Di Resistenza e altri racconti. E di spaghetti serviti (fortunatamente) in ritardo.

La serata è fredda, ma siamo in gennaio e, per la stagione, la temperatura non è neanche così rigida come accadeva in passato. Sto proprio riflettendo sul riscaldamento globale mentre giro la chiave e faccio scaldare un po’ il motore: me la prendo con calma, sono uscito con discreto anticipo data la pressoché svizzera puntualità che caratterizza le serate al Folk Club.
Raschio via il sottile strato di ghiaccio sui vetri, rientro in auto e attivo il condizionatore spostando il cursore sul caldo.
Una cara amica mi ha appena passato l’anteprima del suo primo disco: infilo il cd nell’apposita fessura e mi predispongo all’ascolto mentre la patina sul parabrezza finisce di sciogliersi.
Decido di prendere l’autostrada per essere certo di fare prima e giungere in via Perrone con congruo anticipo. Neanche il tempo di pensarlo e, giusto mentre esco dalla rotonda in corrispondenza dell’indicazione “A5 Torino – Aosta”, improvvisamente tutto si mette a suonare, i semafori del casello diventano rossi e calano le sbarre.
Il veicolo che mi precedeva si trova bloccato, quello che mi seguiva è condotto da una ragazza che si trova sconcertata a stringere le mani sul volante senza capire che vorrei fare un po’ di retromarcia per tornare sulla rotonda e prendere la provinciale. Dietro di lei altri veicoli cominciano ad accodarsi. Guardo l’orologio: sono già le 21, mi sono giocato almeno dieci minuti e rischio di arrivare in ritardo, dovendo affrontare un percorso che non consente certo le velocità autostradali.gang
E, naturalmente, quando hai fretta trovi ogni genere d’automobilista impedito a precederti, nonché l’onda rossa semaforica.
Sono ormai le 21:30, sono ancora fermo (ovviamente…) al semaforo del Rondò della Forca, ma non dispero di trovare subito un parcheggio: chi vuoi che… mannaggia, neanche su corso Palestro! Fermo! Quello se ne sta andando. Che botta di c…
Arrivo trafelato, scendo le scale del Club e percepisco l’assenza di suoni: i ragazzi sono ancora al ristorante, alle prese con un servizio piuttosto lento, come mi diranno in seguito. We Love Radio Rock non fa brutta figura, insomma: ce l’ho fatta.
Paolo Lucà mi accoglie con la consueta cordialità e riesco a strappargli la promessa di concederci un’intervista sulla storia del Folk Club.
Mi hanno riservato un posto magnifico, in prima fila. Abbracci e sguardi d’intesa con tanti altri vecchi amici, poi finalmente Paolo annuncia che i Gang stanno per salire sul palco, sul quale sono predisposte quattro postazioni: violino/mandolino/tenor guitar, tastiere/fisarmonica, e le due centrali, una dedicata alla chitarra elettrica e l’altra dotata di leggio, per i fratelli Severini. Niente basso, niente batteria.gang
Marino sale per ultimo, brandendo la sua acustica a 12 corde. È il solito affabulatore, un torrente inarrestabile di musica e parole, racconti e descrizioni, contestualizzazioni dei testi, ché non vuole qualcuno non abbia ben chiari i messaggi che tiene a lanciare.
Le canzoni le conosciamo tutte, ma le assaporiamo in questa veste inedita, più intima rispetto a quella “rock” proposta in genere col gruppo al completo.
Queste versioni sono commoventi, Sandro a ricamare con la sua (splendida) Stratocaster, Jacopo Ciani che alterna violino e mandolino e sostiene la voce principale con armonie vocali che lo rivelano anche ottimo cantante, mentre Gianni Bonanni sottolinea i passaggi più lirici con il piano e l’organo, imbracciando la fisarmonica nei brani più sostenuti e vicini allo spirito combat-folk o quelle ballate che necessitino di atmosfere più drammatiche.
Una prima parte basata sul racconto della Storia (o, meglio, le Storie, perché “la Storia la fanno i vincitori, ma le storie sono quelle vere, sono le nostre”) più recente d’Italia, dalla Resistenza alle lotte sindacali, dagli anni 70 e le loro contraddizioni ai disastri portati dall’inquinamento selvaggio dei decenni scorsi, il tutto sotto un’unica egida: l’antifascismo militante, sottolineato ripetutamente negli interventi a braccio che Marino si è concesso, visto l’ambiente amicale garantito da un’audience attenta e partecipativa. Dopo l’irrinunciabile (per Marino, fumatore accanito) pausa sigaretta, il “secondo tempo” del concerto è corso sul filo dei ricordi in musica, abolendo gli interventi discorsivi.
Come di consueto, il repertorio attinge dalla discografia in italiano, quella post anni 80 che a partire da “Le Radici E Le Ali” (1991, dal quale sono estratti il brano omonimo e Bandito Senza Tempo) ha segnato il nuovo corso di quelli precedentemente considerati i Clash italiani.


