THAT VOICE AGAIN: Il Panopticom dell’Arcangelo Gabriele

Ha scelto l’Epifania l’Arcangelo Gabriele per recare il suo dono ai fedeli. Poteva esserci un giorno più adatto per ripresentarsi al mondo dopo vent’anni di assenza?
Un brano nuovo di zecca postato on line su tutte le piattaforme è stato il presente con cui Peter Gabriel ha fornito un assaggio del proprio ritorno sulle scene annunciato pochi mesi fa dalla comunicazione ex abrupto di una lunga serie di date europee a supporto di un album di inediti nuovo di zecca intitolato “I/O” , opera che il suo seguito sparso in tutto il mondo attendeva da due decenni.
E’ “Panopticom” il titolo, un calembour che, partendo dal concetto di “carcere ideale” ideato nel diciottesimo secolo dal teorico sociale  Jeremy Bentham, allude ad uno strumento di conoscenza e controllo a tutto vantaggio della comunità  umana al quale da anni tre gruppi di studio: Bellingcat, Forensic Architecture e Witness stanno lavorando e che a Gabriel, sempre aperto a tutto ciò che mette in  connessione  scienza, tecnologia e umanesimo, sta fortemente a cuore.
Meglio sgombrare subito il campo da dubbi, per il sottoscritto Gabriel è nel gotha degli intoccabili tale e tanto è stato il contributo emotivo ricevuto dalla sua musica in quasi mezzo secolo.
Prima gli anni dei Genesis mandati a memoria quando ancora ero lungi dal compiere le venti primavere, poi la folgorazione estrema di quella musica che sapeva allo stesso tempo di preistoria e di futuro contenuta nel terzo e nel quarto album, dischi con i quali i confini del “pop” venivano spostati in avanti grazie ad una audace e sapida mistura di sperimentazione tecnologica e ritmi ancestrali uniti in un matrimonio che non perdeva mai, nemmeno per un attimo, il contatto con il battito del cuore grazie ad una vocalità inimitabile e a testi sempre profondamente stimolanti.
Quando il vincolo che ti lega all’artista è così stretto il confronto con ogni sua pubblicazione, specie se non frequente come in questo caso, porta con se inevitabilmente un po’ di timore, e così è stato per me come immagino per tanti. Avrei voluto persino resistere all’ascolto del brano ed attendere l’uscita dell’album completo ma ……non ce l’ho fatta.
Prima di aprire le orecchie avevo intercettato alcuni commenti vagamente delusi che mi hanno fatto premere il play con una dose di sospetto eccessiva, poi ho semplicemente alzato il volume e mi sono goduto ancora una volta quella voce così piena e pura nonostante i settant’anni compiuti.
La  musica di Peter Gabriel per decenni si è sporcata le mani con il progresso tecnologico esplorando e ricercando un nuovo pianeta  di suoni, atmosfere, ritmiche, inventando, anche grazie ad una squadra di lavoro man mano sempre più  affiatata e a collaborazioni esterne eccellenti, incroci sonori e visuali prima inesistenti. Pertanto inevitabilmente ogni aspettativa dei fans è segnata da questo retaggio, a maggior ragione dopo un’attesa che mai aveva raggiunto tale durata.
Il punto è che, così come avviene con artisti e band popolari ma che hanno creato mondi nuovi  –  Massive Attack, Bowie, Radiohead, Portishead, Primal Scream per fare qualche nome- da Peter Gabriel ci si attende dopo vent’anni un passo in avanti quantico, ed è probabilmente questa la ragione primaria di tutto questo procrastinare.
Se si cerca questo grande salto in avanti in “Panopticom” non lo si trova. E’ un brano bello e intenso che cresce all’ascolto, con un riuscito arrangiamento in splendido equilibrio tra l’acustica di David Rhodes, l’elettronica di Eno, le ritmiche raffinate e profonde di Levin e Katchè  ed un refrain vocale che è Gabriel al 100 %, ma è un brano che potrebbe essere uscito direttamente da “UP” l’album del 2002 se non da “US” pubblicato dieci anni prima.
La scelta di continuare a lavorare per tutti questi anni con la stessa affiatatissima squadra di sempre parla chiaro: Gabriel appare restare nel suo territorio sonoro ormai abituale e, stando ai primi indizi forniti appunto da “Panopticom”, è  in quel perimetro che la sua classe ed il suo talento nella scrittura e negli arrangiamenti continuano ad esprimersi. Solo il coinvolgimento di soggetti nuovi potrebbe/avrebbe potuto sparigliare le carte e fornire quella sorpresa che forse avrebbe potuto soddisfare appieno l’immane aspettativa di un ventennio di attesa ormai parossistica.
Gabriel resta, o cosi appare sino a eventuale prova contraria, nella sua Comfort Zone, così come tutti gli artisti suoi coetanei e non solo, che si chiamino Dylan, Young, Mc Cartney, Springsteen, Iggy.
Il tempo per le rivoluzioni è alle spalle e forse pretenderle da chi ne ha già fatte una o più  d’una è eccessivo, quello che si può fare e va comunque fatto è permettere a se stessi, dopo essersi liberati da sovrastrutture razionali,  di lasciarsi andare al brivido dell’ emozione pura che la musica e la voce dell’Arcangelo non hanno mai lesinato.

Poi uscirà “I/O” e ………chissà.

 

 

Ettore Craca

"Nel suono, nella pagina, nel viaggio, nell'amore io sono. In ogni altro luogo e tempo non sono".