SANDY DENNY – NO MORE SAD REFRAINS – Pt. 1

All’inizio di un racconto così straordinario e drammatico solo la poesia racchiude l’urgenza di definirne i confini, di “afferrarsi a un bordo nella tempesta”, dando voce a quella che William Wordsworth, nella sua “Tintern Abbey”,  ha definito come “la pacata triste musica dell’umanità, né aspra, né stridente”.
Alexandra Elene MacLean Denny, nacque il 6 gennaio 1947 a Worple Road, Wimbledon, un luogo che si presentava come il bastione di un segreto ben custodito, un segreto fatto di tennis antico e suffragette.
Nella famiglia erano presenti tutti i geni musicali nelle radici scozzesi di suo padre. I suoi genitori erano profondamente tradizionalisti e lo scontro tra l’educazione e la personalità di Sandy portò con sé anche una profonda diffidenza nell’affrontare la vita. Nella foto di copertina di “Unhalfbricking”, si può leggere proprio questo: il signore e la signora Denny – perché sono proprio loro – che fissano, senza sorridere, la macchina fotografica, mentre Sandy e i suoi compari si scatenano sull’erba di un giardino sullo sfondo.
A casa, adorava stare accanto al grammofono, vicina alla collezione di musica del padre; Gilbert & Sullivan, le canzoni scozzesi, Fats Waller e gli Ink Spots. Ma Sandy era affascinata da Dylan e dal modo in cui le parlava, ignorando le proteste del padre per la sua “horrible, grating voice”. Costretta a rinunciare alla musica dopo una lite con il suo insegnante di pianoforte, superò brillantemente gli esami superiori e vinse una borsa di studio alla Kingston School Of Art. I suoi genitori, però, avevano ambizioni diverse per lei, così fu indotta ad abbandonare la Kingston e si mise a lavorare come infermiera al Brompton Chest Hospital di Fulham: lo detestava. Trovava stressante prendersi cura dei malati ed era terrorizzata dal corridoio sotterraneo che passava accanto alla camera mortuaria. Lavorare in un ospedale per malattie polmonari non la aiutò a smetter di fumare. “Avevo bisogno di fumare per calmare i nervi”, ricordò più tardi.
Rammenta John Renbourn: “Ero alla Kingston Art School nel 1964 e fu allora che la vidi. I ragazzi che suonavano in pubblico nei club erano persone come Alex Campbell e Steve Benbow. All’inizio, Sandy aveva più o meno lo stesso repertorio. Un gruppo di noi si incontrava in un pub di Wimbledon – il Prince of Wales Feathers – e suonava. Sandy arrivava con la divisa da infermiera ancora addosso e si univa a noi. Divenne la ragazza del mio compagno di musica, Derek, così ho avuto modo di vederla spesso, dovevo intrattenerla quando lui le dava buca. Aveva una bella voce, ma non mi resi conto allora che era una specie di genio”.
Nell’autunno del 1965 iniziò a frequentare il The Barge, una vecchia chiatta ormeggiata lungo il fiume e trasformata in un folk club; fu qui, nelle vesti di “cantante di sala”, che trovò per la prima volta il coraggio di esibirsi in pubblico. Arrivò convinta di poter cantare meglio di chiunque altro. C’erano due scene folk a Londra negli anni Sessanta. Da un lato gli irriducibili difensori della tradizione incarnati nel Critics’ Group di Ewan MacColl, dove le canzoni venivano presentate senza accompagnamento, in lingue e dialetti originali. Dall’altro quella che chiamavano la “sezione dei profani”, una scena in piena espansione.
La settimana dopo Denny raccolse abbastanza coraggio e tornò al club con la sua chitarra. “Mi si è seccata la bocca e non riuscivo quasi a cantare”, raccontò qualche anno dopo, “ma quando sono scesa e tutti hanno applaudito, ho capito che era quello che avrei sempre voluto fare”.
La compagna di scena, Philippa Clare, ricorda che, in quel periodo, “se avevi tre accordi e i capelli lunghi eri una cantante folk” e sebbene il repertorio di Sandy fosse limitato – canzoni di Tom Paxton e Pete Seeger – la sua voce calda e scintillante la contraddistingueva fra le schiere di imitatrici di Joan Baez e Julie Felix. E ben presto un agente di nome Glennon la scritturò per circa quindici sterline a sera; Sandy lasciò il suo corso di formazione per dedicarsi al canto.
