“La Musica nella mente”: 70 compleanni di Stevie Wonder. Pt.1

Oakland, 8 dicembre 1980:
L’effetto dell’annuncio cupo di Stevie alla folla fu come un pugno nel diaframma, che fece emettere loro uno spontaneo ‘Ooohhhh!’. (…)  Oltre al semplice annuncio che John Lennon era stato ucciso, Stevie aveva qualcosa in più da dire. Per i cinque minuti seguenti parlò spontaneamente della sua amicizia con John Lennon: come si erano conosciuti, quando e dove, per cosa si erano divertiti assieme, e che tipo d’uomo pensava fosse Lennon. L’ultima parte fu la chiave, perché tracciò una linea tra  quanto era accaduto sul balcone di quel motel a Memphis, in Tennessee, una dozzina di anni prima.” (Gil Scott Heron, “L’Ultima Vacanza: A Memoir”, LiberAria Editrice,2013).

Nel bel mezzo della tournée di “Hotter Than July” (album uscito pochi mesi prima e contenente Happy Birthday, canzone che chiedeva l’istituzione del Martin Luther King Day nel giorno del compleanno del pastore), Lennon era stato freddato a colpi di pistola davanti all’ingresso del Dakota Hotel, sua abitazione, da un fan impazzito.
Una popstar, ma soprattutto uno dei più controversi e politicamente esposti “agitatori culturali”, assassinato (benché per motivi totalmente differenti) come il personaggio per il quale Stevie Wonder aveva scritto quella canzone e per il quale si stava svolgendo quella serie di concerti, che sarebbero culminati esattamente un mese e una settimana più tardi, il 15 gennaio 1981, a Washington D.C.
Si trattava di un disco che per la seconda volta (la prima rappresentata dall’esperimento ultra elettronico della colonna sonora del documentario “Journey Through The Secret Life Of Plants”) lasciava fredda la critica, dopo un decennio stupefacente che aveva eletto l’ex ragazzino prodigio al rango di Genio, proprio come era accaduto al suo idolo assoluto: Ray Charles.
Nato prematuro a Saginaw, Michigan, il 13 maggio 1950, il piccolo Stevland Hardaway Judkins si scontra immediatamente con le difficoltà che la vita mette sul suo cammino: viene inserito in incubatrice, ma un malfunzionamento dall’apparecchiatura gli provoca un distacco della retina che lo rende irrimediabilmente cieco. Terzo di sei figli avuti da Lula Mae Hardaway, ventenne all’epoca della sua nascita, il piccolo Stevie ha solo quattro anni quando la signora Judkins lascia il marito Cecil, uomo violento e molto più vecchio di lei che la sfrutta e la fa prostituire: lui e i fratelli seguono la madre a Detroit e cambiano il cognome in Morris per sfuggire ad eventuali ingerenze paterne.
Costretto a stare il più possibile in casa dal timore per la sua incolumità che pervade mamma Lula, il ragazzino è attratto dai suoni che provengono dalla radio: pentole e cucchiai rappresentano la sua batteria, la voce grida a più non posso ma il ragazzo risulta incredibilmente dotato. Comincia a padroneggiare l’armonica (unico strumento economicamente sostenibile) e si inserisce nel coro della vicina Whitestone Baptist Church dove Ronnie White, membro del gruppo di Smokey Robinson & The Miracles, rimane impressionato e scopre che quell’undicenne si diletta anche a scrivere canzoni assieme alla madre: ascoltata una di queste, Lonely Boy, lo porta immediatamente da Barry Gordy, Jr. in persona.
Gordy è un personaggio particolare: uomo dai modi spicci e molto concreto, ma che aspira da sempre ad essere accolto negli ambienti altolocati, ha creato tre anni prima dal nulla quella label indipendente e sta iniziando a mietere i primi successi che da lì a poco cresceranno a ritmo impressionante (180 volte primi in classifica!), concretizzando l’auspicio enunciato dall’enorme insegna voluta dal suo autore e posizionata sulla facciata della villetta a due piani che fungeva da sede, al numero 2648 del Grand Boulevard di Detroit: l’insegna recitava “Hitsville U.S.A.”, la città dei successi.

