Fiona Apple e le sue “tronchesi”: “Fetch the bolt cutters”

[…] And I want you to use it, blast the music
Bang it, bite it, bruise it […]

Per arrivare all’essenza non serve viaggiare molto, non è necessario lavorare giorno e notte alla ricerca di una non meglio identificata perfezione. Trovare il nucleo di qualsiasi cosa, che sia un racconto, un percorso, un atomo dell’elemento più raro al mondo, o una storia – letteraria, di vita o musicale – non è un lavoro da compiere necessariamente utilizzando uno stuolo di complicatissime ipertecnologiche strumentazioni, basandosi sulla conoscenza di milioni di concetti e cavalcando l’onda di una prolissa descrizione barocca dei risultati.
Il nucleo, il nocciolo, la vera essenza di un elemento si può tranquillamente trovare per sottrazione, eliminando qualsiasi inutile orpello, tutto il superfluo: magari di fino, usando lima e forbicine. Oppure, con molta più attenzione e impegno, in maniera assolutamente più drastica.
Si vanno a prendere le cesoie, si visualizza nella maniera più attenta e minuziosa possibile il risultato che si vuole ottenere, e si inizia.
Zac, Zac, taglio su taglio, e il centro si è trovato: di certo non sempre assomiglia a ciò che avevi prima di iniziare, e magari non sempre a ciò che ti aspettavi di trovare.
Un taglio è pur sempre un taglio, in qualsiasi modo tu lo voglia vedere o raccontare: separa indissolubilmente e, contemporaneamente, ferisce. Ma è sempre la maniera più diretta per arrivare a quella essenza, a quel centro che, da ogni cosa, emana fragranza: nucleo delicato e intenso, al tempo stesso.
Non che a Fiona Apple – musicista fino all’ultima quartina del DNA, a undici anni già in grado di comporre musica e a 17 di firmare un contratto da professionista con la Sony Music – sia mai mancato un baricentro musicale personalmente definito, o la capacità di individuarne uno nuovo e – una volta costruito – contemplarlo. A diciannove anni quando esce “Tidal”, pluripremiato primo album, la newyorkese Fiona Apple McAfee-Maggart sbanca quel tavolo da gioco della musica mondiale ancora caparbiamente sballottato dalle onde del rock rabbioso di Seattle, con il suo accattivante mix di soul, jazz e blues, quel pianoforte percosso con forza nervosa e reattiva, e una voce da contralto che penetra con forza laddove deve: viscere e padiglioni.
A pochi giorni dall’uscita del suo sesto lavoro “Fetch the bolt cutters”, annunciato non più di un paio di mesi fa da un suo breve ed essenziale contributo video, si sono lette critiche entusiaste ben oltre ogni più rosea aspettativa; cosa non disdicevole, né sostanzialmente ingiustificata per un album che – come da tradizione Apple – non è stato scritto per accattivarsi il consenso del gran pubblico, ma per per modellare la propria idea d’arte musicale, fatta di saliscendi melodici e di liriche intime e sferzanti.
Ma la verità è che “Fetch the bolt cutters” ( che, tradotto in italiano, significa letteralmente “Prendi le tronchesi”) non è assolutamente un album facile da ascoltare, da metabolizzare e da capire; non musica per orecchie poco istruite, a dispetto del minuzioso lavoro di ricerca fatto sui suoni spesso anche molto semplici e basici.
“Sincero e pieno di percussioni” si era premurata di definirlo lei stessa poco prima della sua uscita, denotando anche nella sua capacità di enunciazione una certa propensione alla sottrazione semantica: perché in quella definizione manca tutta una serie di aggettivi che certo, presi singolarmente, non avrebbero aggiunto nulla a quella presentazione. Ma che presi uno per uno tutti insieme all’unisono, possono davvero rendere l’idea di ciò che questo album è, e vuole essere.
Percuotente, fastidio rumoroso, ritmico scarno insieme, pentatonica sinfonia accostata e mai fusa ma sempre collettivamente funzionante e sistemica. E forse sta proprio qui la genialità del nucleo di Fiona Apple: essere riuscita a creare un corpo di suoni singoli che – accostati l’uno all’altro ma mai intenzionalmente amalgamati – costituiscono un corpo unico e pieno. Il tutto legato da quella voce a cui finiscono ad aggrapparsi ad uno ad uno. Se dovessimo descriverlo come se fosse una alchimia chimica – quale in effetti è – direi che siamo di fronte ad una molecola metallica in cui la sua voce costituisce la nuvola elettronica dentro cui percussioni, controcanti, strumenti a corda e non si sistemano e si legano a distanza l’uno dall’altro.
In tutto questo, su un registro differente e quindi – vista la filosofia dell’album – sistemicamente affine, si inseriscono i temi intimi e scarnamente sinceri dei brani dell’album; tutto qui è un flusso sincero di parole proferite e quasi emanate con una chiara “urgenza” di dire, che è ben più di semplice “voglia”. A partire dal titolo dell’album – accreditato da più fonti quale citazione di una frase pronunciata da Gillian Anderson nella serie BBC “The Fall” ( e che – visto il plot della serie – potrebbe tranquillamente essere un riferimento alla storia di violenza sessuale giovanile da lei subita e mai nascosta nella sua musica), ai testi di canzoni come “Under the table” (Kick me under the table \ all you want \I won’t shut up, I won’t shut up) e “To Her”, dove la sua vigorosa partecipazione al movimento “MeToo” prende vita in un testo crudo costruito in equilibrio precario tra svelamento di sé, difesa altrui e accusa veemente (Well, good morning \ Good morning \ You raped me in the same bed your daughter was born in).
Tra le tredici canzoni da cui è composto, nessuna di queste è un ammiccamento sornione ad un pubblico che cerca uno svago musica semplice e distratto, piuttosto che una serie di tagli che presuppongono attenzione e ascolto. Nemmeno quando in “On I go”, ultimo scioglilinguesco brano del disco, si arriva a ciò che potrebbe tranquillamente sembrare una di quelle cantilene usate di ragazzini del Bronx per tenere il ritmo mentre giocano a saltare la corda, il “divertimento” della filastrocca è solo divertimento.
C’è invece qui un rimando ad un doloroso riferimento di una canzoncina che ricorda di aver cantato in prigione – quando nel 2012 venne arrestata per possesso di droga – per calmare testa e membra: un modo per riprendere in mano la situazione, per sentirsi artefice e non vittima.
E il centro è tutto lì: in quei ‘tagli’ che arrivano all’essenza, e che non può che essere “anima”. E all’anima non si possono dare voti, ma solo attenzione, cura, e ascolto.
Sincero.

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".