In luoghi come il Troubadour a Earl’s Court e Les Cousins a Soho, Sandy sviluppò la sua arte scenica. Il Cousins, soprattutto, sarebbe stato il nuovo centro per un gruppo di cantautori che cercavano di aggiungere la loro voce alla progenie di Dylan. Alcune di queste anime americane – tra cui Arlo Guthrie, Danny Kalb, John Koerner, Derroll Adams – diedero al Cousins quel tipo di “once-over” che l’aiutò a realizzare il proprio progetto. Al Cousins suonavano spesso anche una coppia di musicisti americani.
In una casa di South Kensington, Jackson C. Frank viveva con il suo connazionale Paul Simon e il cantante britannico Al Stewart. Frank aveva la reputazione di essere il giovane e impulsivo beatnik della città. Paul Simon e Jackson C. Frank immaginarono di trasformare il Cousins nella risposta londinese al Gerde’s Folk City di New York. Simon sembrava determinato a uscire dall’ombra di Dylan, mentre la decisione di Frank di stabilirsi a Londra era molto più disinvolta, e il suo atteggiamento nei confronti dell’arte era altrettanto carente. Nella strofa iniziale della sua canzone più famosa, “Blues Run The Game”, delineò in modo conciso il suo approccio fatalistico alla vita e all’amore: “Catch a boat to England/Maybe to Spain/Wherever I have gone/Wherever I’ve been and gone/Wherever I have gone/The blues are all the same”.
Eppure furono proprio le canzoni di Frank a spingere artisti del calibro di Bert Jansch ad attribuirgli l’epiteto di “genio… un genio assoluto”. Jackson, però, era già rovinato quando nei primi mesi del 1965 atterrò a Southampton. Nato a Buffalo, New York, nel 1943, Jackson Carey Frank era stato coinvolto in un grave incendio all’età di undici anni. Le cicatrici fisiche e psicologiche erano permanenti, e anche se la schizofrenia non gli sarebbe stata diagnosticata fino alla fine degli anni Sessanta, i segni di una personalità frammentata erano già visibili, di persona e nelle sue canzoni.  In una cartolina che avrebbe spedito a Sandy nel 1972, si sarebbe firmato “il vento di maggio”.
Alla fine del 1964, con centomila dollari a disposizione, abbandonò il lavoro e prese per davvero una barca per l’Inghilterra. Come osservò più tardi Bert Jansch “Blues Run The Game” ha influenzato quasi tutti quelli che l’hanno ascoltata. Anche se Frank non aveva alcun desiderio di successo, i mesi trascorsi a Londra sembravano spingerlo fuori da se stesso fin dentro la musica. Ben presto, ebbe dieci canzoni tutte sue. Paul Simon si offrì di produrre il suo primo album. Alle session per quell’omonimo debutto erano presenti il “tea-boy” Art Garfunkel, il produttore Paul Simon, Al Stewart, la padrona di casa di Frank, Judith Pieppe, e una timida biondina, Sandy Denny. Frank era di temperamento cronicamente nervoso e le pressioni per la registrazione lo intimidirono a tal punto da farsi mettere schermi tutto intorno, perché non sarebbe mai riuscito a suonare sotto lo sguardo di tutti quanti. Sandy andò a prendergli qualcosa da bere. “Vai fuori a prendermi del whisky, piccola, vai fuori a prendermi del gin”. E funzionò. Frank suonava con un estro che smentiva i suoi ventidue anni. A un’infermiera diciottenne doveva sembrare una stella cadente. Lui e Sandy iniziarono a frequentarsi.
Jackson Frank: “Quando l’ho conosciuta era un po’ insicura e timida. Eravamo entrambi in un club di Londra chiamato Bunjies. Lavorava come infermiera e aveva appena iniziato a frequentare la scena folk. Stava imparando a suonare davanti a un pubblico e stava componendo le sue canzoni. Lentamente costruì la fiducia in se stessa e ampliò il suo materiale. Divenne anche la mia ragazza”.
Fu una relazione difficile. Sandy adorava il turbolento Frank e le sue canzoni – che iniziò a includere nei suoi set -, ma lui era esigente e aveva un atteggiamento profondamente aggressivo. Quando iniziò a prendere droghe la relazione andò in crisi, però Sandy continuò a cantare i suoi brani “Blues Run The Game” e – forse consapevole dell’ironia – “You Never Wanted Me”.
