David Bowie, la “Blackstar” e i ricordi ancora vivi.

“Dentro un ring o fuori, non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.”
(Muhammad Ali)

“Non so dove sto andando ma vi prometto che non sarà noioso.”
(David Bowie)

“David Bowie non è morto. Sono solo tornati a riprenderselo.”
(Steve Kitkars)

 

E’ strano come alle volte, nella testa delle persone, fatichino a trovare un posto definito alcuni ricordi ritenuti essenziali dai più. Una data, un nome, un certo avvenimento.
Tutte quelle cose, cioè, che il buon senso comune annovera tra le informazioni basilari, indimenticabili: quelle cose su cui non bisogna proprio sbagliare. Curioso come io spesso, invece, mi dimentichi di date importanti, di nomi, età esatta di persone a me care, e invece non riesca a dimenticare le sensazioni provate in determinate situazioni. Soprattutto se queste sono legate alla musica che adoro.
Ricordo ad esempio benissimo l’attesa per “Blackstar“, album che veniva già definito da coloro i quali avevano avuto la fortuna di ascoltarlo in anteprima “Tremendamente definitivo”, mentre commenti come “capolavoro” o “il migliore del prossimo anno” si sprecavano. In me cresceva l’attesa: il fatto che uscisse ad inizio anno, il giorno del suo compleanno, le voci sulla sua salute… Tutto questo concorse a farmi passare gli ultimi giorni di feste natalizie non vedendo l’ora che arrivasse il giorno 8 Gennaio.
Avevo già prenotato il cd al mio negozio di fiducia, e passai a ritirarlo giusto prima di andare in ufficio. Con premeditazione, mi ero poi organizzato la giornata di lavoro fuori: insomma, era il mio vero “Natale”, e non me lo sarei perso per nulla al mondo.
Dopo un breve saluto alle (si fa per dire) carissime colleghe di allora, mi fiondai fuori dalla porta in giro per le colline della Val Chisone – località assolutamente non ridente del territorio pinerolese – in una giornata piuttosto fredda e nuvolosa. Tra una visita commerciale e l’altra mi ero lasciato appositamente qualche momento di buco, ivi compresa la pausa pranzo: parcheggiai l’auto e infilai il CD nel lettore.
Credo che sia stato il “primo ascolto” più silenzioso e intimista che abbia mai fatto in vita mia. Le canzoni si arrampicavano letteralmente in me una dopo l’altra, salivano sempre più velocemente, tanto quanto si faceva in me strada la consapevolezza che fosse qualcosa di molto più che la solita semplice stupenda stracazzutissima musica di David: diventava sempre più chiara e concreta la certezza di una strana ‘epifania nera’, così come il pensiero di una imminente caduta agli inferi. Riascoltai il disco mentre mi muovevo dal luogo dove mi ero fermato, riascoltai di nuovo e poi ancora il brano iniziale; il titolo era un simbolo, una stella nera a 5 punte: una Blackstar. Provai a riascoltarlo dal mero punto di vista musicale, scorporandolo nota per nota, parola per parola, e tentando di concentrare la mia attenzione sugli arrangiamenti, sugli strumenti, su qualsiasi cosa che non fosse quel presagio che sentivo chiaramente in me.
Ma niente: la voce non si chetava, quel brivido freddo che si inerpicava nelle ossa fino a quasi stritolarmi le viscere rimaneva lì, cupo, quasi fisicamente presente come ad osservarmi. Credo di non aver ascoltato altro per i successivi due giorni. Fino al mattino del terzo giorno, quella dell’11 Gennaio del 2016 in cui – ascoltando distrattamente la radio mentre come sempre mi recavo al lavoro – il cronista diede una notizia a cui non volevo davvero credere.
David Robert Jones, aka David Bowie, era morto. 
Ricordo ancora benissimo che dovetti fermare l’auto: mi mancò un po’ il respiro, sentivo pulsare le tempie e poi piansi sommessamente, proprio come si fa ai funerali. Ricordo anche che mandai e ricevetti alcuni messaggi prima attoniti e increduli, poi sempre meno sconcertati, sempre più arresi.
Poi ad un certo punto capii, e mi colpì un pensiero rapido, luminoso come un lampo: qualcosa di simile a quella folgore arcobaleno che campeggia sul viso di Bowie sulla copertina di “Aladdin Sane”. Mi venne in mente che non poteva essere davvero morto: assolutamente no!
Lui era pur sempre David from the stars.
Lui non era morto: erano solo scesi in terra, e venuti a riprenderselo.

 

“On the day of execution
only women kneel and smile
At the centre of it all, your eyes, your eyes”

 

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".