Pazzi per la musica. Marok, e la nebulosa del “Noio; volevam suonar”.

Avete mai avuto un’idea apparentemente pazzesca?
Intendo, una di quelle idee che sulle prime vi è apparsa come un qualcosa di indefinito, una nebulosa in una galassia lontana anni luce che a malapena riuscivate ad individuare come un puntino in mezzo ad un disseminato stuolo di dati telemetrici, ma che ad un certo punto siete riusciti pian piano a collocare nel giusto quadrante, quindi lentamente a delimitare, mettere bene a fuoco e finalmente  – in un tempo che sulle prime sembrava lunghissimo ma che, dopotutto, in quel momento vi è poi sembrato brevissimo – a vedere ad occhio nudo?  Certamente si: diamine, una cosa del genere sicuramente capita, prima o poi, nella vita di chiunque.
Nell’esistenza degli artisti, questo genere di cose deve capitare con più costanza o, per lo meno, con una frequenza tale che la definizione di “artista” non diventi solo un appellativo sbiadito e consunto ma una vera e propria definizione spirituale: essenza, insomma. Ebbene, tra quel numero di persone che si possono a giusto titolo appellare con il fregio di “artista” ve ne sono alcuni – non moltissimi ma ben individuabili – la cui opera è una continua sequenza di idee apparentemente ‘pazzesche’ che, lungi in effetti dall’esserlo, diventano opere buone, giuste e assolutamente deliziose una volta portate a compimento.
Per individuare questo genere di artista non è necessario conoscere bene e da presso tutta la sua opera omnia (anche se di certo aiuterebbe e darebbe, comunque, la cosa in sè alla vostra esistenza un gusto certamente un po’ più consistente): è sufficiente dare un’occhiata allo spirito del suo percorso artistico, alle sue mai banali collaborazioni, ai traguardi raggiunti e alla voglia evidente di andare sempre un po’ oltre a ciò che è stato già fatto. Insomma, uno alla Gianni Maroccolo alias Marok, tanto per dirla in senso stretto e univoco: bassista e produttore discografico, scopritore di talenti (nel caso, chiedere maggiori informazioni ai Marlene Kuntz), fondatore dei Litfiba (con cui scrisse e suonò i più begli album della loro storia), correo dei CCCP nella loro chiusura di ciclo e fondatore con Giovanni Lindo, Giorgio Canali e Massimo Zamboni dei CSI, con i quali scrisse (tra gli altri) Tabula Rasa Elettrificata,  probabilmente tra i più bei album rock della storia italiana. Tralasciando parecchie altre indimenticabili “quisquilie” musicali a cui ha partecipato (ha militato nei PGR, prima di collaborare con i Marlene all’uscita di album come Bianco Sporco, Canzoni per un figlio e soprattutto “Uno”, tra i miei preferiti di sempre), ha al suo attivo anche parecchi lavori da solista tra cui la stupenda intima e “notturna” serie di Alone, il cosiddetto ‘disco perpetuo’, che vedrà il prossimo 17 giugno l’uscita del quarto “episodio”.  Proprio tra i brani di quest’ultimo album della serie, vi sarà “Sognando”, pezzo che vede la collaborazione di Maroccolo con Don Backy e Stefano Rampoldi, in arte Edda.
Non a caso, un brano che parla del folle sogno di un uomo, all’interno di un album che ha come tema portante proprio la pazzia. Un connubio audace ma suadente e riuscitissimo. E una collaborazione da cui, per fortuna (o per una “pazza idea”, come cantava anni fa Patty Pravo) , nasce la voglia di Edda e Maroccolo, di fare un lavoro molto più articolato insieme, un insieme organico e collaborativo. Ed è proprio così che in piena fase di lockdown, in un momento in cui molte persone si allontanano da quella galassia lontana anni luce e apparentemente indefinita che è diventata la propria abituale esistenza, Stefano Rampoldi e Gianni Maroccolo decidono invece di mettere ben a fuoco e di guardare ad occhio nudo la propria stella: e di iniziare a disegnarla con passione. La stella è “Noio; volevam suonar”, un album completo di 11 brani, che uscirà gratuitamente a fine mese, il 30 giugno.
“Doveva essere una semplice blind date ma ora siamo in piena bukkake e la mia vita non sarà più la stessa. Il fuoco brucia ma anche purifica. Questo ci fa capire che se il cielo è triste poi arriva il sole” aveva commentato Edda\Rampoldi recentemente dalle pagine di Rockol. Così, ulteriormente incuriosito da questa collaborazione, decido di andare un po’ più fondo, di avvicinarmi almeno un pochino a quella galassia così lontana: che io artista non sono, e rispetto a gente come Marok e Edda, ho bisogno di ridurre le distanze per poter poi distinguere meglio le nebulose. Insomma, come si fa spesso in ogni buon viaggio stellare, da buon “ground control” contatto “major Marok” e inizio a domandare.

