Bob Dylan – It’s Not Dark Yet At The Beacon

Per il terzo anno consecutivo, sul finire dell’autunno, alcuni passanti sulla Broadway a Manhattan poco dopo il calar della sera avranno incrociato una figura più che altro impegnata nel non farsi notare in compagnia di un’altra intenta invece a captare eventuali segnali di disturbo: è Bob Dylan con la sua guardia del corpo che raggiunge a piedi il Beacon Theatre di New York, anche quest’anno luogo di una sua “residency” di ben dieci concerti, dal 23 novembre al 6 dicembre, la più lunga della sua carriera nella Big Apple se si eccettua il primissimo periodo folk, ma non la più lunga in assoluto che rimane quella di San Francisco nel 1979, in piena conversione religiosa, ben 14 shows! Dylan a New York costituisce sempre un evento particolarmente accattivante poiché per il pubblico essa rappresenta ben di più della sua città d’adozione, è un’idea piena di carico emozionale e rimandi evocativi soprattutto agli anni 60-70; sicuramente lo è meno per l’artista stesso il quale come al solito, in questo “Fall Tour” americano, ha trattato allo stesso modo (ma con concerti stellari, beninteso) gli spettatori qui presenti e quelli del Missouri, Iowa e Wisconsin. Inoltre il Beacon, che registra il “sold-out” con i suoi circa 2900 posti a sedere per tutte le dieci serate è un magnifico teatro (un tempo anche cinema) di fine anni venti che permette a tutti di vedere e sentire al meglio. Fuori dal teatro, nell’aria tutto sommato non particolarmente fredda considerata la stagione, oltre ai gruppetti di “dylaniani” che discutono animatamente, ragazzotti con un grosso cartello avvertono che si tratta di uno show “no photo, no video and no recording”, ammonimento ripetuto anche dalle hostess all’interno della sala. Dentro invece, mano a mano che si avvicina il momento del concerto, l’esercizio più divertente è scoprire i vip che ovviamente arrivano in extremis per cercare di non farsi scorgere, e così capita che ti passi a un metro Roger Waters e che risultino presenti qua e là Martin Scorsese, Little Steven, Jack White, Steve Earle, Steve Wynn, Lenny Kaye e chissà quanti altri non segnalati, ma la cosa curiosa è che non ci sembrano neanche dei “super-human” poiché anche loro in questa occasione appaiono dei comuni mortali: in fin dei conti siamo giunti lì tutti con il medesimo intento di vedere ed ascoltare Dylan! Naturalmente nessuno di loro verrà invitato sul palco ed anzi il povero Miami Steve riceverà anche un rimbrotto da parte della security per aver tentato di scattare delle foto, ma il cineasta e l’ex-leader degli White Stripes, durante la presentazione della band, verranno pubblicamente elogiati da Dylan (che definirà Scorsese il suo regista preferito e “L’Ultima Tentazione di Cristo” il suo film preferito) ed invitati ad alzarsi per ricevere il giusto omaggio degli spettatori.
Dalla prima data americana di ottobre, sul palco si stagliano quattro eleganti ma inquietanti manichini che scatenano le congetture dei “dylaniani” a proposito del loro significato recondito (ammesso che ci sia…): una delle più gettonate è quella che essi vorrebbero trasmettere il senso di angoscia ed incomunicabilità dei nostri tempi. Quando si spengono le luci e dopo una breve “intro” parte la consueta Things Have Changed (uno dei due unici pezzi dove ha imbracciato la chitarra insieme ad una Ballad Of A Thin Man meno feroce che in passato), costantemente rivisitata seppur non in maniera sostanziale, la sala ribolle d’entusiasmo e così sarà fino al termine dello show. I due nuovi arrivati nella band a partire da questo tour autunnale, Matt Chamberlain alla batteria (già con i Pearl Jam) e Bob Britt alla chitarra (che collaborò con Dylan per l’album “Time Out Of Mind”), sono perfettamente integrati e se il primo è ottimo come peraltro lo era il buon George Recile, il chitarrista aggiunge parecchio al sound del gruppo che da un anno, dopo l’uscita di Stu Kimball, presentava il solo Charlie Sexton alla chitarra. Britt è dotato di grande personalità e Dylan gli concede spazi impensabili che, uniti alla consueta bravura di Charlie, contribuiscono alla creazione di un suono molto più corposo e rock rispetto al recente passato; naturalmente il tutto puntellato dal solito prezioso polistrumentista Donnie Herron che, oltre al lavoro con la steel guitar, si fa notare anche per mirabili interventi al violino. Per esempio Highway 61 Revisited torna ad essere il dirompente schiaccia-sassi elettrico dei tempi di Campbell-Sexton (ed in quegli anni anche lo stesso Dylan suonava spesso l’elettrica) e persino quello che è sostanzialmente uno standard rock-blues non particolarmente originale quale Early Roman Kings diventa una cavalcata chitarristica al fulmicotone. La band si dimostra una perfetta macchina da rock’n’roll anche in Honest With Me e Thunder On The Mountain che come al solito in questa sua recente veste un poco rockabilly trascina il pubblico in una diffusa eccitazione danzereccia.
