Sylvain Sylvain – Lonely Planet Boy

“Don’t live life worrying about it, just T. Rex the shit out of it”.
(da l’autobiografia “There’s No Bones in Ice Cream”)

Disillusa e spogliata dal Vietnam com’era la terra americana in quella stagione, all’inizio degli anni settanta, qualcosa di nuovo aveva iniziato a crescere. Al Mercer Arts Center di New York, nel decrepito hotel dove, un secolo prima, Jim Fisk era stato ucciso a colpi di pistola dal compagno della sua amante Josie Mansfield, un discorde genere musicale stava sorgendo. Gli osceni e androgini New York Dolls, i Magic Tramps di Eric Emerson, Wayne County e i Suicide di Alan Vega e Martin Rev entusiasmavano un pubblico di disadattati, drag queen e freak rifugiati dalla fine dell’era Warhol con il trucco glam-rock e tutta la loro sfida alle aspettative della società e dell’industria musicale. I New York Dolls, in particolare, esprimevano il trionfo della sopravvivenza in un mondo distopico, mentre David Johansen, in calzamaglia nera e brillanti, urlava “Jet Boy” e “Pills” con un ghigno da rockstar, Johnny Thunders e Sylvain Sylvain facevano stridere le chitarre come la metropolitana di New York che sferragliava nel buio.
Li definivano inetti, musicisti incapaci, ma “who cares?”
Malcolm McLaren, co-proprietario della boutique londinese Let It Rock, vide il loro spettacolo al Mercer. L’ex studente d’arte se ne innamorò a tal punto che si fermò a New York, trasferendosi a Chelsea tra quei residenti sdraiati nudi sul tetto a bere birra e martini ghiacciati. Quando i Dolls andarono in tournée in Europa l’autunno seguente, McLaren li seguì.
Una fredda mattina dello scorso gennaio, Sylvain Sylvain, è morto nella sua casa di Nashville. Aveva 69 anni. Cancro.Lipstick Killers
Così, è difficile spiegare perché ho ripreso in mano le note introduttive, scritte da Roy Trakin, di Lipstick Killers su quella cassettina, di un giallo ormai sbiadito, della Roir (la numero 104 per la memoria dopo James Chance, 8 Eyed Spy e Dictators) dicevano, più o meno, così “le New York Dolls non volevano seppellire il rock‘n‘roll. Anzi, cercavano di riesumare lo spirito del sessanta, senza rinnegare l’autocompiacimento dei settanta e anticipando la rassegnazione degli ottanta. (…) Chi li ascoltava, allora, girava in metropolitana, non in taxi, ma aspirava a limousine e champagne”. That’s it.
Sylvain Mizrahi era nato nel 1951, nel giorno di San Valentino, al Cairo. I genitori erano di origine ebraica. Prima che Nasser prendesse il potere in Egitto la cultura pop americana era disponibile a buon mercato e il piccolo Sylvain l’assorbì. Il cinema western, la Coca Cola, Marilyn, le gomme da masticare. Il 29 ottobre 1956, Israele e i suoi alleati invasero il paese nel tentativo di strappare il controllo del Canale di Suez e spodestare il presidente Nasser. La crisi del Canale di Suez durò solo sette giorni prima che le pressioni politiche degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica costringessero gli invasori a ritirarsi. Tutte le spedizioni sul canale cessarono ma le tensioni politiche e religiose nella zona rimasero alte. Le cose si misero male; essere ebreo in Egitto, a quel tempo, era complesso. Poi il governo nazionalizzò tutto e furono costretti ad andarsene. Aveva solo sette anni quando la sua famiglia emigrò in Francia.
A Parigi, l’Hotel de Hollande ai piedi del Sacré-Coeur, si trovava nell’enclave di Montmartre, proprio dietro le Folies Bergère. Ma, per Sylvain, la cosa più importante era un negozio che, dietro l’angolo, vendeva televisori. Ogni giorno, dopo la scuola, andava a guardarlo dalla vetrina. Il piatto preferito erano le avventure di Rin Tin Tin, o meglio Les aventures de Rin Tin Tin. Tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta Montmartre era già come sarebbe diventato il Greenwich Village a New York. Le sue scale così dure per i “miséraux” proteggevano gli innamorati e scoraggiavano i pigri. Era proprio come nei film. Le ragazze indossavano impermeabili blu e sciarpe di seta nera mentre i ragazzi giravano con quel loro aspetto da giovani intellettuali ripuliti, ma nel contempo tormentati.
