Federico Sacchi ‘has’ a state of mind

Per muoversi nella caldazza torrida di un venerdì torinese (pardòn…  ‘rivolese’, che so che qui ci tengono parecchio a distinguersi, ndr), bisogna avere una motivazione forte. La ricerca di un auspicatissimo refrigerio non regge nemmeno nelle coscienze più positiviste, né tanto meno la coscienza di ritrovarsi già immersi nei prodromi di un weekend di metà luglio, pungolati dal diktat morale dell’uscire di casa per fare una cosa qualsiasi. Il primo e unico pensiero che ti sovviene, con una forza davvero deflagrante, è quello di rimaner distesi – magari seminudi – sul divano di casa, cercando di godersi la brezza artificiale dei ventilatori piazzati in maniera strategica o – nei casi più fortunati – chiusi nel fresco artificiale creato dai condizionatori, accesi nonostante il risparmio energetico e le raccomandazioni del dimissionario Draghi.
Eppure, in un venerdì che ha avuto tratti come questi – avvampati e implacabili – nella cornice estiva di un Parco Salvemini agghindato a festa, c’era pressoché il pienone di gente: persone giunte con la voglia di canticchiare vecchi successi di quel Nino Ferrer – genovese di nascita, francese di adozione – che a maggior parte di noi conosceva quale padre di canzoni come “Vorrei la pelle nera” oppure “Agata” o “Il re d’Inghilterra”, ascoltate durante la propria infanzia, e rinfrescarsi le orecchie e i pensieri (almeno quelli! Ndr) ascoltando una storia musicale che gli ricordasse epoche in cui la ‘freschezza’ era più che altro uno stato fisico e mentale, più che atmosferico. E ieri, grazie ad un impeccabile ed elegantissimo Federico Sacchi – date un Nobel per la resistenza a quell’uomo! – e alla sua equipe di stoici professionisti, tutto questo c’è stato: canzoni e coretti non sono mancati, diretti dal gran maestro Federico che, senza nemmeno la bacchetta d’ordinanza, ha diretto tutti i presenti a cantare quasi fossimo la ‘fossa sanremese’.
Ma quello che più ha colpito è stato scoprire che quello stesso Nino Ferrer – che all’anagrafe faceva Agostino Arturo Maria Ferrari – solo marginalmente poteva rientrare nell’immaginario superficiale che faceva eco a quelle canzoni qui sopra citate, e altre poche ancora, retaggio di radioline accese in casa e canticchiamenti passeggeri di madri e padri un tempo giovani quanto lui. Immagini in bianco e nero, queste, che hanno subito prestato il fianco a ben più colorati racconti di album dal sapore blues prima, dall’impianto rock progressive in seguito e via via di rock sperimentale e tagliente: Federico si sofferma per tutta la parte centrale e conclusiva dello spettacolo su quell’era dell’artista genovese che – a prescindere dall’averlo fatto entrare nel novero degli artisti bravissimi e incompresi dell’epoca – lo ha fatto entrare di diritto tra i rockers più ambiziosi e creativi degli anni ’70. Album come “Rats and rolls”, “Metronimie”, (lo sconvolgentemente bello) “Nino Ferrer and Leggs”, “Nino and Radiah” e poi ancora “Suite en oeuf” con l’interlocutorio “Veritables variétés verdâtres” per poi approdare al capitolo finale della serie “Blanat”, sul quale si conclude il ‘concerto’ di un Federico Sacchi autentico mattatore, poderoso ballerino e indiscutibile narrastorie dall’animo rockettaro. Un ritmo incalzante fin dall’inizio, che ti fa praticamente dimenticare afa, zanzare e la stanchezza incipiente di una settimana di lavoro. Se volete saperne di più sulle sue narrazioni (vi assicuro, una più avvincente e filologicamente preparata dell’altra) potete fare un salto danzante sul suo sito https://musicteller.it/ .
Se invece non voleste perdervelo ‘live (e fareste bene a non farlo, ndr), Federico sarà in tour in queste settimane, con date che lo vedranno anche a Firenze (il 24 e il 25 Luglio al Chiostro di Levante, a presentare ‘Wonderful visions – il sogno di Martin Luther King secondo Stevie Wonder’ e ‘ Africa is a state of mind’) e nuovamente a Torino – nello spazio ‘Paratissima’ della Cavallerizza – dove Federico performerà il suo racconto portando “Africa is a state of mind”, il racconto del processo che ha portato alla nascita di tre veri capolavori tra cui l’intramontabile “Remain in Light” dei poderosi Talking Heads di sua maestà David Byrne.

Avevamo già visto lo spettacolo al suo esordio, per chi volesse approfondire c’è l’articolo di Loretta Briscione.

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".