Ci vuole sempre una Lady, “To bring you my love”.

“He said dance for me, fanciulla gentil
He said laugh a while I can make your heart feel
He said fly with me touch the face of the true God
And then cry with joy at the depth of my love”

“Cristo santo, ma che cos’è? Il paradiso, o l’apocalisse?”
Andrea, il mio personale riccioluto spacciatore musicale – in tutto e per tutto tricologicamente simile a Kirk Hammet (ma con indubitabilmente molto meno “swing” trai polpastrelli) a cui evidentemente un po’ si rifaceva – stava già ascoltando in cuffia quell’apoteosi di emozioni fluide in incarto melodico che ero andato appositamente a prendere, quando mi vide far capolino dalla porta del suo negozio di via Bidone (già solo il nome della via era un tutt’uno con lo spirito profondamente punk del suo gestore chitarra-munito).
Sapevo per cosa ero venuto, lo avevo avvertito per tempo: “quando arriva, VEDI di non assegnarlo a nessun altro eh?”. Conosceva i miei sentimenti per quella che ritenevo essere la donna più sensuale del mio universo, da qualche anno a quella parte. Era stato proprio lui a passarmi la prima “dose” di quella che sarebbe diventata una delle mie droghe abituali da lì in avanti.
Quella volta, sulla copertina di quello che stava per diventare per il sottoscritto una “Stargate” quadridimensionale per il mio personale “paradiso sirenico”, c’era una bocca di donna con il rossetto mal tolto, fotografata da troppo vicino per poter essere una pubblicità di quelle ammiccanti. Il taglio della foto era chiaramente voluto, scelto per non destare troppi pruriginosi desideri. Ma a me piaceva. Lo aprii e infilai subito il cd nel mio lettore portatile, con la febbricitante eccitazione di chi attende che qualcosa di assolutamente voluttuoso lo investirà, di lì a poco. E infatti fu così.

Oh, my lover
Don’t you know it’s all right?
You can love her
And you can love me at the same time
Much to discover
I know you don’t have the time but
Oh, my lover
Don’t you know it’s all right?

La sua voce entrava nello stomaco, sbattendo con forza nei miei padiglioni auricolari, e poi giù da cervello, esofago, viscere, con quel certo tono intriso di virile femminilità e femminile menefreghismo.
Are you woman enough to be my man?” avrebbe cantato parecchi anni dopo Eddie Vedder nei suoi Pearl Jam. Sì, ci stava bene in questo caso.
Non era solo la sua sensualità rarissima, non mainstrem, ad attrarmi. Era tutto ciò che proveniva da lei: la musica, la voce, i testi, le idee. Ascoltai uno dopo l’altro gli 11 brani del disco. Si chiamava “Dry”: asciutta, secca, ‘piatta’. E lo era.  Cavolo se lo era!
Eppure mi piaceva, eccome. Fu la prima volta che ebbi il coraggio di ammettere a tutti, e non solo a me stesso, che non era la bellezza che gli altri consideravano per l’appunto “bella” ad interessarmi. Quello è ciò che può pensare un ragazzino stupido delle medie, o un adolescente brufoloso del liceo. O anche un uomo sentimentalmente cerebroleso, ad ogni età.
Di lei amavo soprattutto i suoi spigoli, la ruvidità dell’anima e della sua musica, la bellezza femminilmente forte del suo essere “dry”. Quello fu il mio 8 marzo, da allora in poi: la mia personale “Festa della Donna”, in cui non ricercare canoni di una bellezza artefatta, ma segni di una concretezza femminile da adorare.