Poi c’era il rock’n’roll: Ray Charles e un giovanissimo Johnny Hallyday che esordiva alla radio nel programma Paris Cocktail e questo gruppo chiamato Les Chaussettes Noires, una sorta di Ventures francesi, che adattavano “Johnny B. Goode” di Chuck Berry nella più “gollista” “Eddie Sois Bon”.
Nel 1961, la famiglia di Sylvain ottenne il visto per gli Stati Uniti. Il “Comitato americano di distribuzione congiunta ebraica” che allora aiutava i nuovi immigrati a stabilirsi, fornì loro tre possibili destinazioni: Cleveland, Boston e Buffalo, stato di New York. A due passi dalle cascate del Niagara e chissà se Marilyn Monroe e Joseph Cotten avevano qualcosa a che fare con la scelta.
Arrivarono a New York in nave. Era un giorno di pioggia e nebbia quando Sylvain e suo fratello rimasero ammutoliti nell’incanto della Statua della Libertà che si rivelava piano piano nel grigiore della baia. Nella casa di Buffalo c’era un pianoforte. E Sylvain iniziò a prendere lezioni. Ci andava dopo la scuola. Tuttavia, i Mizrahi, non erano pronti ad affrontare l’inverno del nord, la temperatura scendeva spesso sotto lo zero e le scarpe marroni dalla zeppa molto alta che indossavano non erano adatte a camminare fra la neve. Gli altri ragazzi lo deridevano per i suoi vestiti e per quelle scarpe così alte da caderci giù, tant’è che qualcuno cominciò a chiamarle “suiciders”.
Nonostante John F. Kennedy fosse diventato il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, i pregiudizi razziali rimasero intatti. Un bambino ebreo di dieci anni che parlava correntemente arabo e francese non fu accolto a braccia aperte. La prima cosa che imparò nella nuova scuola furono parolacce e insulti. “Do you speak English?”. “No”. “Fuck you!”. Era troppo giovane per comprendere i complessi fattori socio-economici e politici alla base di tale accoglienza e diede la colpa ai suoi vestiti e alle buffe calzature marroni. Il soggiorno della famiglia Mizrahi a Buffalo fu, tuttavia, di breve durata. Nel 1962 si trasferirono a New York tra la West 6th Street e Avenue O. a Brooklyn. In quel quartiere erano tutti ebrei siriani. Per prima cosa sistemò il suo guardaroba. Indossava i pantaloni a rovescio e li cuciva tenendoli addosso per farli stretti, stretti. Cuciva e ricuciva tutto il tempo fino a scoppiarci dentro. C’era un fiume di ragazze nei piccoli party organizzati fra le piste da bowling vicino la scuola dove un colorato juke box sentenziava chi fosse il “leader of the pack”, “Is she really going out with him? Well, there she is, Let’s ask her”. Roba da girl group. Aveva questa ragazza italiana che si chiamava Mary, follemente innamorata delle Ronettes e ogni cinque minuti c’era un altro centesimo che andava… “The night we met I knew I needed you so. And if I had the chance I’d never let you go. Poi arrivarono i Beatles all’Ed Sullivan Show. Aveva tredici anni. Gesù Cristo, cambiarono tutto. Fu così per molti: prima urlavi, ti dimenavi, singhiozzavi poi prendevi una chitarra per rubare gli accordi di “I Want To Hold Your Hand”. Si iscrisse alla Van Wyck Junior High, al Queens. Alla Van Wick sfuggì a una rissa con i fratelli Murcia. Billy e suo fratello maggiore giravano per la scuola menando tutti quelli che si distinguevano e che se la tiravano troppo. Si avvicinavano e Alphonso, il maggiore, diceva “Mio fratello vuole prenderti a calci in culo”. Sylvain rispose “Ah, sì?”. La colluttazione non fu un granché, ma divennero amici inseparabili. Si assomigliavano persino un po’ con quei capelli tirati su con così tanta brillantina che spesso colava sul viso come una specie di schifezza. Nel 1965 Sylvain e Billy, frequentando la Newtown High School, conobbero questo giovane ragazzo italiano, sempre ben vestito, Johnny Genzale. Dopo il liceo, Sylvain si trasferì nel seminterrato dei Murcia dove lui e Billy fecero i primi passi per diventare musicisti. Billy prese la batteria e Syl la chitarra elettrica mentre da un piccolo amplificatore uscivano le note di “Wipe Out” dei Surfaris. Fu la prima canzone che impararono a suonare. Nel 1967 Sylvain e Billy si unirono a Mike Turby, una sorta di leggenda locale per formare i Pox. Dopo che il frontman lasciò, intrapresero la loro attività nel campo della moda con il nome di Truth and Soul mentre Sylvain ottenne anche un impiego da A Different Drummer, una boutique per soli uomini che si trovava di fronte al New York Doll Hospital, un negozio di riparazione di bambole. Nel 1970 formarono nuovamente una band e arruolarono Johnny “Thunders” Genzale per unirsi al basso, anche se Sylvain finì per insegnargli a suonare la chitarra. Si facevano chiamare New York Dolls. Quando Sylvain lasciò la band per passare qualche mese a Londra, Thunders e Murcia presero strade diverse.JT e Syl
Thunders fu nuovamente reclutato da Arthur “Killer” Kane e Rick Rivets e, su suggerimento dello stesso, Murcia sostituì il batterista originale. Quando Thunders, che suonava anche con gli Actress, decise che non voleva più saperne di essere il frontman, David Johansen si unì a loro, un nastro dell’ottobre 1971 registrato da Rivets fu pubblicato come “Dawn of the Dolls”. Inizialmente il gruppo era composto da David Johansen, dai chitarristi Johnny Thunders e Rick Rivets, dal bassista Arthur “Killer” Kane e dal batterista Billy Murcia, ma quando Sylvain tornò dall’Europa sostituì Rick Rivets.