Ancor più saccheggiato sarà “Storie D’Italia”, a partire da Kowalsky, proseguendo per Sesto San Giovanni (una delle più belle canzoni di sempre sulla classe operaia) e la classica collaborazione tra Massimo Bubola (liriche) e Sandro Severini (musica) che era sfociata nel racconto partigiano di Eurialo E Niso, fino a Duecento Giorni A Palermo, brano dedicato all’omicidio di Pio La Torre che attirerà una causa ultra decennale, chiusa da una sentenza salomonica che ha lasciato un po’ d’amaro in bocca.
La Pianura Dei 7 Fratelli è occasione per qualche ulteriore considerazione sulla Resistenza, con accenni alle storie ascoltate da bambini in terra marchigiana, tra Ancona e Macerata, prima di avvicinarsi nel tempo con Chi Ha Ucciso Ilaria Alpi?, tratta dallo stesso “Fuori Dal Controllo” (1997) da cui proviene anche Comandante.
Momenti di commozione, come sempre, al momento dell’esecuzione di Paz, lo struggente brano dedicato ad Andrea Pazienza che rende indispensabile il possesso di un album come “Controverso”, inaugurante il millennio con canzoni più introspettive tra le quali Vorrei, in questa occasione eseguita con un trasporto che la rende ancor più bella.
Gli anni Zero, complici i problemi di natura legale che lasciano segni profondi, vedono i Gang dedicarsi a varie collaborazioni e riproporre in nuove edizioni canzoni del passato più o meno recente, fino al ritorno in grande stile del 2015: “Sangue E Cenere” è il disco dal quale vengono estratte canzoni strepitose quali Non Finisce Qui, Alle Barricate, Ottavo Chilometro, Mare Nostro. Tutte quelle che ci si aspettava, e qualcuna in più.
Sono ormai trascorse oltre due ore, un’esibizione appassionata che non ha fatto prigionieri, i ragazzi si allontanano brevemente, ma sono costretti a tornare s palco: è il momento dei saluti, naturalmente affidati a Buonanotte Ai Viaggiatori e a una corale I Fought The Law che chiude il cerchio con l’ispirazione originaria di questi straordinari musicisti.
Per chi frequenta abitualmente il Folk Club si tratta di ordinaria amministrazione, ma assistere a simili performance corrobora lo spirito, fortifica la passione, ridà slancio e ricaccia indietro la pigrizia che spesso attanaglia noi veterani di mille battaglie, spettatori con migliaia di ore di pratica “live & affini”.
Arrivederci per le due serate (17 e 18 gennaio) che vedranno in scena Rhiannon Giddens & Francesco Turrisi e un grazie speciale a Marino Severini per le splendide chiacchierate dopo il concerto: lui a fumarne una dopo l’altra e noi intabarrati, ma così affascinati da racconti, aneddoti e considerazioni di quest’uomo saggio da non sentire il freddo pungente. Alla prossima.

Massimo Perolini

Massimo Perolini

Appassionato di musica, libri, cinema e Toro. Ex conduttore radiofonico per varie emittenti torinesi e manager di alcune band locali. Il suo motto l'ha preso da David Bowie: "I am the dj, I am what I play".