Reviews

Bisogno di Energia? Ve la danno i Pearl Jam, a colpi di “Gigaton”

In un periodo come questo, c’è di cui essere grati.
Non sono tutt’a un tratto impazzito, nossignore. Per lo meno, non lo sono più di quanto lo fossi quando questa storiaccia da serie sci-fi di Netflix è iniziata: una modica quantità, corretta al punto giusto per non caracollare sconfitto ai primi secchi colpi che la vita ti assesta, di quando in quando. Insomma, uno come tanti, di quei tanti che ancora lottano ogni giorno verso la destinazione del “non so dove”, persa nella galassia del “chissà quando”. In tutto questo, appunto, le piccole grandi cose a cui essere grati, e a cui ritornare – invero, spesso negli ultimi giorni – per non dover ammainare bandiera bianca al tediante vuoto cosmico della solitudine autoreferenziale che, in agguato, attende quel vittorioso momento in cui lei si aspetta che farai ritorno alle vecchie deteriori abitudini di un tempo, che ormai credevi emendate; piccole grandi cose che, per quanto riguarda me e i sopracitati ‘tanti’ – alcuni dei quali forse mi accompagnano adesso nella lettura di queste righe – si risolvono quasi tutte soprattutto nella musica. E la tua, di musica, ben oltre questo avverbio.
Il Rock: ovvero, quel futile mezzo a cui Pete Townshend santifica da quasi 50 anni la sua pastorale chitarra da profeta della mia religione preferita, e di cui sostiene dogmaticamente che “forse non eliminerà i tuoi problemi, ma ti permetterà di ballarci sopra”. Aforisma davvero conosciutissimo, ma a cui è proprio impossibile non ritornare con il pensiero quando – quasi nel vero senso del termine – il tuo spirito claudicante e inquieto da quasi cinquantenne inizia a piroettare con adolescente gioia, nel momento in cui ti arriva un’anteprima insperata di un momento che hai atteso quasi sette anni. “Giga” di momenti improvvisi che spereresti interminabili, informazioni sotto forma di byte, emozioni e di note accumulati che, ad un tratto, volano via per far posto al primo ascolto di un album in imminente uscita, l’undicesimo di una serie molto più fortunata e solida di quanto – a dirla con le voci sempre pronte dei loro detrattori – non si sia involuta negli anni. Questo venerdì gli ormai veterani Pearl Jam daranno finalmente al loro pubblico un lavoro che forse nessuno di noi si aspettava così, ma che probabilmente la maggior parta aveva bisogno di sentire proprio costruita così, senza esserne cosciente. Dodici canzoni di varietà rock, con tinte di relativa innovazione melodica, commista a qualche artistica umana maestrìa. Di sicuro, un album che i cinque di Seattle avevano bisogno di dare alle stampe proprio così com’è, per quella voglia di uscire nuovamente un bel po’ fuori dai loro schemi, da certi costrutti e dai ruoli che di certo li hanno corroborati e avvolti amorevolmente per anni, ma che era davvero ora di svecchiare e travalicare un po’, perché il rischio di sentirsi “arrivati” è la peggiore delle sedazioni: mai destinazione solo più negazione, “Never Destination, just more denial”, per far fronte a quel bisogno di buttarsi giù dallo scaffale in cui si è relegati, “to knock me off the shelf”, e magari mettersi appunto a ballare e “rockeggiare” di nuovo. A prescindere dalla ‘banalità’ della citazione (anche se per il sottoscritto il Rock è dio, e quindi Townshend non può che esserne uno dei profeti), non è un caso che si ritrovi in questo contesto: perché se è vero che, come tutti i precedenti dieci lavori della band, anche questo è nato da un lavoro collegiale, in Gigaton molto più che negli altri la collegialità della scrittura, della produzione e del lavoro di ricostruzione a posteriori e “in progress” è stata appannaggio del singolo e singolare apporto di ognuno di loro, e di ognuna delle loro referenze musicali. Pink Floyd, Led Zeppelin, Queen, Talking Heads e Genesis. E tra queste, ovviamente, non potevano mancare i britannici The Who, e la perfetta adorazione da seguaci che attraversa quasi tutti i jammers, contemporaneamente.
Già, la dimensione del fan: quando vi appresterete ad ascoltare anche voi Gigaton, il consiglio che mi sento di darvi è quello di partire da quella sfumatura, che è anche – ma non solo – una delle chiavi di lettura. Perché Eddie, Mike, Stone, Jeff e Matt sono proprio partiti di là, con evidenza e in piena coscienza, quando hanno deciso di affondare gli strumenti negli spartiti e poi giù nei mixer, e successivamente affidare la produzione del disco – nonché la sua quasi totale comunicazione promozionale – a Josh Evans, da dodici anni a questa parte tecnico del suono del gruppo; e, dall’età di 13 anni, fan accanito di una delle ultime band del filone grunge che il mondo ancora annoveri in attività. Josh ha curato suoni, la maggior parte della produzione del disco, e adesso anche le informazioni che man mano rimbalzano per il mondo tra riviste e social, e che svelano alcuni retroscena – più o meno conosciuti ai veri cultori dei Pearl Jam – su questi ultimi anni di lavoro che la band ha attraversato e affrontato. Li ha curati amorevolmente (come farebbe ogni vero fan propriamente detto) con competenza (come solo un ingegnere del suono con un’esperienza quasi ventennale può fare) e con estro (così come un buon chitarrista sa interpretare). Estro che infatti viene subito fuori nella cura con cui – con immediata evidenza – ha trattato proprio il suono delle chitarre, che si palesa ad esempio anche ad un primissimo ascolto di “Quick escape” (brano che, a mio parere, incendierà palchi, stereo e orecchie anche di chi non ama particolarmente