Prima dell’uscita del loro disco d’esordio, i New York Dolls ne avevano già passate tante. Le case discografiche erano terrorizzate per varie ragioni. C’era la presunta ambiguità sessuale, testi sfrontati e live oltraggiosi. Nel novembre del 1971, la band si trovò a vivere nel famigerato Endicott Hotel, uno dei tanti “welfare hotels” di New York, e proprio lì si esibirono per la prima volta dal vivo. Era la vigilia di Natale del 1971.  Il crimine dilagava all’Endicott e all’inizio del 1972 quattro donne furono trovate assassinate. La band suonava dappertutto, inclusi i bagni del Man’s Country, circondati da un pubblico vestito solo di asciugamani. Sylvain Sylvain ricorda che la band ne ricavò 400 dollari e fu in grado di pagare l’affitto del loro nuovo appartamento, un loft sopra un negozio di noodles a Chinatown. Lo stesso anno, dopo aver suonato in giro per l’Europa, Billy Murcia andò in overdose nel bel mezzo di una festa. Lo trovarono morto nella vasca da bagno, e i Dolls tornarono a New York per cercare un nuovo batterista. Un loro amico, Jerry Nolan ottenne il lavoro. New York Dolls - coverTodd Rundgren si fece avanti per produrre il primo album, e, quando uscì, mentre Rolling Stone lo amava, altre recensioni paragonavano il suono delle chitarre a rumorosi tosaerba. Amali o odiali, scrivevano su Creem, il migliore o il peggior gruppo del 1973. La copertina dell’album, scattata da Toshi Matsuo nel suo loft, li ritrae seduti su un divano più sexy di un inferno con zeppe ai piedi e un trucco più adatto a una regina del cazzo che a una band di rock’n’roll. Avevano attirato l’attenzione di tutti finché, un giorno, il Mercer Arts Center non collassò.
Syl si occupava di tutto. Era in gran parte responsabile del loro look. Aveva disegnato le aderenti tutine in lamé d’argento che indossavano sul retro del primo album. Red Patent LeatherAnche i pantaloni rosso fuoco del controverso Red Patent Leather, l’album registrato dal vivo al Little Hippodrome Club di New York che suonò come un epitaffio, erano un’idea di Sylvain.  Non era una cosa così politica. Iniziò con un paio di pantaloni rossi e poi passarono a scarpe rosse. E, quando tutto era già rosso, l’idea fu di appendere una grande bandiera con falce e martello sul palco. Un’invenzione di Malcolm McLaren che, tornato da Londra, si era autonominato eminenza grigia del quintetto. In quel periodo, Malcolm si era rivolto a Sylvain per proporgli di diventare il cantante dei Sex Pistols. Gli raccontava di questi ragazzi, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock che frequentavano il suo negozio. Ma Sylvain rifiutò.  Non volle mai fare politica. Voleva solo fare musica.
