“1972” e l’Andreotti che non t’aspetti

Il 1972 era un anno bisestile, come quello che stiamo vivendo nel presente. Non si hanno memoria di pandemie o virus virulenti, ma il Premio Nobel per la medicina andò ad un certo Rodney Robert Porter, biochimico nato in terra d’Albione che, insieme al biologo statunitense Gerald Edelman, aveva determinato l’esatta struttura chimica degli anticorpi, aiutando la scienza a progredire nella conoscenza di come il corpo umano reagisca nella battaglia contro virus e batteri.
Per la musica Rock era un periodo d’oro, quelli del massimo splendore post beatlesiano, del post Woodstock, delle band che sarebbero poi entrate nella mitologia della musica, e di album che ancora oggi hanno un posto preminente nella storia di fine millennio.
A cominciare dal genere Prog, che vide il suo apogeo in album quali “Foxtrot” – penultimo grandioso album che vide Peter Gabriel quale frontman dei Genesis – “Thick as a brick” – quinto album dei Jethro Tull – e “Close to the edge” dei britannici Yes, passando al rock canonico, con l’uscita di capolavori quali “Exile on Main St.” – considerato il migliore dei Rolling Stones – “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” (che credo non abbia bisogno di alcuna presentazione), “Harvest” (idem, manco ve lo cito di chi è) , “Transformer” (vabbè) , Black Sabbath vol.4 e altri capolavori, fino ad arrivare ad “Obscured by clouds”, settimo album dei Pink Floyd, il cui valore artistico era certamente sullo stesso piano degli immediatamente precedenti “Ummagumma” e “Atom heart mother”, ma la cui uscita anticipava di soli 6 mesi la nascita di “The dark side of the moon”, nel 1973.
Ma questa di certo è un’altra storia.
Si stava parlando del 1972, e in Italia questo coincise con l’avvento di ben due governi nati a pochissima distanza l’uno dall’altro: caduto il primo a soli otto giorni dalla sua formazione – perché al Senato non superò il voto di fiducia – subentrò il secondo che durò poco meno di un anno. A capo di entrambi, vi fu il democristianissimo Giulio Andreotti, gibboso esponente di una classe politica di certo preparata, quasi sempre composta ma non per questo poco scaltra. Il secondo Andreotti cadde per il ritiro dell’appoggio esterno dei repubblicani al governo sulla materia della riforma televisiva.
Strana coincidenza quindi che un ragazzo nato nel 1993, cresciuto in un ambiente bruciato al fuoco di “Mani Pulite”, nel solco della cosiddetta Seconda Repubblica, abbia cercato di scavalcare i propri ricordi e la propria esperienza diretta – politica, musicale, esperienziale – per tornare proprio a quel 1972 e a quella figura così estremamente controversa. Un’ossessione, unita alla passione per le sonorità patinate e glamour anni ’70, che attraggono e incuriosiscono.
Di certo, l’hanno avuta su di me, un ex ragazzo cresciuto all’ombra della Prima repubblica e del Bipartitismo, e che prestava attenzione alla musica di Battisti, Rino Gaetano, Tozzi e compagnia cantante (è proprio il caso di dirlo) con più di un orecchio, lasciando il resto alle sonorità più ruvide ed elettriche che invece avrebbero riempito i miei ascolti dall’adolescenza in poi. “Andreotti“, cognome dello statista, è anche lo pseudonimo non arbitrariamente scelto da un giovane artista emergente, alla sua prima fatica musicale. E così “1972”, quell’anno che vide due legislature succedersi a velocità inusuale anche per un Paese dai cambi di direzione repentini come il nostro, è diventato il titolo del suo album del debutto.
Nelle note di presentazione dell’artista si legge che è “l’ennesimo cantautore indie-pop del bel Paese: nessun volto, nessuna ricerca del successo personale, esclusivamente la musica al centro dell’intero progetto.” Ed in effetti, questo non dare un nome ed un cognome alla sua musica si lega perfettamente alla maschera della sua “ossessione” politica, che indossa per presentarsi al mondo. Un volto che, forse, ben pochi di quelli che hanno vissuto il ventennio politico ‘70\’80 indosserebbero per proporre la propria arte.
Un segno che però – per converso – un giovane e artisticamente ambizioso artista può permettersi di tracciare. Il primo ascolto dell’album scorre tra piacevoli scossoni e solleticanti suggestioni testuali e sonore, in un mix ben dosato di suoni elettronici amalgamati tra il moderno e il vintage, che abbina ad un mood elettronico, testi a volte sfacciatamente diretti – anche se mai fini a se stessi – in una nuvola di metafore surreali e immagini schizofreniche. Da lì a volerlo intervistare, il passo è breve. Così, nemmeno la richiesta di ricevere e dare le risposte in forma scritta mi sorprende: nel mood del personaggio, certamente ci sta.