Durante il periodo a South Ruislip, incontrò Alex Campbell e John Renbourn. Nel novembre del 1966, Campbell invitò Sandy a unirsi a lui in una session per il BBC World Service Show, “A Cellarful Of Folk”, dove cantò “Green Grow The Laurels”. Il contatto la condusse in una session suddivisa tra due album: “Alex Campbell & Friends” e “Sandy & Johnny” con il Johnny Silvo Folk Group. Dieci dei brani sono stati raccolti sul CD “The Original Sandy Denny”.
Il suo debutto da solista fu con il traditional “The False Bride”, con Campbell che la presentava come “a new young singer who has something to say”. A mano a mano che si legava a questi musicisti, la nuova cantante scoprì il gusto per l’altra passione della scena folk: Sandy cominciò a bere. “Sandy on the brandy” divenne uno degli slogan più familiari nei locali notturni londinesi: allo Speakeasy, Mario il maître le teneva una bottiglia dietro il bancone. Era una forza vitale, trascinava fuori i suoi amici a ballare tutta la notte.
All’UFO Club Sandy fece due chiacchiere con un bel ragazzo di 24 anni, un bostoniano che aveva sviluppato un amore per la musica inglese: Joe Boyd. Lo invitò al Les Cousins. Joe aveva un’aria intellettuale. Classe e capacità. In pochi mesi aveva rivoluzionato la scena. Aveva fondato il club UFO, presso il quale avevano debuttato i Pink Floyd, e fatto firmare con la Elektra una formazione di santi e cialtroni, l’Incredible String Band. Ma è altrove che Joe puntava.
“Cercavo di immaginare come far funzionare questa “scena” così incandescente. A Londra, come in tutta la cultura europea, c’era rispetto per quella americana ma anche una maggiore frammentazione di interessi e così anche nell’underground. Cercai di mettere ordine”.
Boyd fece ben altro: non aveva solo talento ma anche metodo, e le basiche cognizioni per far funzionare le cose. Seguì un percorso personale non dissimile da quello che stava sviluppando Sandy. “La incontro in un locale, una sera. Mi si mette davanti e mi attacca un lunghissimo discorso sul folk contemporaneo, su noi americani, su loro inglesi e sulle nuove tendenze. Era evidentemente alticcia. Impossibile che ti potesse rimanere antipatica. Aveva una forza di comunicare, una gioia, e gli occhi di chi deve conoscere ancora molto. M’invitò a vederla dal vivo”, dice Boyd.
“La ospitai a Bayswater, dove abitavo. Nonostante la sua caotica intelligenza riuscì a spiegarmi quello che aveva in mente. Non potevi non restar colpito da una ragazza del genere. Penso che Sandy cercasse soprattutto coraggio: non la ricordo come una ragazza sicura di sé, anche se con il tempo divenne piuttosto sfacciata. Non si piaceva, e i molti rapporti che ebbe con gli uomini lo dimostrano”.
In seguito prese parte, a Copenhagen, alla registrazione del primo album degli Strawbs. Composto per la maggior parte da brani originali del chitarrista Dave Cousins, il disco comprendeva anche la sua prima canzone “Who Knows Where the Time Goes”, che Judy Collins avrebbe reinterpretato nel 1968. Denny si dimostrò abile nell’inserire la sua voce su quel materiale decisamente più pop. In particolare, “And You Need Me”, con una melodia che si rifà a “If I Fell” dei Beatles, è straziante. Purtroppo queste incisioni non furono pubblicate all’epoca, ma recuperate solo nel 1973 nell’album “All Our Own Works” a firma Sandy Denny & the Strawbs. Ricorda Dave Cousins: “Non credo che Sandy si potesse definire; nei suoi primi giorni cantava nei folk club, canzoni di Jackson C. Frank come “Blues Run the Game” o brani di Dylan, ma era ugualmente a suo agio con la musica pop. Se ascolti “On My Way” ti rendi conto che cercavamo di essere come i Mamas and the Papas. Era il tipo di canzone che facevamo in quel periodo. Il problema era quanto la mia voce fosse lontana dalla qualità di Sandy”.
