Rhiannon Giddens e Francesco Turrisi @Folk Club

Se un musicista torna, a distanza di un anno esatto, e addirittura per due serate consecutive, allora significa che al Folk Club di Torino ci si trova bene.
Rhiannon Giddens e Francesco Turrisi avevano talmente affascinato il pubblico presente lo scorso anno da decidere di raddoppiare l’unica performance italiana del duo.
Scommessa vinta, dato che il Club è stato preso d’assalto ed entrambe le serate sono andate sold out, con presenze esotiche (spettatori provenienti dalla Francia, dalla Finlandia, dalla Corea!) a dimostrazione che il duro lavoro di programmazione operato da Paolo Lucà porta frutti eccellenti.
Il palco presenta una serie di tamburelli di varie dimensioni, un pianoforte a mezza coda, una fisarmonica, ai quali si aggiungono gli strumenti della Giddens: un banjo fretless e un violino. Turrisi compare seguito da Rhiannon, scalza e bellissima: lui imbraccia subito la fisarmonica, lei il violino e parte la magia di una serata all’insegna del fascino della protagonista e della bravura (e simpatia) del nostro connazionale, il cui accento tradisce quasi impercettibilmente l’ormai ventennale distanza dal nostro paese, sfociata nell’attuale residenza irlandese. Proprio a Limerick ha incontrato l’artista di Greensboro (North Carolina), che alterna i lunghi soggiorni nell’isola verde a frequenti puntate nella terra di provenienza e a Nashville, riconosciuta capitale della country music.


L’ammaliante espressività della Giddens (i cui studi di canto lirico giustificano la padronanza con la quale controlla la voce) prorompe anche negli strumentali (un paio di tour de force sia al violino che al banjo, suonati meravigliosamente), ma è inevitabile che sia la stupefacente vocalità a lasciare attoniti, sia che si tratti di brani d’impronta folk, come blues o jazz.
Franceso Turrisi si destreggia superbamente tra i vari “tambo”, dedicando ogni volta il tempo necessario all’accordatura dei medesimi (“Siamo in tanti, ognuno di noi respira creando dell’umidità e le pelli necessitano di essere riaccordate”), col conseguente risultato di rendere il loro suono non meramente percussivo, ma quello di un vero strumento, ricco di armoniche e note “suonate”. Altrettanto efficaci gli interventi di fisarmonica, per non dire del suo strumento principe (ha studiato pianoforte jazz in Olanda, a partire dai vent’anni).
Entrambi dimostrano un affiatamento che scaturisce dall’ormai lunga collaborazione, la scaletta è improntata sui dischi della Giddens e su quello in coppia prodotto da Joe Henry, “There Is No Way Out”, album che permetterà loro di partecipare alla cerimonia dei Grammy Award avendo ricevuto la nomination nella categoria “Best American Roots Song”.
Passando da brani autografi (Ten Thousand Voices, Julie, Following the North Star), della tradizione folk, qualche incursione nel campo delle protest songs, un paio di blues rurali, qualche jazz-swing, citazioni di Patsy Cline, una tarantella, un intermezzo operistico e un bis da pelle d’oca con un’esecuzione stupenda di E Se Domani…, Rhiannon ha steso tutti, rivelandosi regina della roots music in senso ampio, senza confini, accompagnata dalla parte “mediterranea” rappresentata da Francesco, a costituire un sound unico, originale, che raramente raggiunge apici di tal portata.


Quasi ogni brano è stato introdotto dalla coppia che ne ha spiegato nel dettaglio i motivi per cui è stato scelto e il suo significato (da brividi quella per At the Purchaser’s Option, sulla vendita degli schiavi).
E’ anche dalle introduzioni ai brani che si percepisce quanto approfonditi siano stati lo studio e la ricerca per arrivare a proporre un repertorio che spazia tra epoche e mappe geografiche distantissime tra loro ma legate insieme da una tale passione da elevare a World il concetto di Roots.
Gli sguardi d’intesa, i sorrisi durante gli assoli, l’evidente soddisfazione di poter fieramente palesare le proprie capacità sono uno spettacolo nello spettacolo. Gli applausi scrosciano copiosi, le grida di approvazione sono costanti al termine di ogni esecuzione.
Se dovessero tornare non ve li perdete, ma anche un viaggetto all’estero per assistere a un loro concerto varrebbe sicuramente la pena: il miglior spettacolo che possa capitarvi non solo in area roots.

Massimo Perolini

Massimo Perolini

Appassionato di musica, libri, cinema e Toro. Ex conduttore radiofonico per varie emittenti torinesi e manager di alcune band locali. Il suo motto l'ha preso da David Bowie: "I am the dj, I am what I play".