È il momento giusto. L’etichetta che avrebbe adottato lo slogan pubblicitario “Il Suono Della Giovane America” lo sta già mettendo in pratica: quel ragazzo è una manna piovuta su Gordy e la sua creatura. Il patron ne è convinto e si premura di stilare un contratto con Lula per assicurare quel precoce talento alla sussidiaria Tamla: i risultati gli daranno ragione un numero sufficiente di volte, anche se non nell’immediato.
Posto sotto l’ala protettiva del team di casa, Stevland viene ribattezzato Little Stevie Wonder ed esordisce con un album di cover del personaggio musicale che all’epoca sente più affine: “Tribute To Uncle Ray” è una raccolta di interpretazioni  dei successi di Ray Charles, ma troppo jazzato per attrarre il pubblico più giovane e spingerlo a fidarsi di quel bamboccio con armonica raffigurato in copertina.
Stesso destino per la prova immediatamente successiva, “The Jazz Soul Of Little Stevie”, cui non riesce il miracolo di risultare convincente solo apponendo il termine “soul” nel titolo. Soprattutto perché si tratta di un disco pressoché strumentale, composto quasi interamente da Clarence Paul, il songwriter della Motown cui Gordy ha affidato Little Stevie, il quale si prende pure il lusso di vedersi accreditato quale co-autore in un paio di brani nati da sue improvvisazioni.
Gordy, che ha imposto un contratto nel quale si prevede che un fondo amministri i proventi ottenuti dall’artista fino alla maggiore età e al momento paga la bellezza di $2,50 settimanali a testa, al ragazzo e alla mamma (circa $25,00 di oggi), comincia a dubitare della bontà dell’investimento. Il problema è che dal vivo Wonder è una potenza: nonostante la giovane età attrae le donne e gli uomini non si sentono minacciati dal sex appeal di un dodicenne non vedente che canta meravigliosamente e suona l’armonica e la batteria. Insomma, vale tentare la carta dell’album inciso in concerto.
The 12 Year Old Genius – Recorded Live” è inaugurato da Fingertips, già canzone d’apertura del  capitolo precedente, ma stavolta in versione live e particolarmente lunga, ben 7 minuti. Ma il brano è così dinamico rispetto alla versione in studio da convincere Gordy e i suoi collaboratori a pubblicarne una parte, la seconda, su singolo. Detto, fatto: il 45 giri scala i Top 100 di Billboard, sia POP che R&B, raggiungendo in entrambe le classifiche la prima posizione. Fingertips, Pt. 2 rende subito chiaro a tutti quanto il fiuto che sta rendendo famosa la Motown sia pressoché infallibile: quel ragazzino pare destinato a un luminoso futuro.

Il singolo successivo, Workout Stevie, Workout, si attesta alla trentatreesima posizione della POP chart, ma fallisce l’ingresso in quella R&B, con simili risultati raggiunti dai singoli successivi e vendite poco significative degli album del biennio 1963/64. Nel 1965 Wonder, che ha già perso per strada l’aggettivo “Little”, si vede pubblicare un solo singolo, Hi-Heel Sneakers (cover del successo di Tommy Tucker dell’anno precedente e scritta da Robert Higginbotham), ma almeno rientra anche nella classifica R&B, pur se solo al trentesimo posto. Ma i colleghi mormorano, si lamentano delle attenzioni delle quali è circondato il ragazzino, che ai loro occhi brucia denari che consentirebbero loro di portare in classifica più singoli.
Gordy non è tipo da consentire che qualcosa sfugga al suo controllo, bisogna lavorare a successi adatti ad un giovane teenager e al pubblico che si riconosce in lui. Siamo nel 1966, il ragazzo si è quasi fatto uomo, servono incisioni che siano più in linea coi canoni della Motown, ormai adeguati al corso dei tempi grazie a nuovi artisti che spostano il tiro verso il pop, compreso il produttore e autore Henry “Hank” Cosby, marito di Sylvia Moy, promossa al rango di autrice dopo essere atat assunta come receptionist.
Up-Tight Everything’s Alright” aggiorna il linguaggio avvicinando quel pubblico bianco che nell’intuizione di Barry Gordy deve essere l’obiettivo da conquistare: cosa di meglio di una cover in salsa Tamla-Motown di Blowin’ In The Wind? Ma, soprattutto: che dire di un brano come la title track, scritta appunto da Wonder,  Sylvia e Hank, col quale aveva già vergato Fingertips? Un ritmo irresistibile, un suono che riflette il marchio di fabbrica, un successo annunciato. E infatti: terza posizione nella chart pop, numero 1 in quella r&b. L’ex “enfant prodige” dimostra di saperci fare, se lasciato libero di esprimersi.
L’album contiene ben quattro singoli, ma se due sono composti per l’occasione, l’altro “number 1” nella chart R&B lo regalerà proprio la cover del pezzo di Dylan, che entrerà anche in quella POP raggiungendo il nono posto.
Il 1966 non è ancora terminato che la Tamla pubblica il disco che presenterà il giovane Stevie anche all’Italia: “Down To Earth” è una nuova raccolta di brani prevalentemente scritti dal trio Cosby/Moy/Wonder, cui si aggiungono le cover del classico Sixteen Tons, di Bang Bang (proprio il successo scritto da Sonny Bono per Nancy Sinatra) e un’altra canzone significativa di Sua Bobbitudine, Mr. Tambourine Man. Ma sarà A Place In The Sun a venire pubblicata come singolo (un numero 9 nel POP, 3 nel R&B) e, soprattutto, a regalare al giovane del Michigan una versione nella nostra lingua nel 1968, dopo essere già stata un grande successo chez-nous l’anno precedente per il veronese Eugenio Zambelli, in arte Dino, intitolata Il Sole È Di Tutti.
Anche Travelin’ Man e Hey Love sono singoli tratti dall’album della definitiva consacrazione artistica, ma i piazzamenti sono meno lusinghieri (il massimo lo ottiene la seconda con un numero 9 nella sezioneR&B).