Il clamore per Sandy cresceva. Dal dicembre del 1966 era stata headliner al Troubadour e più volte citata dal critico Karl Dallas nelle pagine di Melody Maker; era apparsa nel programma televisivo My Kinda Folk di Alex Campbell e aveva partecipato a un importante evento anti-Vietnam a Rotterdam.
Tuttavia, proprio come i gruppi rock britannici di ispirazione R&B, i Rolling Stones e gli Yardbirds ad esempio, con Chuck Berry, Bo Diddley, Jimmy Reed e Muddy Waters, anche le folk rock band non avrebbero potuto sostenersi a lungo soltanto con le cover di artisti americani. E così fu anche per i Fairport Convention. Il tassello mancante del puzzle che li trasformò in una band con uno stile decisamente britannico fu fornito proprio da Sandy Denny che sostituì, alla voce, Judy Dyble nella primavera del 1968.
Come ha raccontato Simon Nicol, all’epoca chitarrista dei Fairport Convention: “Facemmo un provino solo per lei, dato che la sua forte personalità e la sua sicura musicalità l’avevano fatta emergere “come un bicchiere pulito in un lavandino pieno di piatti sporchi”. I tre album che realizzò con la band alla fine degli anni Sessanta sono l’apice della sua carriera. Ma, oltre a questo, il suo arrivo ebbe un effetto determinante sulla band. I Fairport Convention erano un gruppo promettente, che suonava cover nel circuito underground. Denny portò loro un curriculum più consistente e una reputazione più alta di quella di tutti gli altri membri. Lavorava nei club dalla metà degli anni Sessanta, eccelleva nei brani in tonalità minori con atmosfera tipicamente britannica, la sua voce fluttuava sopra la canzone con il brivido avvolgente di una nebbia sulla brughiera. Poco dopo essere entrata nei Fairport, Denny spiegò in un’intervista a Melody Maker: “Volevo fare qualcosa solo con la mia voce. Era una sorta di stagnazione, prima. Ho sempre avuto in mente di entrare in un gruppo. Mi sono unita agli Strawbs l’anno scorso, ma non ero veramente pronta, ora mi sento libera di cantare come voglio”.
Joe Boyd che la conosceva da circa un anno, ricorda: “Sandy era una persona completamente diversa da Judy Dyble, una cantante molto più potente, una voce molto più forte. Penso che la band sia diventata meno incerta con lei, perché Judy era una cantante fragile. C’era una sensazione di esitazione. Con Sandy, invece, avevi una “centrale elettrica” a disposizione. Credo abbia aumentato la fiducia nella band. Il fatto che avesse scelto di unirsi ai Fairport aumentò la possibilità di credere in loro stessi come gruppo. E portò le sue canzoni, grandi canzoni”.
Il primo album dei Fairport con Sandy, “What We Did On Our Holidays”, si apriva con una sua composizione, “Fotheringay”, la melodia tratta da una canzone precedente – forse la sua prima – “Box Full Of Treasures”, il nuovo testo ispirato a Maria Stuarda. Con il delizioso inno “Book Song”, il blues di Mr Lacey, le cover di Bob Dylan e Joni Mitchell, “She Moves Through The Fair” e l’emozionante canzone sull’amicizia, “Meet On The Ledge”, “What We Did On Our Holidays” è un disco potente, ma chiaramente il lavoro di un gruppo che tirava in più direzioni. In “What We Did on Our Holidays”, come i Byrds, anche i Fairport crearono un equilibrio quasi ideale tra rielaborazioni fantasiose di canzoni popolari (“She Moves Through the Fair”, “Nottamun Town”); cover di qualità, alcune non ancora note (“Eastern Rain” di Joni Mitchell, “I’ll Keep It with Mine” di Bob Dylan) e materiale originale della band. Certamente la dolorosa “Fotheringay” di Denny e la collaborazione di Matthews-Thompson in “Book Song” sono di altissimo livello.
Il cantante Iain Matthews che non era, come gli altri, così affascinato dal folk, se ne andò all’inizio del 1969 per formare i Matthews’ Southern Comfort. A questo punto la band sarebbe stata propensa a concentrarsi di più sulle canzoni di Denny piuttosto che su quelle di Richard Thompson. Parte del motivo per il quale Matthews fu ritenuto meno adatto a questo passaggio fu il suo tiepido interesse per la crescente attenzione della band verso i remake delle canzoni popolari tradizionali britanniche. Ricorda Matthews: “Joe Boyd voleva passare rapidamente alla fase tre e i sentimentalismi non avevano posto nel suo piano. Mi è stato chiesto di andarmene e sono stato scaricato il giorno stesso. Sono salito sul furgone. Ashley Hutchings si volta verso di me e mi dice: «Dove pensi di andare?» E, allora, Sandy, che Dio la benedica, si gira e urla: «Bastardo senza cuore! »”.