Ma è in Pay In Blood, sempre diversa ed ora davvero notevole, che Britt sfodera un assolo di gusto eccelso con Charlie che gli regge il gioco con sapienza e che fa presagire che la nuova coppia di chitarristi darà al musicista del Minnesota (e a noi) molte soddisfazioni. A posteriori gli anni dal 2003 al 2008 (con la partenza prima di Sexton e poi di Campbell ed un Dylan a tratti involuto) non sono stati facili seppur comunque beneficiati da sporadiche pennellate del genio artistico di Bob e solo a partire dal 2009 con il reintegro del chitarrista texano c’è stato un progressivo ritorno ad un elevato livello artistico che oggi pare pienamente compiuto. Sul versante più intimista invece It Ain’t Me, Babe e Simple Twist Of Fate (con le consuete modifiche nel testo ed un’armonica suonata magistralmente come anche nel corso di altre canzoni) rapiscono ed incantano per come sono recitate da Bob con intonazioni della voce che non si sentivano da tempo, mentre Lenny Bruce (da poco tempo in scaletta) e Girl From The North Country vengono eseguite con il pianoforte in quasi completa solitudine a parte un tenue accompagnamento ed il cantato di Dylan sempre in evidenza. Anche When I Paint My Masterpiece, sempre apprezzata dal pubblico, inizia con il solo piano al quale si aggiungono nel proseguo gli altri strumenti in un crescendo entusiasmante. I diciannove brani eseguiti in ognuna delle dieci serate al Beacon sono sempre stati gli stessi con Dylan che si è alternato tra il pianoforte ed il centro del palco ed in generale la scaletta, come del resto ormai negli ultimi anni, è stata la stessa in tutto il tour se si eccettuano due o tre esperimenti nei primi show, il che non significa però che le emozioni non siano diverse da sera a sera, anche se bisogna essere un pochettino più sensibili e ricettivi che in passato per captarle. D’altro canto ancora una volta Dylan ha rimescolato le carte lasciandoci di stucco poiché il tourbillon di brani che avevano caratterizzato il Never Ending Tour per tanti anni dal suo inizio ha ormai lasciato spazio ad uno spettacolo ben preciso che evidentemente il songwriter di Duluth costruisce con meticolosità nella sua testa modificandolo in maniera apparentemente poco evidente, ma a poco a poco conducendolo dove evidentemente vuole lui…
Si pensi che sono sparite dalla setlist canzoni che costituivano capisaldi delle annate più recenti come Tangled Up In Blue, Desolation Row, Like A Rolling Stone, All Along The Watchtower, Love Sick e Blowin’ In The Wind. A ciò si aggiunga che alcune canzoni eseguite anche al Beacon sono oggetto di continue trasformazioni: Trying To Get To Heaven e la già citata Pay In Blood funzionano ora a meraviglia e sono completamente diverse se non per il testo dalle versioni immortalate sui dischi in studio, ma c’è voluto tanto tempo. Azzardare una previsione con Dylan costituisce un gioco rischioso, ma ho l’impressione che egli continuerà su questa strada fino al raggiungimento del “concerto perfetto”, quello che nella sua mente sarà definitivo. Sempre sul versante del continuo rimaneggiamento ecco anche una Can’t Wait che ha già perduto la fisionomia funky della scorsa estate a Hyde Park a vantaggio di un ritorno ad una certa drammaticità più rock mentre Gotta Serve Somebody è uno degli highlights assoluti dello show, modificata nel testo, fiammante come non mai con Bob in completo controllo del brano e la band che gira a mille, potente ed affiatata. Ma, oltre a Lenny Bruce della quale si è già detto, l’altra novità di questo “Fall Tour” americano è Not Dark Yet e qui siamo dinnanzi ad una rilettura capolavoro, ennesima prova del genio dylaniano. Un amico mi ha chiesto come fosse il nuovo arrangiamento e dopo qualche istante di esitazione gli ho risposto che è talmente misteriosa e al contempo magica e pregnante da risultare di difficile spiegazione, certamente un blues notturno e malinconico, forse con un tocco della scarna drammaticità del Nick Cave più recente, ma in realtà c’è molto di più, insomma “somethin’ is happenin’ here, but I don’t know what it is”: è da ascoltare e basta, lasciando fluire le emozioni nella propria testa. A proposito di blues, ma questa volta dall’incedere lento e rilassante, la chiusura dello show è appropriatamente affidata ad una ottima versione di It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry.
In definitiva i concerti sono stati da pelle d’oca (probabilmente i migliori dal 2002) per quasi tutta la loro durata di circa un’ora e cinquanta minuti, con un Bob sembrato miracolosamente ringiovanito, di ottimo umore ed evidentemente in stato di grazia (in particolare per quanto riguarda la voce) e che con l’occasione dell’ingresso nella band di due nuovi elementi ha rispolverato la presentazione del gruppo a volte con alcune battute come quando a proposito del bassista Tony Garnier, con lui dal 1989, ha detto “è con me da più tempo di me stesso”! Se mi posso permettere un suggerimento, andate a sentirlo sempre e comunque, è uno degli artisti nostri contemporanei più geniali e, quantunque Egli sia probabilmente immortale, meglio non correre rischi!

SETLIST

1          Things Have Changed
2          It Ain’t Me, Babe
3          Highway 61 Revisited
4          Simple Twist Of Fate
5          Can’t Wait
6          When I Paint My Masterpiece
7          Honest With Me
8          Tryin’ To Get To Heave
9          Make You Feel My Love
10        Pay In Blood
11        Lenny Bruce
12        Early Roman Kings
13        Girl From The North Country
14        Not Dark Yet
15        Thunder On The Mountain
16        Soon After Midnight
17        Gotta Serve Somebody
18        Ballad Of A Thin Man
19        It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry

Sergio Gandiglio

Sergio Gandiglio

My heart is cheerful It's never fearful I've been down on the killing floors I'm in no great hurry I'm not afraid of your fury I've faced stronger walls than yours (Bob Dylan)