Jerry Lee Lewis – The Killer, Last Man Standing

Alla mia età un uomo dovrebbe avere avuto tempo a sufficienza per decidere se qualcosa gli piace oppure no. Dopo quasi un secolo di vita mi concedo la libertà di esprimere i miei gusti.
Innanzitutto non mi piace il fegato. Mi fa seccare la gola e ha un sapore che è un misto di cartone e polpette agrodolci; un altro pasto che detesto è la zuppa di gumbo: esattamente per le ragioni opposte al fegato, è viscida e sfuggente, non riesco neppure a tenerla in bocca, figuriamoci a ingoiarla. Se fossi ridotto alla fame potrei mangiare sedano, carote, cipolle cotte, melanzane, pompelmi e salame, ma solo in caso fossero davvero necessari per la mia sopravvivenza: preferisco far soffrire le mie papille gustative che lasciar spegnere il mio cuore. Ho una particolare passione per il maiale, anche se non mi piacciono molto la guancia e la trippa; inoltre adoro le braciole di manzo ai ferri o in umido ma odio la cervella, la lingua e tutta la robaccia di quel tipo. Mi piacciono i filetti di pesce gatto, il salmone e i gamberi. Amo le patate dolci, fritte in casa o candite, il chili in qualsiasi maniera, i biscotti di farina d’avena ripieni di datteri o di mele, i piselli, le conserve di lamponi (non in gelatina, però) e le bevande gassate all’uva. I soli sandwich che assaggio sono quelli a base di uova e pancetta su fette di pane appena tostato oppure quelli di purea di mele spalmati su fette di pane bianco. Adoro il pane francese, le torte lievitate alla vaniglia, le torte di mele olandesi. Preferisco il coniglio arrosto al pollo, all’anatra e al tacchino. Per finire il dentifricio Colgate, le mentine e l’acqua pura. Dannazione mi sta venendo fame. Non posso resistere al profumo delle foglie di querce bruciate del Missouri, in ottobre, alla brezza nascente che porta il profumo di menta, agli odori di un ristorante cinese dove si fa la coda per un tavolo, alla scia che lascia la pipa di un fumatore di passaggio che usa tabacco aromatizzato con rum e acero, ai seni incontaminati di una compagnia femminile, alla caffetteria fumante in inverno, all’interno di una Cadillac appena comprata e a volte vado in tilt cogliendo l’odore dell’alcool nel respiro di una strana signora. Mi piace passare in rassegna i pensieri, gli atti che precedono un momento piacevole, risolvere positivamente un problema attraverso uno sforzo strategico, la capacità di far svanire il dolore fisico o uno stato di depressione attraverso la concentrazione. Mi piace guidare sulle highway specialmente se in compagnia e mi sciolgo per la sensazione che ottengo durante gli show quando sento la risposta del pubblico alle mie canzoni. I momenti più belli della mia vita mi sono stati regalati dall’urlo unanime di una folla di sessantaduemila persone e dal gemito fra le mie braccia di una persona sola. Rimarrò ciò che sono adesso fino alla fine dei miei giorni. Non sono cambiato granché in più di sessant’anni passati nel mondo dello spettacolo. Bevo sempre gin, fumo sempre il sigaro, peso sempre settantacinque chili come a diciotto anni (nudo e gocciolante). Il futuro mi sembra fantastico e prevedo grandi cose.
