a quello dei loro predecessori australiani. Portano il vento della novità, quello del loro quarto e – per ora – ultimo album “Fever”: e meglio non avrebbero potuto fare.
E’ solo alla fine della loro performance, e non prima, che il vento cambia esplicitamente di forza e intensità, e pure direzione. Si passa definitivamente e incontrovertibilmente al rock! Ovvero, Mr Johnny ‘Fuckin’ Marr, johnny marrautentica anima pulsante e artefice dell’essenza di quel sound che rese famosi i suoi Smiths, capostipite dei “The The” e, attualmente, immagine vivente del rock stile anni 80 ma con i piedi ben piantati nel terzo millennio. Ad essere sinceri, avrei partecipato alla giornata anche solo per lui: sentirlo e vederlo suonare dal vivo sarebbe un toccasana per le ossa di qualsiasi anima-viaggiante nell’universo del rock. Ci dà dentro, e non si fa affatto pregare nel farlo. Passa agevolmente dai brani dei suoi lavori da solista – fra tutti, l’ultimo piacevolissimo “Call the comet”, uscito l’anno scorso e di cui suona le bellissime “Hi Hello”, e “Day in Day out” – alternandoli a pezzoni indimenticabili quali “Bigmouth strikes again”, “This charming man”, la sua stupenda cover di “I feel you” dei Depeche Mode, e poi chiudendo il tutto con “There is a light that never goes out”, che dedica a tutti i presenti, come fosse un ideale abbraccio. Con una chiusura del genere non possono mancare i lucciconi di malinconica allegria per un viaggio che volge al termine, anche se il pensiero di alcuni dei presenti si rivolge per un attimo a quel Morrisey, la cui mancanca davvero non si è fatta sentire durante il concerto di Marr (giurerei anzi di aver sentito intonare un coretto dalle retrovie, che faceva pressappoco “Che ce frega che non c’è Moz, noi c’avemo Johnny Marr”).
E proprio quando sei lì che ripercorri mentalmente la giornata musicale appena passata – tra l’ennesima birretta, due chiacchiere scambiate con amici che incontri quasi solo ai concerti, e qualche mugugno del tipo “Eh però avrebbero dovuto farlo chiudere a Johnny sto Festival” – arriva la pazzia, mista alla stupidera, e all’albionica bravura pop di Jarvis Cocker. Jarvis Cocker  Dico sul serio: credo di non aver mai riso e sorriso così tanto ad un concerto: e dire che ne ho visto ‘qualcuno’ in vita mia. Jarvis esce con specchietto da trucco alla mano, e schiena al pubblico inizia a cantare il primo brano del suo set (Sometimes I Am Pharoah), guardandoci tutti di riflesso, con l’intento di non lasciarsi impietrire dai nostri sguardi, quasi fossimo ‘gorgoni fotografanti’. “As you know, all is like it seems”: tutto è come appare, come sembra. E tutto in effetti E’ un immenso spettacolo rock dell’assurdo. Gioca col pubblico, e si diverte parecchio Jarvis, regalando agli ormai partenti viaggiatori del Rock nella terra del TOdays uno spettacolo di freddure inglesi tra Benny Hill e Mr Bean, condito da buonissima musica rock, in una performance a metà tra la musica e il teatro surreale stile Monthy Python. Alcuni non se lo aspettavano un Jarvis così: ma d’altra parte, come dicevano gli stessi Monthy Python, “Nobody expects the spanish Inquisition”. Un imbonitore, un santone, un nuovo giullare musicante: a parer mio, Jarvis che interroga i presenti quasi uno per uno su quale sia la loro più grande paura – “I’m frightned of dump Cities, you know… the smell!” – finendo per esorcizzarle subito dopo a colpi di ‘british nonsense’; Jarvis che si schernisce raccontando dell’arrivo a Londra dalla sua industriale Sheffield (‘Siete passati a vederla?? Ma perché cavolo l’avete fatto??) per poi finire ad abitare a Camden (“c’è un fantastico negozietto che fa il tre per due!”), perché gli parve il luogo più meraviglioso del mondo; quel Jarvis che, letteralmente in mezzo agli spettatori, inizia a ballare i passi di danza che ha appena insegnato e invitato ad imitare, mentre si dimena dritto in piedi su di un cubo posto in mezzo al palco (quasi fosse un performer house music). Ecco, questo Jarvis Cocker finisce per diventare – a mio parere – l’emblema del TOdays 2019, allo stesso modo con cui lo era diventato, nell’edizione 2018, quel bambino arrampicato sulle spalle del suo fiero papà, perso ad ascoltare e ballare il rock degli Editors, munito di cuffie salva-timpani e – certamente – di cuore salva-anima. Così si chiude TOdays 2019: con una risata. Che, però, non seppellisce nessuno: tantomeno la voglia di un nuovo TOdays.

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".