Gary & Alana, Licorice Pizza

“Dinner tonight?
Are you asking me out?
Yes.
I’m not going on a date with you. You’re 12.
You’re funny. I’m 15.”

Italo Calvino diceva che a Los Angeles per strada trovi solo auto e se provi a camminare t’arrestano, ma se incidentalmente vi trovaste a passeggiare per la città degli angeli rivolgendo lo sguardo verso il Mount Lee non potreste far a meno di notare l’imponente scritta, “HOLLYWOOD”.
Oggi sappiamo cosa si nasconde dietro quella enorme insegna: la visione aurea e scintillante della San Fernando Valley del 1973 di Paul Thomas Anderson in “Licorice Pizza”. Uno scenario onirico, così delicato che è come se non esistesse nella realtà. Quelle corse, quel senso di avventura e realizzazione di sé celato dietro ogni angolo, il luogo dove tutto può accadere mentre la luce e il buio si confondono nello stesso modo in cui una piccola lampada rischiara la stanza, mentre ombre di corpi si riflettono sul muro, come fantasmi. Eppure all’interno di questa giocosa fantasticheria si nasconde un inconfondibile sottofondo di inquietudine. È tutta raccolta nei fari fuori dall’inaugurazione di una sala flipper a Ventura Boulevard che puntano incessantemente il cielo o negli sfacciati momenti di disperazione di una fragile ragazza. È uno spigolo di mondo che Anderson conosce bene: Encino, Woodland Hills, l’espansione suburbana, i centri commerciali senza nome in mezzo a Mulholland Drive. Sono luoghi già utilizzati per “Boogie Nights” e “Magnolia”, ma qui tutto è più dolce, magico, ovattato. Anderson naviga magistralmente nella correzione dei toni, passando dall’umorismo della commedia screwball alla tenera storia d’amore. Allora, con “Licorice Pizza” non sai mai bene dove stai andando e quando il viaggio è concluso, non ne avresti mai voluto la fine e, una volta che i titoli di coda hanno terminato di scorrere, non lasceresti mai la sala per restare avvolto da quell’accogliente e malinconico incantesimo. Il segreto custodito del cinema.Licorice Pizza
Nulla ho ancora detto della sinossi del film, ma d’altra parte, parlare della trama non è il punto più importante. “Licorice Pizza”, in breve sostanza, è la storia di Gary Valentine (Cooper Hoffman) e Alana Kane (Alana Haim). S’incontrano, si rincorrono, intraprendono improbabili business, flirtano, fingono di non interessarsi l’uno dell’altra, finendo per innamorarsi di altre persone proprio per sottrarsi al rischio di innamorarsi tra di loro. Una cosa: lei ha venticinque anni, lui quindici. Gary Valentine, giovanissimo attore in erba, indossa la spavalderia e l’intelligenza di un adolescente che dimostra più della sua età, ma ciò che rende questa storia d’amore sensata è il cammino di Alana alla scoperta di se stessa, armata di quella speranza che sgorga eterna, da quella testa perennemente eretta, sia che si tratti di un invadente provino con l’agente di Gary o di un folle salto, nella notte, in motocicletta con una star del cinema più consumata di lei. Gary, dal suo canto, si difende con giocosa intraprendenza e la incanala in una varietà di sforzi, la lunga carrellata con la quale entra all’Hollywood Palladium per lanciare la sua azienda di materassi ad acqua ricorda l’inizio di “Boogie Nights. Anderson infonde questo momento e molti altri con splenica meraviglia e per Gary Valentine le minacce sono molto più ovvie, vestite dai panni di Jon Peters, l’ex parrucchiere diventato produttore che s’accompagna con Barbra Streisand. Proprio la presenza di Peters segna la cruciale linea di demarcazione del film, il percorso di formazione dei due protagonisti. La cura di ogni singolo dettaglio è precisa senza mai scadere nella caricatura: un vecchio telefono per bambini appeso al muro di una cucina, il cartellone pubblicitario della KMET appollaiato sopra una stazione di servizio o la corsa al rallentatore di Gary davanti a lunghe file di auto con “Life on Mars?” di Bowie in sottofondo. Così, ogni singola trepidazione nel film sembra disporre del suono corrispondente, di una bellezza formale ed emotiva rara fin dal piano sequenza iniziale contrappuntato dalla “July Tree” di Nina Simone. O la “Let Me Roll It” di Paul McCartney, con quel riff rubato a John, che cattura perfettamente l’inesorabile e inappagata speranza d’amore di un adolescente in questa travagliata storia che riecheggia di nuovo, non senza ironia, nelle note della “But You’re Mine” di Sonny & Cher. La musica emula il loro ipnotico gioco di rincorse in un perdurante e nostalgico omaggio perso tra sale giochi fitti di flipper, crisi energetiche, improbabili candidati e materassi ad acqua. Ma “Licorice Pizza” è anche il racconto della malia di Hollywood, quella che solo il cinema stesso può permettersi di raccontare, quella dove i personaggi reali amplificano la sceneggiatura come nel  “C’era Una Volta a Hollywood” di Quentin Tarantino. E allora scopri che Gary Valentine nella testa di Anderson è Gary Goetzman, ex attore prodigio e attuale socio di Tom Hanks, per noi musicofili produttore dello straordinario “Stop Making Sense” dei Talking Heads e la Lucy Doolittle (Doolittle!) del film altri non è che una Lucille Ball in mezzo ai marmocchi come in “Appuntamento Sotto Il Letto” con Henry Fonda. Il navigato Jack Holden che salta invasato sulla motocicletta è un William Holden a fine carriera e la scena del provino ad Alana è pari pari quella che Clint Eastwood da regista fece a Kay Lenz per “Breezy”. Ovviamente “Breezy” è del 1973 e il protagonista era William Holden. Il Rex Blau di Tom Waits sembra un garrulo Mark Robson, il regista de “Il Colosso d’Argilla”, mentre il funabolico Jon Peters di Bradley Cooper, come da copione, è il produttore di “È Nata Una Stella” edizione Streisand, proprio quel film rifatto dallo stesso Cooper nel 2018.
Sarà ridicolo, teatrale, sarà colpa del girato in 35 mm, ma ho notato un perenne luccichio negli occhi dei protagonisti, non quello che lascia presagire un nuovo, incontenibile pianto, ma quello della nostalgia, continuamente abbarbicato alle ciglia, il luccichio argenteo della luce su un’alba di gioia immensa e entusiasmante speranza che illumina l’imponente scritta, “HOLLYWOOD”, rendendola nuova.

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"