All’epoca non c’era consapevolezza di quanto fosse buona la combinazione tra Sandy e Iain, a livello vocale. Se si ascolta in particolare l’album “Heyday” (uscito postumo nel 1987), le voci si fondono incredibilmente bene. Era inevitabile che una volta passati al materiale tradizionale Iain se ne sarebbe andato, ma sarebbe stato interessante vedere cosa sarebbe successo se avesse  partecipato a “Liege & Lief”.


Mentre facevano le prove per il seguito di Holidays, i Fairport passarono un po’ di tempo con gli Eclection, un gruppo folk elettrico pionieristico con l’aristocratico norvegese George Kajanus e un australiano alto, dai capelli rossi e dalla voce profonda, Trevor Lucas. Sandy si innamorò perdutamente di lui.
Il 12 maggio 1969, al Mothers a Birmingham, Fairport Convention e Eclection condivisero il palco. Dopo lo spettacolo, Sandy scelse di tornare a Londra con Trevor. La decisione probabilmente le salvò la vita. L’autista dei Fairport si addormentò al volante e il loro furgone fece una capriola al di fuori della M1, lasciando la band e gli strumenti sull’autostrada. Martin Lamble, il batterista morì. Ashley Hutchings ne uscì malconcio.
Dopo il funerale di Martin e le dimissioni di Ashley dall’ospedale, la band decise che i vecchi Fairport erano finiti. Scelsero di lavorare su un repertorio nuovo di zecca. Joe Boyd realizzò una nuova creazione: “Unhalfbricking” con canzoni completate prima dell’incidente tra cui “Autopsy”, una delle canzoni più arcanamente irresistibili di Sandy, impostata da Richard su un arrangiamento in 5/8. “Unhalfbricking” uscì (altro parallelo con i Byrds) con cover di Dylan, nessuna delle quali apparsa prima sui suoi album: la ballata “Percy’s Song” (con la voce strabiliante della Denny), “Million Dollar Bash” (poi nei “Basement Tapes”) e una versione opportunamente eccentrica, quasi cajun, di “If You Gotta Go, Go Now”, tradotta e cantata in francese col titolo di “Si Tu Dois Partir”. Divenne il singolo più stravagante di tutto il brit-folk, fermandosi appena fuori dalla Top 20 britannica. “If You Gotta Go, Go Now” era stato pubblicato da Dylan solo su un oscuro singolo europeo, anche se i Manfred Mann l’avevano già portato al numero due nel Regno Unito, nel 1965, ovviamente in inglese. Simon Nicol ammette che se la canzone fosse stata più conosciuta, forse non sarebbero stati così avventati nel ribaltarla: “Se fosse stata su “Another Side of Bob Dylan”, forse non saremmo stati così diffamanti. Perché all’epoca, Bob era sacro”.
“Unhalfbricking” conteneva anche “Who Knows Where the Time Goes” e Sandy ne offrì un’interpretazione ineguagliabile, con quella stessa attitudine alla malinconia presente in “Autopsy”.
“Liege & Lief”, il successivo, fu accolto calorosamente. Rimane il best-seller dei Fairport e non è mai andato fuori catalogo. La critica si fece sentire, l’America chiamò, e fu organizzato un tour mondiale. Nel corso degli anni si sviluppò una linea di pensiero in base alla quale i Fairport Convention non raggiunsero l’apice e svilupparono veramente una propria idea musicale, fino a quando non registrarono l’album “Liege & Lief”. Questa corrente sostiene che prima fossero troppo simili al folk-rock della West Coast, e che avessero trovato una loro precisa identità solo quando decisero di concentrarsi principalmente sul folk tradizionale inglese. È un’opinione discutibile, ma i Fairport non sono mai stati migliori di quel breve periodo in cui Denny e Matthews erano entrambi nella band. I primi Fairport non erano così disorientati. Sempre Matthews: “La maggior parte dei critici sembra avere difficoltà a resistere all’etichettatura di qualsiasi cosa, anche se non è classificabile. I Fairport erano tali, fin dall’inizio. Trovarono una nicchia inesplorata con “Liege & Lief”, ma io sfido chiunque a mostrarmi una band di quell’epoca e a poter dire “che suona come i primi Fairport”. Credo che Liege sia stato un enorme punto di svolta nell’identità e nell’accettazione della band, ma tornando all’ascolto, i miei preferiti sono stati Holidays e Unhalfbricking”.