Andò in Giappone e continuò a lavorare con David Johansen. In seguito con Tony Machine alla batteria, mise insieme la sua band, i Criminal$ (esiste una bella raccolta su New Rose del 1985 “78 Criminal$”). Nel 1979 firmò con la RCA registrando il suo primo album solista, Sylvain Sylvain, uscito in più di dieci paesi: stesso artwork su entrambe le facciate. Zero promozione. Zero vendite. Adoro quel disco. Sylvain Sylvain è al suo meglio (“14th Street Beat”, “Emily”, “Tonight”), non butta giù idee impressionanti, ma non si guarda mai indietro. Balbetta alla Buddy Holly tra chitarre letali, è un Nick Lowe glitterato, un Robert Gordon da marciapiede. È il ragazzo che non ha dimenticato nulla. Non c’è nulla da fare, nel rock più vai controcorrente, più vai dentro la tradizione. Sylvain SylvainPoi nel 1980 arrivarono i Teardrops con Rosie Rex e Danny Reid e l’album “Sylvain Sylvain & the Teardrops” (1981); nessuno dei due vendette più di quanto non avessero fatto gli album dei Dolls, e lui tornò presto a sgomitare. Altri arriveranno più tardi, sotto identità mutevoli – She Wolves, Roman Sandals, Batusis, Sylvain Sylvain and the Sylvains, così come un’autobiografia, There’s No Bones in Ice Cream, uscita nel 2018, che probabilmente rappresenta il meglio scritto sui New York Dolls fino ad oggi.
La fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta videro Sylvain, ora padre single, guidare taxi, cucire tracolle per chitarra e vestiti, e suonare live concerti (a volte tour) con tutti gli ex-Dolls. Qualsiasi cosa servisse per tirare avanti. Incise un altro album da solista nel 1997 per l’etichetta Fishhead, che conteneva due belle e struggenti ballate: “Sleep Baby Doll” e “Another Heart Needs Mending”, la prima una sorta di elegia per Johnny Thunders, morto nell’aprile del 1991.
Si riappacificò con David Johansen e Arthur Kane per una reunion dei Dolls nel 2004, mantenendo vivo il nome della band anche se Kane morì un mese dopo il primo show. Incisero tre album prima di ritirare definitivamente il marchio nel 2011. Nel 2012, registrò il suo ultimo disco: “Leaving New York”. Si stabilì ad Atlanta, prima di trovare la sua casa definitiva a Nashville.
Ultimamente si muoveva reggendosi a un bastone, ma rifiutava qualsiasi compatimento, continuava a girare vestito con il suo solito armamentario, pantaloni in pelle, braccialetti, foulard e collane, risate e un broncio alla Tony Soprano di giorni migliori.Too Much Too Soon
Lontani dalla grazia felina di Marc Bolan e dallo sfarzo di David Bowie, i New York Dolls sembravano delle vecchie puttane sdentate alla ricerca di un bacio, una band superlativa e decadente che, più passava il tempo, più sembrava disfarsi da tutte le parti, al contrario di colleghi che sfrecciavano dritti verso il successo. Sylvain Sylvain, di quella band era la chitarra ritmica, una rete di sicurezza indispensabile alle esplosioni piromaniache di Johnny Thunders. Soprattutto, introdusse quello che sarebbe diventato il marchio di fabbrica della band: un look dalla policromia urlante, androgino e provocatorio, del quale rimase il più minuzioso interprete, alternando eleganti completi di seta a righe, abiti in lamé e anarchici incastri di lana, lattice e flanella che gli conferivano l’aspetto di una bambola scomposta con il viso coronato da riccioli che a zig zag gli cadevano addosso. Ai New York Dolls bastarono due album per decretare la loro influenza, immensa e paragonabile a quella esercitata dai Velvet Underground pochi anni prima. Sulla copertina del primo album, Sylvain Sylvain è l’unico un po’ imbronciato, accigliato, con i pattini a rotelle ai piedi. Sulla copertina di Too Much Too Soon perennemente svagato, nella penombra di un secondo piano. Due immagini che riassumono bene ciò che fu: una figura cruciale, il cui volto e il cui nome però non presero mai luce.Sylvain Sylvain
Sylvain Sylvain non aveva l’ambizione di David Johansen, ed era troppo intelligente per desiderare il glamour. Se gli avessi chiesto: “Hey, Syl, cosa è per te il rock’n’roll?”. Avrebbe risposto: “Tutto è rock’n’roll! Mettiamo in chiaro le cose, il rock’n’roll non è roba per signorine, non è roba da ascoltare quando tutto va bene. Sei nella merda, lì c’è il rock’n’roll. Serve a sconfiggere i tempi duri, serve a rifiutare la disperazione. E quando lo fai, non puoi perdere. È proprio lì dove talk fa rima con walk”.

“I’m 62 years old now and I still get carded when I buy beer. On Wednesdays they give a senior citizen discount and when I checked out I asked for my discount. The lady didn’t believe I was over 55 and I had to show her my driver’s license. Now every time I go in she says: This guy’s got the gene in him – they should bottle it!”.

Riccardo Magagna

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"