Domanda: “Ciao Marok: la sparo lì a bruciapelo, che così ce la leviamo subito questa curiosità. Perchè cercare una collaborazione spettacolare come quella con di Stefano, e  fare poi un album gratuito?”
Risposta: “Sono due aspetti differenti. La scelta di fare un disco insieme nasce prima. Da tempo ne parlavamo e mentre stavo realizzando la cover di “Sognando” per alone vol. IV, ho pensato che sarebbe stato fantastico che la cantassero insieme Stefano & Don Backy e così lo proposi ad entrambi. Quando ho ascoltato l’ interpretazione vocale di Stefano mi è venuta la pelle d’oca da quanto era emozionale. E così, senza pensarci gli ho scritto e gli ho proposto di fare un disco insieme. Solo dopo qualche giorno l’ idea di condividere con altri, in un momento di grande difficoltà, il regalo che stavamo facendo a noi stessi. Quando grandi complessità ci sommergono al punto tale da farci rimettere in discussione tutto, quando ognuno di noi si ritrova a perdere qualcuno o qualcosa, mi è venuto naturale non chiedere, ma chiedermi cosa noi avremmo potuto fare per gli altri. E così si è deciso di fare la nostra parte nell’ unico modo per noi possibile…. fare della musica e condividerla. grazie al cielo, la Contempo Records, etichetta con cui collaboro felicemente da anni, ha supportato il progetto e con il loro aiuto siamo riusciti a realizzarlo fino in fondo ovvero:  non solo in free download e free streaming, ma anche in versione cd o lp. “

D: “Non avendo potuto incontrarvi durante la scrittura e l’arrangiamento dell’album, il processo creativo dev’essere stato tutto un “dai e vai”, con continui palleggiamenti di brani e rimescolamenti fatti a turno; pensi che questo tipo di lavoro abbia più dato o più tolto all’album, in termini di amalgama delle idee reciproche? E in particolare, cosa pensi gli abbia dato di diverso di un lavoro fatto in maniera “canonica”?”
R: “Ogni disco fotografa un momento preciso della nostra vita. L’unica fotografia che avevamo a disposizione era quello di creare e registrare a distanza. Stefano a casa del padre a Milano con un I-pad, io a casa mia in toscana con un Minimac, un basso e un piccolo synth. L’ amalgama ma soprattutto musica, canzoni e suoni, sono state la naturale conseguenza dal bel rapporto umano che io e Stefano stiamo coltivando da anni.  Non sono in grado di poter dire se in studio sarebbe venuto meglio o peggio… probabilmente diverso. Certo, abbiamo dovuto convivere con alcuni limiti, ma siamo stati capaci di trasformarli in modo creativo e poi alla fine, il nostro amico Lorenzo Tommasini, ha missato il disco e l’ha reso bello a livello sonoro. “

D: “Quando ho letto che stavi lavorando ad un disco con Edda, sinceramente non ho pensato (come ha fatto invece qualcun altro) che non sarebbe stato un capolavoro: il mio pensiero si è fermato invece quasi subito sull’idea che sarebbe stato qualcosa di completamente sperimentale, magari addirittura assolutamente non strumentale. Invece mi pare che ne sia uscito fuori un esperimento melodico per voci e strumenti, che riesce a far combaciare la sua voglia di ricerca direttamente con la volontà di trovare un equilibrio tra la vostra reciproca capacità di andare sempre un po’ oltre le peculiari capacità. Che “linea” artistica vi siete dati (se ve la siete data) quando avete iniziato a lavorarci?”
R: “Un pò di diffidenza iniziale c’è sempre quando si annuncia un “incontro speciale” e lungi da me pretendere che questo disco piaccia e convinca tutti. Era importante che il disco piacesse, emozionasse e convincesse noi due. E questo risultato lo abbiamo raggiunto, ma nemmeno per un attimo abbiamo pensato di dover fare un capolavoro nè, ripeto, pretendiamo che debba piacere a tutti. Si è deciso di “giocare” seriamente insieme e ci siamo scambiati files audio, provini, parti registrate, voci etc…. ad un certo ci siamo fermati e ci siamo detti: però; chi l’ avrebbe mai detto. Quindi, nessun piano, nessuna regola, nessuna linea. Ci siamo detti solo che sarebbe stato bello riuscirci a sommare per creare qualcosa di unico che abitualmente non sentiamo nei nostri dischi in solitaria e credo che in gran parte del disco ci siamo riusciti. “

