Nei frammenti dell’anima, a riverder la luce. In uscita il nuovo lavoro di “Badge and talkalot”

L’aspetto migliore dell’iniziare ad avere davanti a sé (probabilmente) meno anni da godere rispetto a quelli passati, accumulati, vissuti, e infine superati – anche se, nel caso non dovesse essere così, non mi spiacerebbe affatto – è di certo quello di aver avuto l’opportunità di imparare qualcosa da tutti gli errori commessi. Riuscire a rendersi conto di questa “fortuna” – di nome e di fatto – e capire anche come farne tesoro da quel momento in poi, è cosa che accade solo, per l’appunto, ad una certa età. E una volta fatta propria, diventa uno stile di vita che nella stragrande maggioranza dei casi umani investe ogni aspetto della vita presente e di quella a venire.
Ivi inclusa la musica.
Ad esempio, per buona parte della mia gioventù e maturità ho sempre avuto nei riguardi dell’ambito musicale un certo atteggiamento snobista, un misto di altera consapevolezza che certa musica sarebbe stata al di sopra della mia personale piramide evolutiva, al cui vertice stava – ovviamente e senza nemmeno doverci pensare su – tutto ciò che si configurava come “about rock”.
E questo nonostante parecchia della mia personale formazione musicale si fosse affinata anche con l’ascolto del pop anni ’80 – in tutte le sue decine di sfumature che dal glam corrono al sinth passando per il new romantic – e ancora prima con la funky e la ‘disco anni 70. Forse, proprio la reazione a certi generi che mal si confacevano allo ‘spirito del tempo’ della mia raggiunta maturità, mi faceva relegare quegli stessi a livello di puro pleonasmo musicale, laddove invece avevano ovviamente una profonda dignità artistico-melodica, nonché una certa non sempre dichiarata influenza sulla stessa musica che adoravo.
Influenza affatto sotterranea, in certi casi addirittura ostentata e mai misconosciuta: come quella di artisti del calibro di Bowie – che più volte professò un certo attaccamento per il soul di Al Green o il melodico di Dusty Springfield – o Iggy Pop, che adorava il pop armonico delle Ronettes. E questo, tanto per citare due icone rock molto vicini tra loro, e indubbiamente a me parecchio cari.
Con questo spirito andrebbe ascoltato l’album di un artista eclettico italiano, DJ, produttore e scrittore forse ancora non molto conosciuto sul suolo natìo, ma di certo meritevole: Gilberto Caleffi, padre e alter ego di Badge and Talkalot, interessantissimo progetto musicale arrivato ormai alla sua terza ‘fatica’ musicale, e quindi – come normalmente accade in questo ambito – ad una maggiore e conclamata maturità artistica e scioltezza di linguaggio.
Dopo il primo album “Greatest Hints” uscito nel 2009, risultato di un intenso processo creativo legato alla manipolazione di campioni ed all’elaborazione di suoni accolti anche piuttosto bene da critiche di riviste quali Rumore e Onda Rock – mai troppo teneri nei riguardi di tentativi claudicanti e poco curati – e il secondo “Spaghetti Blaster” del 2016, in cui la a matrice elettro-funk di Greatest Hints si evolveva incorporando elementi hip hop, jazz e soul, Badge and Talkalot ( letteralmente “Chiacchiere e distintivo”, conosciutissima citazione filmica tratta dall’Al Capone di De Niro ne “The Untouchables”) riapproda nel nuovo album “Fragments of soul” ad una più netta e ricercata matrice strumentale, fatta di campionamenti equilibrati di chitarre e pianoforti, avvolti in un’anima ortocentricamente posizionata tra R&B, Hip Hop e Soul.
Negli anni Gilberto – che dal canto suo dimostra di essere un capace scrittore di melodie oltre che un attento produttore di suoni – si è sempre avvalso di collaborazioni più che eccellenti, dalla potente voce crespa di Curtis Santiago nel suo primo lavoro, a musicisti italiani piuttosto conosciuti al mondo dell’alternative tra i quali ai miei occhi spicca un certo Enrico Gabrielli, dei Calibro35 e The Winstons nel secondo lavoro, al fianco dei quali si alternavano man mano le voci di Heidi Vogel (Cinematic Orchestra), Cecilia Stalin (Koop), Tasita D’Mour (Roy Ayers), Laura Vane (Gnarls Barkley), Katie Miller (Diesler), Eagle Nebula (Georgia Anne Muldrow): un album, Spaghetti Blaster, che partendo dallo stereotipo della musica funk che lo vuole dominato da personalità maschili e clichè musicali, voleva provare a mescolare le carte in tavola, collaborare esclusivamente con cantanti femminili, escludendo chitarre-fiati-archi dagli arrangiamenti e focalizzando l’attenzione sulle tastiere – con strumenti vintage come clavinet, hammond, wurlitzer, rhodes – doppiando le tracce di basso elettrico col minimoog.
Esperimento riuscitissimo ma lì completamente espletato e concluso, e quindi risolto e superato da Fragments of Soul, che invece pare subito un album senza spigoli e ben amalgamato, pur nella sua primigenia pretesa di essere un organo costruito con tinte forti, condito da “sentimenti contrastanti, personali e relativi al mondo esterno, critica sociale, perdita di affetti” (così come segnala la nota di accompagnamento, che correda il press-kit ), e tra le cui dieci tracce – sempre parlando di collaborazioni che vanno dall’interessante all’eccellente – ci si diverte a rintracciare via via il divertente funk di “Help Me”, affidata alle doti canore di Ian James Whitelaw, o di “Evolution” – cantata dalla caldissima voce R&B del davvero pregevole Kevin Mark Trail, che poi ritorna – con il suo timbro avvolgente ancor più arrotondato da un inclinazione gospel che certamente gli pertiene – nella decima e ultima traccia, quella “Givin up your ghost”, inedito brano scritto da Ben Harper (si, lui medesimo) e ceduto evidentemente con tranquilla consapevolezza nelle mani di Badge and Talkalot, che senza fronzoli e con esperta intelligenza affida tutta la profondità del brano alle caratteristiche della voce da lui selezionata e al tepore delle tastiere satinate di Geoff Woolley.
Si arriva alla nota finale dell’album di Gilberto Caleffi – che vedrà il suo esordio venerdì 17 aprile prossimo – a pieno respiro, come al termine di una passeggiata serale sotto una coltre primaverile di stelle: rendendosi conto che anche un accanito amante del rock affilato al diamante può ormeggiare i propri padiglioni auricolari in atmosfere certamente più vellutate. Nessuna chiacchiera, solo fieri stilemi distintivi: se cercate qualcosa che vi aiuti ad evadere dalle vostre case e dai vostri pensieri, mai come ora tanto coattive, Fragments of the soul può di certo segnarvi la direzione d’uscita.
In maniera Intoccabile… Pardon: impeccabile.

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".