Nel 1967 l’album “I Was Made To Love Her” prende il titolo dalla nuova hit, ancora al vertice della R&B chart, mentre manca d’un soffio la replica in quella POP fermandosi  alla seconda piazza, ma oltre al solito trio, agli autori si aggiunge mamma Lula (che riceverà una nomination ai Grammy Award). Per il resto, l’album contiene una sequela di reinterpretazioni di successi soul quali Respect (Otis Redding), My Girl (scritta da Smokey Robinson e Ronald White nel 1964 per i Temptations ), Can I Get A Witness e Baby Don’t You Do It (entrambe pennellate dal fantastico trio Holland-Dozier-Holland per Marvin Gaye, la seconda ripresa anche da The Band e The Who), il classico di Bobby Bland I Pity The Fool, fino a misurarsi con il James Brown di Please Please Please.
(Questo è l’anno in cui il Nostro si concede anche il lusso di scrivere con e per i compagni di scuderia: vi dice nulla, per esempio, The Tears Of A Clown? Smokey Robinson & The Miracles l’avevano posizionata al termine dell’LP “Make It Happen”, rendendola di fatto meno significativa, ma nel 1970 la pubblicheranno come singolo raggiungendo il numero 1 di entrambe le charts dopo un periodo che li aveva visti molto appannati in termini di successi, confrontato agli anni d’oro della loro produzione).
Someday At Christmas” è, come si intuirà, un album a carattere natalizio, croce e delizia di quasi ogni artista statunitense di successo, contenente uno dei primi esempi di canzone pacifista chez-Motown (l’introduttiva title track),seguito nel 1968 da un disco strumentale intitolato “Eivets Rednow”, grafia speculare del nome di Stevie che, crescendo, dimostra di cominciare ad interessarsi anche agli aspetti economici del suo contratto e sta ragionando sul futuro. Nello stesso anno esce For Once In My Life, singolo che si piazzerà al numero 2 di entrambe le classifiche e che intitolerà l’LP che contiene anche You Met Your Match (2 R&B, 35 POP) e un altro numero 1 nella top ten R&B, 9 in quella POP: Shoo-Be.Doo-Be-Doo-Da-Day.
Prove tecniche di capolavoro, insomma.
Ascoltando di seguito questi album si percepisce la costante maturazione di un artista ormai conscio delle proprie capacità, un giovane consapevole del proprio talento e che cerca di esprimerlo secondo la propria personalità: il ragazzo scalpita, comincia a pensare alla sua musica realizzata in totale libertà.
L’anno seguente è la volta di “My Cherie Amour” che, oltre al titolo omonimo (quarto posto in entrambe le charts), contiene Yester-Me, Yester-you, Yesterday (5 R&B, 7 POP) e la meno fortunata I Don’t Kow Why I Love You (rispettivamente 16 e 39).

In questo momento Stevie ha 19 anni, le ragazze non si limitano a osservarlo sul palco trovandolo carino: da un paio d’anni lo attendono dopo i concerti e lui non si risparmia, così come preferisce frequentare i musicisti che lo accompagnano in tour, che trova più divertenti dei pretenziosi colleghi e che lo iniziano a vari “piaceri”, a partire dall’erba…
La pressoché costante presenza presso gli studi della Motown mette il giovane nelle condizioni di frequentarne anche gli uffici, specie la segreteria nella quale incrocia spesso un’autrice,  tale Syreeta Wright, che nell’arco di un anno diventerà compagna fissa e presto moglie. Sposato prima di compiere la maggiore età e una moglie con quattro anni in più: una differenza non da poco, se tu ne hai solo venti.
Ma qui viene il bello.

(Continua…)

Massimo Perolini

Massimo Perolini

Appassionato di musica, libri, cinema e Toro. Ex conduttore radiofonico per varie emittenti torinesi e manager di alcune band locali. Il suo motto l'ha preso da David Bowie: "I am the dj, I am what I play".