Che me ne faccio di voi, piedi, se ho le ali per volare?
Da quella frase, si possono intuire tante cose: che i piedi non sono fatti per coloro a cui non è concesso di camminare – ad esempio – e non per chi vorrebbero costringere in un certo qual modo, spesso, a procedere carponi. Quel tipo di persona ha bisogno di volare, per fare in modo di poter essere vista ‘almeno’ allo stesso modo di chi invece, camminando normalmente, può essere tranquillamente indicato come un vero genio sulla terra. Sto parlando delle donne? No, non sto parlando solamente di loro: ma di certo, soprattutto.
C’è stato un momento nella mia vita di giovane uomo in cui, ad un certo punto, ho raggiunto la piena consapevolezza della mia maturazione sentimentale e morale. Fino ad allora, era sempre capitato che mi lasciassi suggerire i gusti da quell’immagine stereotipata del bello che, ogni giorno, veniva gridata a gran voce in ogni messaggio pubblicitario, rimbalzata in tutti i media, e tramandata dal pensare comune. “Trovati una donna bella, una vestita bene, truccata meglio con delle belle curve, che faccia girare la testa a tutti!”.
Il messaggio era questo, inutile negarlo. Fino a quando, nella mia quotidiana battaglia di vecchio ragazzino, o di quasi giovane uomo, non arrivò Lei. Non rispecchiava i canoni della bellezza estetica imperanti, non aveva modi femminili eterei, né si adoperava per averli: ma era la donna più bella, più sensuale e affascinante che avessi mai “incontrato” in vita mia. Polly Jean Harvey, bellezza carnale di vino e sangue: “fango e neve“, avrebbero cantato qualche anno più tardi i Negrita, mai troppo amati fino a quella canzone.
E nel vino i ricordi possono perdersi o amplificarsi, un “Lilac Wine” che può farti perdere o ritrovare, a seconda di quanto sei disposto a ingurgitarne; liquido bruno che potrebbe anche servire a dissipare i cattivi ricordi, spesso. Anche troppo. Ma la buona musica non lascia mai cattivi ricordi, né evoca fantasmi infestanti, a meno che la cosa non sia fermamente e premeditatamente voluta.
Dopo il grandioso 1994 musicale trascorso a riorganizzare la mia vita, il 1995 mi aveva portato eventi inaspettati e nuove prospettive. Avrei dovuto passare tutto l’anno svolgendo il servizio militare, di cui giornalmente mandavo avanti il conto alla rovescia: ma le cose non vanno sempre come te le aspetti, e – soprattutto – le cose non vanno sempre esclusivamente male. Fu così che il servizio si interruppe a metà, lasciandomi un bel po’ stupefatto, ma cogliendomi anche un po’ impreparato nel cominciare i miei agognati – e volutamente e coscientemente intrapresi – studi umanistici universitari, quelli che avrei poi abbracciato fino alla fine del percorso..

In concomitanza con l’assoluzione del servizio di leva obbligatoria, il mio spacciatore musicale (da cui andavo regolarmente a farmi proporre le novità e ‘somministrare’ le mie nuove droghe rock) ricominciava a rifornirmi di materiale di resistenza esistenziale e di sopravvivenza quotidiana. Il primo che sottopose alla mia attenzione, subito dopo il ritorno alla vita da “civile”, fu il quarto meraviglioso, appassionato, malinconico album della Lady del Rock anni 90: Polly Jean accantonava parzialmente lo stile energico a tinte punk dei precedenti lavori, per approdare a un’opera incantevole fatta di canzoni potenti e di nostalgiche ballate rock. Venne definito nei termini di un “blues con argentei riflessi accecanti”: ma era molto, troppo di più.
In copertina, lei, bellissima, in posa di sonno sulle rive di quelle che potevano benissimo essere Un viaggio sulle acque a lavare vecchi costrutti. “Down by the water”, giù per il fiume, alla ricerca di una nuova identità, di una nuova vita. E di amore.
Dieci canzoni. Dieci dosi di liquido mercurio scintillante da iniettarsi lì, dove i padiglioni auricolari incontrano la porta del cuore:

“I was born in the desert
I been down for years
Jesus, come closer
I think my time is near
And I’ve traveled over
Dry earth and floods
Hell and high water
To bring you my love”

Mai elegia migliore era stata mai scritta, mai voce aveva bucato così nel profondo la mia anima. Dove eri stata tutto questo tempo, Polly Jean? Dove avevi nascosto quel tuo spirito-stiletto che adesso penetrava il mio petto fin dentro quel cuore pulsante rabbia e dolore?
Le infilai una dopo l’altra quelle tracce. Non ce n’era nemmeno una debole, nemmeno una che dimostrasse incapacità, imperfezione, inefficacia. Avevo scelto stupendamente. O era stata lei a scegliere me, senza darmi scampo?

“Hell’s no God above
All drunk on my love”

Non capivo se era paradiso o inferno, quello che si dipanava nelle mie vene, a partire dal mio cervello: ma avrei seguito quella strada ovunque mi avrebbe portato.

“I lost my heart
Under the bridge
To that little girl
So much to me
And now I moan
And now I holler
She’ll never know
Just what I found”

Avrei potuto seguire quella voce, quelle labbra ovunque. Lo avrei fatto, così come avevo cambiato la mia vita, diametralmente, con un segno netto, una decina di mesi prima.
In quei 42 minuti e 27 secondi c’era tutto ciò che potevo desiderare. Ancora adesso, dopo aver consumato quella cassetta al ferro-cromo quasi a farla liquefare nel mio walkman, dopo aver ascoltato quel vinile decine e decine di volte – che quel solco è diventato un sentiero che dal deserto promette ogni volta di portarmi alla salvezza promessa – ogni ascolto è un’epifania di suoni e di emozioni.
Un disco perfetto fatto dall’unione di piccole, stupende imperfezioni. Voce graffiante, viso imperfetto: un fiume di dolce veleno, stricnina a cui non puoi che assuefarti. Lisergica, come il movimento del braccio quando, inesorabile e voluttuoso, si abbassa ancora e ancora, e poi ancora verso un capolavoro di rock, di donna.
Di tutto.

 

 

 

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".