Jerry Lee Lewis - studioRicordo quelle imbarcazioni, inondate di liquore e passeggeri, che risalivano il grande fiume da New Orleans e scendevano giù fino a Memphis e a Vicksburg costeggiando la Concordia Parish. Erano persone benestanti, ufficiali che tornavano a casa dall’Europa e dal Pacifico, visitatori del Peabody e del Roosevelt che tintinnavano bicchieri con petrolieri che avevano accumulato ricchezze nella polvere che gli uomini più poveri non riuscivano neanche a vedere. Stanchi dell’austerità della guerra, del razionamento e degli U-Boot che penzolavano come squali alla foce del fiume, galleggiavano ubriachi e cantavano davanti ai banchi di sabbia dove i gentiluomini di Natchez una volta regolavano gli affari d’onore con pistole a canna liscia. La gente di campagna, in tute da lavoro e abiti sbiaditi, guardava dalla riva del Mississippi come attraverso le vetrine di un negozio. Negli anni della guerra, avevano barattato la vita dei loro giovani per tempi migliori, ma la ricostruzione, la Grande Depressione, le tempeste e le inondazioni avevano lasciato generazioni piegate sul cotone. Sui loro volti si leggeva tutto ciò che non spariva dietro un’ansa del fiume o svaniva dietro un velo d’alberi sommersi dall’alluvione. Ero ancora un bambino, allora. Un giorno, avrò avuto nove o dieci anni, mi misi in piedi sull’argine accanto a mia madre e mio padre mentre un’altra festa in barca si spingeva lungo la corrente, gente ben vestita che rideva sul ponte. Al sicuro in mezzo al fiume, ci alzarono i calici in un brindisi beffardo. Mio padre era indistruttibile, magro, un metro e ottanta, con mani grandi e potenti che potevano metterti in ginocchio e un viso che sembrava disegnato solo da linee rette, come quello di Dick Tracy. Mentre i festaioli ubriachi alzavano in alto i loro bicchieri di bourbon, Elmo Kidd Lewis mi tirò a sé e mi disse: “Non preoccuparti, figliolo, un giorno ci sarai tu lì sopra”. Mi avevano visto, lui e mia madre Mamie, quando, a cinque anni, mi avvicinai per la prima volta a un pianoforte. Le mie dita toccavano i tasti ed era come se avessero afferrato un filo nudo. Il pianoforte che, con il suo peso, ha fatto vacillare il mondo, ora riposa nel fresco del buio di una stanza. Il legno crepato, i solchi profondi consumati in un corridoio fioco della casa dove i dischi d’oro e altri premi si accumulano come vecchi giornali. E ogni tanto mi fermo davanti a lui e pesto un solo tasto. Il suono è ancora diverso. Le vecchie canzoni sono affondate sotto l’acqua. Il figlio di Elmo è ancora qui. Prima che iniziassi a fare musica, prima che la panca del mio pianoforte sfrecciasse sul palco e una scossa di capelli gialli cadesse sul mio viso ruggente, che la prima ragazza incantata mi fissasse dai fari della platea, prima che suonassi le canzoni di Stick McGhee per i soldi di una Coca-Cola, prima che cantassi Hank Williams senza sapere cosa fosse il dolore di un cuore. Prima di Memphis, prima che i predicatori e il Congresso mi condannassero per aver corrotto i giovani, prima che facessi piangere Elvis. Prima di ascoltare Roy Acuff al Grand Ole Opry sulla radio di mia madre, prima della bolgia, prima di accatastare soldi, di venire a morire sulla terra per poi risorgere e cadere e risorgere e risorgere di nuovo, prima di dimostrare su diecimila palchi che nessuna autodistruzione poteva soffocare la mia voce e di placare il tuono della mia mano sinistra. Prima che John Lennon si inginocchiasse e mi baciasse i piedi, prima di nascondermi sotto un tavolo nella Big House di Haney’s per vedere la gente che macinava il blues. Prima di tutto questo, del primo ago e del primo milione di pillole, prima che la bara di un amico mi passasse accanto, camminavo su un ponte teso come una corda di violino tra le scogliere di Natchez. E, una vita dopo, attraverso lo stesso ponte e guardo giù verso l’acqua