“Liege and Lief” uscì nell’estate del 1969 in circostanze piuttosto infauste. Il gruppo era pronto per sciogliersi. Nessuno poteva immaginare di suonare ancora le stesse canzoni senza pensare a Martin Lamble ucciso dal terribile incidente di quella primavera che si portò via anche la fidanzata di Richard Thompson, Jeannie Taylor. Sandy li introdusse alle ballate tradizionali. Il gruppo se ne innamorò, in particolare Ashley, che iniziò a frequentare gli archivi della Cecil Sharp House e a fare ricerche. Così i due principali ispiratori per questa nuova era dei Fairport, ironia della sorte, furono proprio quelli che sarebbero stati i primi ad andarsene subito dopo l’uscita dell’album. Nella casa di Farley Chamberlayne, Winchester, dove stavano provando con i nuovi Dave Swarbrick e Dave Mattacks, tutto sembrava rivoluzionario e così si dimostrò. Un’opera pionieristica di genuina originalità e coraggio. E sopra questa trama articolata, Sandy Denny si assicurava ogni canzone con quella voce roca, slanciata ed emotiva. Quei tradizional descrivevano spesso scontri tra classi sociali. Tempi di lord, signori e contadini, poveri che lottavano, mentre quelli che stavano al potere esercitavano il loro incontestabile controllo. In “Matty Groves”, Denny racconta di un re che si batte contro l’amante della moglie, anche se sa che la moglie non lo ama più. “The Deserter” è la tragica storia di un ragazzo di campagna spinto in guerra che diserta più e più volte solo per essere catturato e imprigionato, fino a quando non hanno più bisogno di lui. “Tam Lin” rovescia un po’ le carte in tavola, narrando della ribelle Janet che cattura l’occhio del potente Tamlin, per poi estendersi in un assolo di chitarra di Thompson che aumenta la tensione a dismisura. Insieme ai traditional ci sono anche alcuni originali. Il brano di apertura “Come All Ye” è una grande canzone, una chiamata alle armi da parte di Denny verso noi ascoltatori. Chiama il violinista, il bassista, il batterista, ballerini e chiunque altro, a fare un’unica cosa, a dare il loro contributo al sogno più grande. Se ogni “minstrel” fa la sua parte, il suo suono può smuovere il cielo. È un modo coraggioso per aprire un album, ma dimostra ancora una volta come i Fairport Convention stessero attingendo al loro zeitgeist pur vivendo ancora saldamente nella tradizione. L’antiquato “ye” del titolo accenna non così sottilmente a tempi andati. Ma l’appello all’unità e alla rivoluzione era molto moderno, e su “Come All Ye” la loro richiesta è tanto potente quanto quelle di Dylan in America. E il circolo così si chiude.
A quel punto, Sandy lasciò la band. Voleva passare più tempo con Trevor.
Sandy e Trevor Lucas si stabilirono a Chipstead Street, Fulham. Erano entusiasti nel costruire il loro nido d’amore. Lui costruiva mobili e cucinava. Lei decorava e cuciva, e leggeva P. G. Wodehouse ad alta voce per lui di notte, nel loro letto ad acqua.
Sandy e Trevor riunirono l’ex batterista degli Eclection, Gerry Conway, il bassista Pat Donaldson e il chitarrista Jerry Donahue della Poet And The One Man Band. Per alcuni giorni, si chiamarono Tiger’s Eye. Poi divennero i Fotheringay.
“Non suonerò mai più da sola”, disse Sandy a Disc nel settembre 1970. “Sono troppo felice con le band”.
Realizzarono un album molto bello, omonimo (un secondo, lasciato incompiuto nel 1970, è stato finalmente pubblicato con successo nel 2008), che contiene diverse delle sue più belle composizioni – “The Sea”, “Nothing More”, e “The Pond And The Stream” sulla sua amica Anne Briggs.