questa band). Il primissimo risultato che si apprezza ascoltando Gigaton è infatti questo: una pienezza e una qualità sonora che riesce molto bene a mediare e riportare in vita le sensazioni epidermiche, che diventano quasi palpabili, tra un efficace equilibrio di uno studio album e quella indubbia immediatezza e capacità empatica che solo un concerto può avere. E di quest’ultima capacità, i Pearl Jam sono a giusto titolo riconosciuti tra i più rinomati e i convinti depositari. Album che entra immediatamente nel vivo di un rock più che mai vivo, con una energica e di alto livello “Who ever said”, che pare quasi irridere il mondo, e anche esorcizzare alcune paure personali – che pure devono esserci state – con quella espressione alla “ma guarda un po’ chi si rivede?” che pare quasi di intravedere stampata sui loro volti da ragazzi di una volta. “But I won’t give up \ no I won’t give up on satisfaction”: nessun appagamento, che chi si siede è perduto, e questa è certamente una di quelle canzoni che nei live (che alla fine di tutto questo di certo ci saranno, ricordiamocelo!) ci farà ballare e cantare ancora tutti insieme, mani al cielo e cuori e occhi verso il palco. Da lì, da quell’inno ai ritorni – che tali non sono, se non si è mai sul serio andati via – parte una serie di canzoni che traina, che mette voglia, energia: che sa di casa, quando quella casa non è solo rifugio ma soprattutto abbraccio danzante. “I can hear you \ Singin’ in the distance \ I can see you when I close my eyes \ Once, you were somewhere \ And now you’re everywhere”, e Super Blood Wolf Moon scorre via che quasi non ci si accorge che quel sorriso si è già dilatato, aprendo le braccia verso la “Dance of the clairvoyants”. E ci voleva probabilmente un musicista con il cuore di un fan e la testa di un tecnico per raccontare quel mondo di sfumature nascosto dentro la storia e, insieme ma anche oltre tutto questo, le vite dei cinque Jammers: un mondo di certo invecchiato, ma non tramontato, mai assolutamente domo – così come si sente nelle pieghe ancora ruvide di questo album, di una rabbia a tratti pacata a tratti fervida ma mai livida – trasformato da sette lunghi anni di concerti, collaborazioni e successi individuali, e scomparse improvvise e dolorose: per ognuno di loro. Tra queste, in assoluto quelle più sconcertati da metabolizzare: il suicidio di Chester Bennington, cantante dei Linkin Park e, soprattutto e oltre ogni peggior incubo, l’improvvisa analoga morte di un vero fratello acquisito, quel Chris Cornell al cui fianco hanno camminato per oltre un ventennio, la cui reciproca arte è stata loro d’ispirazione e stimolo, e il cui abbraccio non verrà mai dimenticato. Un evento duro, che ti fa perdere un punto fermo di riferimento, non poteva non avere ripercussioni sulla loro vita, né tantomeno sulla musica, e ha avuto di certo un impatto determinante quantomeno sulla cadenza temporale del loro lavoro, sulla collaborazione all’album e sulla data d’uscita. E, pare, anche parzialmente sulla composizione delle tracce, se è vera l’indiscrezione che la decima traccia della track list, l’acustica “Come then goes”, sia effettivamente dedicata a lui. E se così fosse, quello scarto tra una prima parte più maturamente rabbiosa – se pur in un saliscendi di emozioni che si rispecchia in un tira e molla di toni e velocità – e un finale infinitamente più acquietato, sono allora appositamente allacciate (“Buckle up”) le due da un filo familiare in continuo momento, una progressione d’anima e note; allacciamento che troverebbe un senso nelle parole “Can I try one last time, could all use a saviour from human behavior sometimes / and the kids are all right”: che tutto va bene, anche dopo un dolore che ha lacerato, che va trattenuto per ciò che può averci insegnato, e superato per tutto quello che va rilasciato. Così quel Josh che aveva già lavorato all’ultimo album dei Soundgarden, “King Animal”, e che soprattutto aveva prodotto l’antologia di Chris Cornell, ha lentamente costruito anche i suoni, le trame e gli orditi di un album che vuole comunicare un’appartenenza: quella dei membri di una famiglia che negli anni ha camminato, attraversato crisi e successi, che ha mantenuto unità e vicinanza ma che – di fatto – è anche diventata altro. E questa varietà di sfumature familiari, di ruoli a volte chiaroscurali, di confini che ancora combaciano, anche se non più allo stesso modo di prima, si ritrova anche nella profonda varietà del disco: un saliscendi di toni e velocità, giocato su una costruzione sonora sempre al confine tra il pulito del missaggio e lo ‘sporco’ del live take.
Quel che si sente pulsare dentro è, in fondo, proprio questo, una voglia di inclusione, fondata su quello che, in fondo, da tempo i PJ’s sono: famiglia allargata, in un moto in divenire. E alla fine in tutto questo, oltre a quelle note così familiari, hanno iniziato a risuonarmi in testa le parole di Roald Dahl, proferite per bocca di un altro sognatore alla ricerca di una famiglia vera e allargata, Willy Wonka: “Noi siamo i creatori della musica, noi siamo i creatori anche dei nostri sogni.”
Noi, fratelli e sorelle della musica di Eddie, Mike, Stone, Jeff e Matt. Noi che semplicemente da sempre ce ne sentiamo parte.
Noi ancora vivi in un mondo che, adesso, è più che mai da ricostruire, che deve farlo già da ora includendo maternamente più che separando patriarcalmente. E un Gigatone di musica è forse davvero ciò che ci serve ora, per aver la speranza di iniziare a farlo per bene.

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".