Domanda. “Andreotti. Un nickname impegnativo, ma in effetti adeguato per un album il cui titolo, “1972”, ha visto in effetti il famoso – e famigerato – politico della DC alla Presidenza del Consiglio. Da cosa deriva la scelta proprio di “quel” politico?
Risposta: “La scelta di Andreotti é dovuta ad una sorta di “ossessione”, tutt’altro che positiva, per Andreotti. Sceglierlo é stato un po’ un modo per esorcizzare questa sorta di incubo.”

D. “Tra le note di presentazione di album e di te come artista, si segnala che indossi una maschera per fare in modo che l’attenzione vada diretta alla musica e non al personaggio. Ma il “creare” un personaggio mascherato, sulla faccia di un politico così discusso e controverso, non credi che potrebbe sortire l’esatto effetto opposto?”
R. “Credo che la maschera possa incuriosire un ascoltatore a mettere “play” certo… Ma dopo quella iniziale curiosità, c’é la musica, ed é l’unica che può fare la differenza… Io penso al mio modo di intendere la musica: se ascolto qualcosa che non mi piace, possono esserci tutte le attrattive del caso (dalla maschera alla costruzione di un personaggio in particolare) ma io non sosterrò quell’ artista, non sosterrò la sua musica… E quindi lo vedi che torniamo alla questione nodale: chi ha sempre l’ultima parola? La musica!”
A questo aggiungici che la maschera mi permette di scrivere quello che voglio, senza filtri, mi offre una libertà creativa che diversamente non potrei permettermi, per via di un carattere abbastanza introverso e poco incline a “luci” e “riflettori”

D. “Sonorità vintage alla Lucio Battisti anni 70, sintetizzatori, voce con ritorno ad eco per testi che invece di patinato hanno veramente poco: metafore surreali unite a frasi estremamente caustiche condite di linguaggio esplicito in salsa psichedelica. Mi ha fatto pensare un po’ all’atteggiamento ad una nouvelle vague traslata in musica. Quanto di quell’atteggiamento credi di aver messo dentro al tuo album?”
R. “Mah, non saprei. Io scrivo cercando qualcosa che non saprei neppure definirti a pieno. Cerco qualcosa che sia appetibile per me, qualcosa che mi colpisca sotto diversi punti di vista e anche, e soprattutto, nel suo surrealismo.”

D. “Tutto l’album pare costruito come se fosse una serie di conversazioni a due voci, uno spaccato generazionale illuminato dai chiaro scuri di una relazione che pare essere in bilico tra l’inedia e il fatalismo: quanto del tuo vissuto reale e personale ci hai messo dentro?”
R. “Ci ho messo dentro abbastanza, ma qualcosa é stata romanzata, e tanto altro fa riferimento a immagini surreali, per cui, facciamo che ci ho messo un 60%?!”