D: ”Era la prima volta che collaboravi con Edda, “L’altrove” a parte, mi pare: di certo la prima collaborazione con lui in un progetto più articolato e completo. E’ stato più o meno semplice di come te l’aspettavi? Chi di voi si è adattato meglio al modus operandi dell’altro?”
R: “Un processo naturale. Ognuno ha lavorato come si sentiva di fare. Dal mio punto è stato semplicissimo e credo che lo stesso sia stato per Stefano. Ripeto, musica, canzoni e suoni…. tutto si è messo in moto ed arrivato come naturale conseguenza di un bel rapporto umano e profondo. Quando percepisci che non sono due persone a procedere ma una sorta di tutt’uno non fai altro che lasciarti andare e far fluire le cose. Noi siamo stati bravi a capire che non c’era nulla da capire perchè tutto si manifestava quasi al di là di noi. “

D: “Vi hanno definito “La strana coppia” e voi, un po’ per scherzo e un po’ come omaggio, vi siete fatti raffigurare sulla copertina del disco nelle sembianze di Toto’ e Peppino, due artisti che però insieme hanno fatto diversi film, definendo pertanto così la storia del cinema comico italiano anni 50 e 60: credi che ci sarà un sequel a “Noio; volevam suonar…“? ”
R: “Titolo e idea di copertina sono di Edda. Non fossimo stati in quarantena forse avremmo fatto una foto vestiti come Totò e Peppino al loro arrivo a Milano. Per noi sono due Miti !  Per il resto preferisco vivere il presente e non fare mai dei piani, ma intanto si è deciso che faremo un pò di concerti insieme quando sarà possibile. un altro disco insieme?  Perchè no, nessuno di noi due lo esclude, ma credo sia presto per parlarne ora. “

D: “Tra i brani dell’album mi ha colpito molto ritrovare “Bebigionson”, un pezzo che oltre ad essere un omaggio ad un’epoca ormai remota, è anche un tributo pagato a Daniel Dale Johnston, un personaggio “imperfetto” e fragile del rock degli ultimi 30 anni, morto pochi mesi fa dopo un’esistenza piuttosto complicata: far circolare il suo “fantasma” in questo album è più un monito degli aspetti complessi di chi intende voler continuare a fare un certo tipo di musica oggi, o un inno allo spirito punk che aleggia nelle pieghe del disco?”
R: “D.J. più che imperfetto direi “diverso”. E’ un artista a cui credo si debba molto. Anni fa fu il dir. artistico della Contempo a farmelo scoprire. Ed è stato amore a prima vista. Far circolare il suo “fantasma” credo sia più un atto dovuto che non un monito. E’ pur vero che in NVS, quel “Fantasma” credo si senta un pò come a casa sua. “

D: “Se questo Lockdown dovesse consentirlo, prevedete qualche data live, magari in teatri?”
R: “Appena possibile suoneremo. Dove, quando, come perchè…. non ne ho idea. “

D: “Questa è davvero un’ottima notizia, per tutti quelli che – come me – non vedono l’ora di potervi ascoltare live.  In uscita, oltre a “Noio; volevam suonar” hai anche “Alone Vol. IV”: in un periodo complesso come questo, la tua creatività non pare esserne stata intaccata. Anzi, tutt’altro. Questa situazione (il virus, il lockdown) ti è stata più d’intralcio, o ti ha dato qualche stimolo artistico in più? Ti ha ispirato? E se si, in che maniera e su che argomenti?”
R: “No. Virus e Quarantena non hanno influito sull’ ispirazione. Forse mi/ci ha impedito di procedere senza distrazioni, ma da una vita ogni giorno io attacco gli strumenti e suono, registro, manipolo e quindi, in tal senso, il lockdown non ha modificato di molto la mia vita abituale.

D: “Amo chiudere le mie interviste con una domanda che faccio a tutti gli artisti, mutuata da quello che è uno dei film a sfondo musicale che amo di più, e cioè “Almost famous”: Marok, cos’è che ami di più della musica?”
R: “Come diceva il buon Claudio Rocchi…. scegliere continuamente di abbandonare il noto per l’ ignoto.”

Una risposta non scontata ad una domanda che – se vogliamo – può essere piuttosto banale. Ma d’altra parte, per poter scoprire qualcosa di nuovo in un mondo ormai piuttosto navigato, c’è da essere un bel po’ coraggiosi, e di certo anche un tantino visionari. Pazzi, insomma, ma perfettamente in grado di intendere e volere.

 

 

 

 

 

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".