Best 2019 – La Playlist di Weloveradiorock.com

Cari lettori, questi sono i dischi che i collaboratori di Weloveradiorock.com hanno maggiormente apprezzato nel 2019. È solamente un elenco e non ci sono classifiche perché non è nelle corde nostre stilarne: siamo un gruppo di appassionati e il nostro obiettivo è trasmettere passione e amore per la musica. Naturalmente ognuno di noi segue i propri gusti e le proprie inclinazioni ma quello che ci accomuna è il piacere della scoperta e della condivisione. Il criterio utilizzato è molto semplice: compare ogni album citato almeno una volta da qualcuno di noi. Il massimo della democrazia verrebbe da dire. Le copertine dei dischi sono contenute in odine casuale nelle gallerie; intercalate ad esse troverete le considerazioni di Ettore Craca, Riccardo Magagna e Massimo Perolini. Al fondo c’è l’elenco dei nostri 100 dischi preferiti in ordine alfabetico. Divertitevi e continuate a seguirci, ciao e Buon 2020!          La Redazione di weloveradiorock.com

Ettore Craca
Classificare, catalogare, mettere in fila, ordinare, categorizzare, elencare…musica, letteratura, cinema, serie, graphic novel (fumetti suona demodé) è qualcosa che a nessun teenager o twentysomething verrebbe in mente di fare. Forse anche i trentenni sono esenti da questa patologia che pare colpire solo soggetti (principalmente di sesso maschile) dalla quarantina in su, una patologia che è a guardar bene in realtà una sorta di terapia, un modo per mettere in ordine la nostra realtà personale, un modo per tenerci insieme ancorandoci a qualche “solida” bitta in un mondo artistico e culturale quantitativamente ricco e caotico come non mai.
Un vero paradosso questa ricchezza e caos considerato quanto, a dire il vero, le attività culturali registrino ormai da anni una progressiva riduzione dei proventi e quindi della base economica che normalmente è incentivo primario, anche se fortunatamente non unico, di ogni attività umana. Paradosso che può essere giustificato solo dalla riduzione estrema, tendente ormai in alcuni settori quasi all’azzeramento dei costi di produzione di un disco, di stampa di un libro autoprodotto, persino per quanto poco di produzione di un videoclip se non di un film indipendente.
E così tutti produciamo qualcosa, tutti (io per primo) scriviamo, registriamo, componiamo, riprendiamo, fotografiamo e poi lanciamo nell’iperspazio (Spotify, Youtube, Facebook, blog…) quel che abbiamo messo insieme, e incrociamo le dita che qualcuno, in questo magma ribollente di file immessi quotidianamente nel web, ne venga a contatto e… apprezzi.  Non dico ci paghi per questo che quella è pura utopica follia, ma almeno che ci metta un like o un cuoricino, se poi commentasse sarebbe davvero giorno di festa.Ma in antitesi a quanto produciamo non abbiamo e a volte proprio ci neghiamo il tempo per guardare, per leggere, per ascoltare con dovuta attenzione e cura quello con cui veniamo a contatto in particolare se ignoto, indipendente o come si diceva un tempo: “underground”.
Perché il tempo è poco rispetto alla “vita” che ci gira intorno, e non ci basterebbero dieci occhi, venti orecchie, cinque cervelli per fare il pieno della nostra fame di tutto, del nostro desiderio di accumulare, di non lasciare dietro nulla, ma anche perché spesso siamo più attenti al nostro ombelico, a quello che abbiamo prodotto, che a quanto ci circonda e viene proposto da altri.
E così spesso ci si sente naufragare in questo oceano di byte e la necessità di mettere punti fermi, fissando in elenchi e classifiche determinati periodi temporali, diventa quasi impellente.
Poi andiamo a vedere le nostre liste anni dopo e a volte quasi non ricordiamo nulla di quanto ci avevamo infilato. Testi a memoria? Neanche a parlarne, titoli dei brani? già sarebbe un miracolo, plot dei film o delle serie? Bah…se va bene ci ricordiamo le copertine o le locandine e quando torniamo all’ascolto o alla visione capita spesso di chiedersi il perché di certe scelte.
Probabilmente è anche sano cosi, nessun umano potrebbe mantenere nella scatola cranica tutta questa serie di dati. É purtuttavia vero che, fatte le dovute eccezioni, la nostra memoria di quanto abbiamo amato venti o trent’anni fa è solida come acciaio rispetto alla fragile latta di ciò che si è aggrappato alla nostra testa da dieci anni in qua.
Quanto di questo fenomeno sia oggettivo e legato alla qualità e quanto soggettivo e legato all’età è cosa cui non saprei dare risposta, ognuno dentro di sé ha la propria.
Una sola cosa è certa: se mia figlia tredicenne (ma anche fosse ventitreenne) sapesse che passo una buona fetta del mio tempo a fine anno a stilare playlist del 2019 o dei “migliori del decennio” mi considererebbe a dir poco “strano”, nella peggiore delle ipotesi “folle”.
Ciononostante eccomi qui a perseguire con metodo quella follia che condivido con molti di voi: 100 album per ricordare il 2019.