D. “Otto tracce sempre in bilico tra il gioco verbale, sberleffi, locuzioni volgari e termini ricercati, concluse da un brano – “Lombroso” – messo a chiusura di un album che, per lo più, rimanda un’atmosfera a tinte grigie, insofferenti e disilluse: e lo fa però con un accento musicale che ricorda molto da vicino Rino Gaetano di “Spendi Spandi Effendi”, con una forte dose di ironia e con immagini paradossali alla South Park, che strattonano l’ascoltatore fino alla risata: cerchi di far passare l’idea che una risata, in fondo, aiuta a sopportare disgusto e noia?
R. : “Lombroso” é un brano a suo modo isterico, o meglio, scritto da una personalità a suo modo isterica, e se riesce a strattonare l’ascoltatore fino alla risata, devo dire che non mi dispiace troppo. Quindi, si, l’idea di fondo é quella; a volte lasciarsi andare ad una isterica felicità può aiutare a sopportare il disgusto e la noia. Ma solo “a volte”…”

D. “I tuoi riferimenti passati sono abbastanza chiari, si ritrovano sparsi qui e là dentro il tuo album; ma tra i moderni cosa prediligi? Ti senti più vicino ad uno stile spurio e non identificabile simile ad esempio a quello di una ‘Myss Keta’, o a quello che i discografici oggi amano chiamare Indie Italiano?
R. “Devo deluderti, non so chi sia Myss Keta. Ma prometto che ascolterò qualcosa nei prossimi giorni. Io faccio semplicemente pop, in maniera indipendente perché non ho un’etichetta… Quello che da qualche anno viene definito indie, in italia, é Pop. Quindi il genere é quello, forse solo un po’ più retrò”
D. “Su questo non hai assolutamente torto. Allora facciamo così: mi dici negli ultimi anni, quali sono i 3 album (anche non italiani) che hai ascoltato con più avidità, fin quasi a consumarli?
R. “Sono più di 3, ascolto musica circa 2 ore al giorno e se non vuoi impazzire hai bisogno almeno di una trentina di album da consumare e da utilizzare a cicli mensili o settimanali. Non li cito tutti, sennò stiamo fino a domani, ti do soltanto i principali. ‘Sgt pepper’s’, ‘Abbey Road’ e il ‘White Album’ per i Beatles. ‘Anima Latina’, ‘Il nostro caro angelo’, ‘Una donna per amico’ di Battisti. ‘The dark side of the moon’ e ‘The wall’ per i Pink Floyd. E per qualcosa di più recente: ultimamente ascolto spesso e volentieri Andrea Laszlo de Simone e Giorgio Poi.”

D. “Insomma, i tipici ascolti di un “ragazzo” dei miei anni. Cosa ne pensi invece di quella che ormai è diventata quasi una consuetudine di molti artisti durante il lockdown, e cioè fare dirette e miniconcerti gratuiti da casa?
R. “Non so, credo sia una cosa tutto sommato bella.”
D. “Amo chiudere le mie interviste con una domanda che faccio a tutti gli artisti, mutuata da quello che è uno dei film a sfondo musicale che amo di più,”Almost famous”.
Andreotti, cos’è che ami di più della musica?
R. “Tante, troppe cose forse. Sicuramente le emozioni che riesce a trasmettere. Ma da compositore/produttore amo soprattutto perdermi in ogni singolo strumento, in ogni singolo suono, che coltivo con cura, cercandolo e affinandolo giorno dopo giorno per formare quel particolare “puzzle” che é la canzone.”

Nel suo complesso, 1972 è un album d’esordio che non si può che definire realmente interessante, e che rappresenta – nel panorama della musica italiana odierna – una ventata che dal passato riesce a portare nuovo ossigeno sulla scena, in un momento non certo semplice per nessuno. Rimane per ora la curiosità – chissà fino a quando disattesa, visto il momento particolare – di vederlo cantare sui palchi, armato dei suoi testi taglienti e surreali e della sua maschera, per verificare se l’unione accattivante della evidente carica d’energia statica che scaturisce dalla sua musica, e di quella pruriginosa curiosità certamente destata dalla sua figura, verranno confermate: questo, in attesa di vedere se la sua carriera sarà altrettanto lunga e piena di successi rispetto a quella del personaggio scelto per far emergere soprattutto la sua musica.
O almeno, che sopravviva artisticamente abbastanza per svelarci tutta la verità su Moro, Ustica e la “trattativa”.

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".