fangosa del Mississippi, fino alle chiatte lunghe, come un campo da calcio, che da lassù, sembrano giocattoli in una vasca da bagno. Il tempo sembra diverso ora, l’aria è così calda e densa che il cielo sembra bianco sotto quel color cotone. Ma forse la fine dei miei giorni è arrivata. Mi chiedo come ci si senta a morire. Immagino che ti facciano delle iniezioni e roba del genere. Non lo so, davvero. Ti lasci trasportare in un altro mondo. Come sarà quel mondo? Mi piace pensare che sia il Paradiso. Riuscite a immaginarmi in Paradiso? Suonare ventiquattro ore al giorno senza stancarmi mai. Non mi fermerei mai. Non ho mai creduto che la morte sia la fine di un uomo. Sono passato da peccatore a penitente. Vivrò il resto della mia vita senza offendere Dio. So che lo Spirito Santo è reale come una “great ball of fire”. Non voglio andare all’Inferno. Se avessi ancora una vita da vivere cambierei molte cose. Ma il fuoco non si spegne mai, il verme non muore mai. Il pianto e il lamento e lo stridere dei denti. Un lago di fuoco. Voglio solo incontrarli, incontrare tutto il popolo che ho perso. Può un uomo suonare rock’n’roll e andare in Paradiso? Questa è la domanda. Una domanda che mi ha quasi fatto a pezzi da giovane. Anche Elvis era così. Avrei voluto parlarne con lui, ma se n’è andato via troppo presto con la faccia bianca come l’osso e mi ha lasciato solo, mi ha lasciato invecchiare da solo. La gente dava colpa alla musica per tutto. Non è la musica del diavolo. Ormai ho ottantaquattro anni. So quello che ho fatto. È rock’n’roll. Il teatro di tutto questo, le donne facili, le feste alcoliche senza fondo, i coltelli a serramanico e le pistole potrebbero aver attirato un diavolo, ma un diavolo non ha mai suonato una melodia o trovato un accordo, nemmeno nelle più tristi canzoni blues o in qualsiasi altra musica che avesse smosso i fianchi di una giovane cameriera di un fast food. Il mio talento? Viene da Dio. Posso sollevare il dolore della gente. La musica, il modo col quale si rivela, è stata la parte più pura. Parlano di me come un cane, sorridono. Dammi i miei soldi e fammi vedere il pianoforte, dicevo. Jerry Lee Lewis? L’ho visto nella contea di Madison, wow, ragazzi! “Ho sentito Jerry Lee suonare per quattro ore il pianoforte senza sosta, dopodichè sembrava morto, almeno due volte. Ha iniziato lentamente, come un jet che decolla, ma ha suonato e suonava e suonava, ed erano le tre. Dopo un po’ gli è tornato il colorito. Alle tre e mezza del mattino, era in forma. Ed era luglio. Ho visto Elvis. Ho visto James Brown, ma Jerry Lee è il migliore”.Jerry Lee Lewis - piano
C’era il rockabilly e c’era Elvis. Ma non c’era il rock and roll puro prima che io buttassi giù la porta a calci. Le persone che hanno suonato con me dicono che posso evocare mille canzoni e rifarle ognuna in sette modi diversi. Posso farti scuotere le scarpe o sollevarti sopra l’arcobaleno, o inginocchiarti a terra. Sam Phillips mi ha definito “l’uomo più talentuoso con il quale abbia mai lavorato.” Bianco o nero che fosse. Uno degli esseri umani più straordinari tra quelli che hanno camminato sulla terra. Ero perfetto un tempo. The Killer sembrava quasi un eufemismo. Più uno stilista che un artista. Potevo prendere una cosa che era stata fatta prima e renderla nuova. La prima volta che ho sentito quel potere, avrò avuto quindici anni. Suonavo il pianoforte tutto il giorno e poi la sera mi sdraiavo nel letto e pensavo cosa avrei suonato il giorno dopo. Suonavo Jimmie Rodgers, Hank Williams, boogie woogie e lo trasformavo in qualcos’altro. Lo facevo diventare rock’n’roll. Lo facevo rotolare e si dibatteva negli spazi tra i tasti. Le ragazze si accalcavano intorno e i ragazzi si arrabiavano e volevano buttarla in rissa. Ora li vedo. Era amore. Amore puro. Io li amavo e loro mi amavano. Non era solo la canzone che amavano, era il modo.