Riccardo Magagna
Mi chiamo Jaime. La mia casa è nuda, ogni oggetto si è spogliato di sé stesso. Si è fatta semplice e buia anche dove resta ciò che non si vede nel mezzo. Non voglio regali, non per dovere. Solo una ricompensa. Lasciatemi urlare che è una buffonata, che nessuno ci crede eppure tutti si sentono costretti. Fatemi dire dell’ipocrisia dei ricchi e degli occhi bagnati dei poveri, delle tristezze del capitalismo. Voglio chiudermi dentro e non partecipare ancora una volta a questo inferno. Qui, ritrovo la pace, l’umanità, la tranquillità e uno strano odore di gigli di mare. Segnali silenziosi.Sembra impossibile eppure i muri di questa casa sono impregnati di profumo, non sempre lo sento, ma quando arriva l’inverno, l’aroma si fa intenso ed è impossibile non respirare con i polmoni spalancati. Il coraggio.
È successo tre anni fa, ero arrivata da lontano, stremata dalle fatiche del viaggio, sotto una luna tascabile. Entrata in un agenzia immobiliare avevo trovato immediatamente una casa: piccola, luminosa, con un grande giardino e, attraverso il campo, vicinissima alla città. Era quasi Natale e cambiai il senso della mia navigazione. Firmai il contratto senza nemmeno vederla, mi accompagnarono e dopo mezz’ora avevo un tetto sulla testa.
La prima cosa che feci fu aprire tutte le finestre, avevo necessità di neutralizzare l’intimità che pulsava in quelle stanze. Il proprietario aveva lasciato l’arredamento e qualche segno di sé. Era quasi vuota, in verità, eppure mi pareva ci fosse qualcosa che mi togliesse lo spazio. Mi misi a frugare in tutti gli angoli per trovare qualche traccia di vita. Un’eredità! Un’eredità! Un ritmo ossessivo mi spingeva da un cassetto all’altro freneticamente come alla ricerca di un tesoro. Appena mi resi conto della morbosità dei gesti, caddi a terra senza forze, su un morbido tappeto. Mi ero arresa. Ero sola. Finalmente. O forse, ne ero terrorizzata, nel risuonare dei canti di uccelli di un assassino di gioia. Respirai profondamente e fu allora che sentii quel profumo. Sottile e penetrante colpì la mia immaginazione, come in un teatro vivente mi trovai improvvisamente in riva al mare, come un delfino, una sensazione selvaggia e ricca di vita. Come un segugio cercai di inseguire l’odore per comprenderne la provenienza. Intanto dentro di me brandelli d’infanzia si affacciavano alla rinfusa. Ripensai al dolce delta del fiume. Mi trovavo in una dimensione dove il tempo si era dilatato, l’età degli anticorpi, immagini di mio nonno che incartava regali, la sua barba bianca, le corse in riva al mare, le capriole sulla sabbia, la prima volta che vidi la neve, una nave in lontananza. La nascita del Titanic. Il mio inno alla gioia. Rimasi seduta lì davanti, occhi sbarrati e sognanti. Regnava un silenzio morbido, l’aria che entrava dalle finestre mi pungeva la pelle: ero sveglia. Guardai l’orologio come per accertarmi dello scorrere del tempo, erano le 21.30, poche ore e sarebbe stato Natale. Un brivido di gioia e di paura. Sentivo le gocce del mio cervello. Fu così che mi accorsi di un piccolo abete, tra le montagne viola in mezzo alla sala, era addobbato con mandarini giapponesi e minuscole stelline dorate. Sotto, una scatola di cartone bianco con un fiocco argentato, scortata da un pastore con gilet in pelliccia di pecora e da un serpente nero. Mi resi conto dell’odore di gigli di mare che usciva da qualche fessura della scatola.
Rimasi stordita ancora un po’, poi il desiderio di festeggiare. Aprii con due mani una busta di plastica con i resti del viaggio: pane, olive, miele puro. Tutti quanti separati. Ornai il tavolo con una sciarpa di velluto rosso e iniziai a assaporare lentamente ogni alimento. Finalmente avevo una casa, un posto in cui fermarmi. Era successo tutto così in fretta, un’intera vita di ricerca.
Cantai a tutta voce, canzoni di Natale che emergevano da chissà dove, ero contenta di esserci, felice di esistere. Travolta dall’entusiasmo, forse per superare l’imbarazzo causato da quel dono inatteso, mi avventai sulla scatola. Presa tra le mani non aveva peso, provai a scuoterla ma nessun rumore mi diede un’idea di cosa poteva esserci dentro. Con la curiosità di un bambino tolsi il fiocco, un grande sospiro et voilà… l’oracolo! Alzai il coperchio. Per un attimo la delusione. Dentro non c’era nulla, vuoto assoluto! Solo dopo qualche minuto mi resi conto del profumo che si era sprigionato, la stanza era immersa in un alone misterioso e affascinante. Quella notte, sul tappeto, restai in un dormiveglia estatico, la sensazione che la vita mi avesse riaperto le porte, dandomi il benvenuto e urlando “Kiwanuka”. Da allora il Natale è la festa per una rinascita, odio l’ipocrisia e il commercio dei sentimenti, odio i sorrisi falsi. Mi chiudo dentro, tiro fuori la scatola bianca, respiro intensamente l’odore dei gigli di mare e ancora una volta la vita mi accoglie. Sono più felice adesso. Come il fiume ama il mare.