Nel 1970 nel Melody Maker Poll, Sandy vinse il premio come miglior cantante femminile, e poco dopo registrò “Battle Of Evermore”, in duetto con Robert Plant su “Led Zeppelin IV”.
La fine dei Fotheringay, a Capodanno nel 1971, fu causata da un malinteso tra Sandy e Joe Boyd. Con la Witchseason in difficoltà finanziarie, Boyd accettò l’offerta di vendere l’etichetta e tornare negli Stati Uniti. Sandy prontamente sciolse il gruppo per costringerlo a restare. Donaldson e Conway si misero subito al lavoro con Cat Stevens, e quando Boyd si rese conto di quanto era successo era troppo tardi perché i Fotheringay tornassero insieme.
Questo curioso episodio offuscò il rapporto tra Joe e Sandy per il resto della vita.
La ricerca di fiducia può essere stata la ragione che spinse Sandy a unirsi brevemente alla Chiesa di Scientology. Pagò segretamente centinaia di sterline alla sezione di Londra e si sottopose ai loro “test della personalità”. Rimase costernata dalla “macchina della verità” e si rese conto di aver commesso un errore, tornò a casa per confessare ciò che aveva fatto. La Chiesa capitolò e restituì tutto il contante a Trevor. “Forse non sa leggere o scrivere molto bene, ma è molto bravo con i numeri”, disse orgogliosamente Sandy a un amico.
Con ambizioni di produzione, Trevor vedeva persone del calibro di Joni Mitchell, Carole King e Carly Simon vendere milioni di copie e pensava che anche Sandy avrebbe potuto farlo. David Denny, che viveva con la coppia in Chipstead Street, lasciò il suo lavoro di ingegnere civile e divenne il manager di Sandy, stringendo un accordo con la Island che permise a Trevor di produrre il suo album solista “The North Star Grassman and the Ravens”. È un debutto a tratti incerto.
Lenta a svelare i suoi segreti, Sandy avvolge i suoi contenuti con parole spesso oscure. Ma “Late November”, un testo ispirato ai suoi sogni, trasuda misteriosa malinconia autunnale, e “Next Time Around”, sul suo ex Jackson C. Frank, affascina ancora per le elusive e inaspettate armonie. Colpita dalle critiche per il fatto che il suo lavoro fosse troppo oscuro, semplificò il linguaggio, sia musicalmente che liricamente.
Il successivo, “Sandy”, fin dal brano d’apertura “It’ll Take A Long Time”, fu più mirato rispetto al suo predecessore. Anche se, in linea di massima, manteneva ancora una modalità folk, Trevor aveva modernizzato il suono e l’esecuzione era più stabile. “Listen Listen” e “The Lady” erano tra le composizioni più forti di Sandy, il brano a capella dal poema di Richard Farina “The Quiet Joys Of Brotherhood” era ammaliante, la voce al massimo dell’effervescenza e fuori dal mondo.
Per molti fan, “Sandy” è stata la sua opera migliore di sempre. Con l’affascinante scatto di David Bailey sulla copertina, aveva tutto il potenziale di un grande successo. Ma, nonostante le recensioni favorevoli, la promozione ragionevole e Tony Blackburn che faceva ascoltare “Listen Listen” su Radio 1, faticava a vendere.
Sandy cominciò a disperarsi con gli amici perché non trovava mai la sua nicchia. Eppure il suo lavoro stava attirando alcuni fan influenti. Dylan aveva apprezzato le versioni Fairport delle proprie canzoni. Frank Zappa era un suo sostenitore (Frank e Sandy avevano avuto un’avventura durante una delle sue visite a Londra), Mama Cass l’amava, Lowell George voleva lavorare con lei. Gli Eagles, in particolare Don Henley, erano grandi appassionati. Lou Reisner e Pete Townshend la scritturarono come infermiera nella loro sontuosa rielaborazione di “Tommy”.
Mentre finiva “Sandy”, i Fairport Convention stavano cadendo a pezzi. Dave Swarbrick e Dave Pegg chiesero a Trevor di unirsi a loro. Lui portò con sé Jerry Donahue e intrapresero un tour mondiale.
Costretta a restare da sola mentre il marito se ne andava con la sua vecchia band, Sandy scrisse le migliori canzoni della carriera e le presentò in America nella primavera del 1973.

fine della Prima Parte…continua…

 

Riccardo Magagna

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"