Il mio corpo è stato martellato da una vita dura, flagellato dalle sostanze chimiche e dai dolori, dall’artrite. Sono ancora bello, i miei capelli sono passati dall’oro all’argento. Le donne si spingono ancora fino al bordo del palco e cercano di seguirmi fino nella mia stanza. Vivo ancora vicino al fiume, a sud di Memphis, nel verde del nord del Mississippi, in un ranch con una piscina a forma di pianoforte, dietro un cancello con le sbarre di ferro battuto. Qui la storia vivente del rock and roll non si pente di fronte a nulla, non ho mai finto di essere niente, e qualsiasi cosa abbia mai fatto, l’ho fatta alla luce del sole. Ho vissuto la mia vita al massimo e mi sono divertito. Ho rinnegato i figli e mi sono allontanato da mogli e fidanzate. Ho fatto quello che volevo. Ho vissuto l’attimo, senza preoccuparmi di cosa sarebbe successo. Rolling Stone mi ha praticamente accusato di omicidio. Ho passato vent’anni a vagare, ci sono state più risse, pillole, incidenti d’auto, donne e armi da fuoco di quanto ci si possa aspettare da un singolo mortale. Qualcuno diceva che ero pazzo. Hanno raccontato che avrei sparato al mio bassista. Ho solo colpito questo tizio in faccia con l’asta del microfono. In realtà ne ho colpiti quattro o cinque in quel modo. Prendo sempre a pugni un uomo che mi offende. Ho ancora una pistola a canna lunga, carica, dietro il cuscino, un piccolo arsenale nel cassetto e un’automatica nera compatta nel comodino. Un cane dorme tra i miei piedi, è un chihuahua, ma morde. Ho il collo rigido, ma sto invecchiando con grazia. Non nuoto nel rimpianto, anche quando cammino tra le tombe di miei figli e della maggior parte delle persone che ho amato. Sei matrimoni sono finiti in cenere, due dei quali in bare. Col tempo ho capito che ricordare è come giocare con i vetri rotti. È stato difficile per me avere una famiglia. Ho scelto il sogno. Anche quello di una donna sfregiata. A Nashville, trecento ragazze mi hanno strappato i vestiti di dosso e mi hanno trascinato via dal palco mentre il grande Chuck Berry aspettava impotente e ribolliva dietro le quinte. Il sogno è il motivo per il quale, quando la notizia del mio matrimonio con la cugina Myra fece crollare le vendite di miei dischi, ho riempito due Cadillac di musicisti e attrezzature e mi sono messo in viaggio. In un anno ho schiantato una dozzina di auto e ho suonato all’Apollo. Con l’odio razziale che bruciava sui titoli dei giornali, il pubblico ballava in piedi ascoltando un ragazzo bianco. E James Brown mi ha baciato. Lottavo, ho fatto a pezzi una stanza di motel, e poi le bottiglie, le pillole, una canzone alla volta. Voglio essere ricordato come un idolo del rock’n’roll, in giacca e cravatta o in blue jeans e camicia stracciata non importa. “It takes their sorrow, and it takes mine” come diceva Hank Williams.Jerry Lee Lewis
Negli ultimi anni ho registrato due album, sono piaciuti ai papaveri della critica e sono entrati nella Top 100. Li ho fatti tra una visita all’ospedale e l’altra: la polmonite virale, una recidiva dell’artrite (nella schiena, nel collo e nelle spalle, mai nelle mani), e le ossa rotte della gamba e dell’anca. Mi hanno lasciato il dolore e l’impossibilità di viaggiare da solo. Nel marzo 2012 mi sono sposato per la settima volta, con Judith Brown, una ex star del basket che era stata, a sua volta, sposata con il fratellino di mia moglie. Non imparerò mai. Cosa ci volete fare, mi piace la famiglia. Era venuta per aiutarmi quando ero malato. Per farla breve, ci siamo messi insieme e siamo andati in luna di miele a Natchez, vicino allo stesso ponte dove da ragazzo camminavo. Alla fine dell’estate del 2013, sono tornato a suonare in Europa, ho comprato una nuova Rolls-Royce e un cheeseburger Sonic (630 cal.) prima di guidare la Buick di Judith a cento miglia all’ora sull’Interstate 55.
Nel buio della mia stanza mi guardo sul grande schermo della televisione, sono in bianco e nero, un cinquantenne che fa quella canzone che ha conquistato il mondo. “Vieni qui, piccola. Sì, ti ho detto di venire, non puoi sbagliarti. Non stiamo facendo niente di male. Scuotiti, baby. Ti ho detto di venire, tesoro, ho preso un toro per le corna.” Mi vedo colpire i tasti, sollevare il pubblico dalle loro sedie per venire a sciamare, attorcigliarsi, saltare sul palco, chiudersi in un cerchio serrato intorno al mio pianoforte, tremanti e ondeggianti come se li avessi attaccati a un bastone o a una corda. Mi vedo volteggiare sulle mie giovani gambe fino a chiudere il coperchio del pianoforte come se qualche forza esterna mi avesse appena gettato lì, mentre gli altri mi afferrano, mi strappano i capelli, gli abiti. Le donne, che si masturbano e singhiozzano, sembrano sul punto di svenire o morire. Mentre guardo, le dita dei miei piedi battono, battono, battono a tempo e suonano nell’aria. Poi, dal buio, a malapena si sente un dolce “Kiss me baby”, senza fiato.
God bless you. Vostro The Killer. Jerry Lee Lewis, last man standing.

Riccardo Magagna

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"