Massimo Perolini
Classifiche?
Dischi dell’anno?
Dischi del decennio?
La frantumazione dei generi, delle scene, dei movimenti culturali rendono ancora possibile stilare una lista riassuntiva basata su criteri critici attendibili? Non ne ho certezza, ma il dubbio mi fornisce un comodo alibi e mi consente di adottare un escamotage per aggirare l’ostacolo.
Il 2019 si è dimostrato un anno fenomenale per la musica e il genere che mi ha dato maggior soddisfazione è stato il soul. Non utilizzo l’espressione “black music” perché almeno due (ma potrebbero essere tre, come si vedrà) dischi ascrivibili al genere sono stati realizzati da artisti bianchi: Alexis Evans con “Come A Long Way” conferma le aspettative suscitate dal precedente “Girl Bait” (2016) pubblicando un album strepitoso, mentre Hannah Williams & The Affirmations sono ormai una realtà consolidata, come dimostra “50 Foot Woman”, disco altrettanto meritevole.
Il terzo album non so se possa essere ritenuto un disco soul, ma ritengo ce ne sia parecchio tra le pieghe di un cantautorato d’impronta country-folk come quello che ritroviamo in “Rides Again” di Shawn Lee (d’altronde, si tratta pur sempre di uno che nel soul ci sguazza da sempre: cfr. Amy Winehouse, per citare una delle tante collaborazioni).
Una caratteristica che accomuna i primi due citati ci porta a “The Gumption” di Tanika Charles, altra uscita targata Record Kicks, ovvero l’etichetta (italiana!) che ci sta regalando buona parte del soul più eccitante in circolazione.
Anche Michael Kiwanuka si è riproposto con un album straordinario intitolato semplicemente “Kiwanuka”, equilibrato tra ispirazione, scrittura, arrangiamento e produzione: classe, insomma. Probabilmente il migliore dell’anno. Anche Anderson .Paak è tornato a fare grande musica: “Ventura” torna ai livelli di “Malibu” (2016) e forse li supera, dopo le incertezze manifestate in “Oxnard” (2018).
Eccellente la novità targata Black Pumas, il loro omonimo esordio è stata una delle sorprese dell’anno, mentre Durand Jones & The Indications con “American Love Call” danno finalmente un seguito all’omonimo esordio (di tre anni precedente, ma nel 2018 era anche uscito un live).
Ai precedenti vanno ancora aggiunti “It Rains Love” di Lee Fields & The Expressions e Solange, il cui “When I Get Home” consolida il giudizio critico che unanimemente l’aveva celebrata in occasione del precedente lavoro. Altra conferma d’alto livello (ma non è una sorpresa) è “It Rains Love” di Lee Fields & The Expressions,
Passando ad altri generi, non possiamo ignorare come alcune delle uscite più convincenti degli ultimi anni arrivino spesso da arzilli ultrasessantenni che sfidano l’anagrafe. Quest’anno i casi più clamorosi riguardano Bruce Springsteen, e Van Morrison: tanto “Western Stars” quanto “Three Chords & The Truth” riportano i rispettivi autori ai livelli di competenza. E se l’inversione di tendenza rispetto a lunghi periodi di appannamento era già evidente da qualche tempo nelle ultime prove dell’irlandese, il ritorno del Boss all’eccellenza è fonte di speranza per le prossime sue produzioni, visto che è annunciato un nuovo disco con la E Street Band (ma avremmo preferito fare a meno della parentesi autocelebrativa con film, ancorché molto bello, e album dal vivo incentrati su una pubblicazione antecedente di pochissimi mesi).
Ma nel novero ci stanno ancora un paio di personaggi.
Il primo è Iggy Pop, che col suo sorprendente “Free” ha impresso un ulteriore sigillo fondamentale in una carriera che non ha bisogno di menzioni.
Il secondo è Peter Perrett: l’ottimo “Humanworld” tranquillizza quanti temevano che il precedente “How The West Was Won” fosse solo una luminosa fiammata che si sarebbe esaurita
Anche il giovane Steve Gunn ha dato il suo contributo nel rendere il 2019 un anno memorabile: se il suo “The Unseen In Between” è un gioiello di equilibri tra generi arcaici che confluiscono in un genere moderno e fruibile, la produzione di “True North” dell’altro “grande vecchio” Michael Chapman (personaggio enorme che prima o poi racconteremo a dovere) lo certifica tra i personaggi centrali e fondamentali di un certo modo di interpretare la musica.
Seppur più giovani rispetto ai precedentemente citati, Bob Mould (“Sunshine Rock” il titolo del suo disco), i Long Ryders (“Psychedelic Country Soul”) e, soprattutto, i Dream Syndicate hanno dimostrato di avere ancora molto da dire, questi ultimi riportando in auge lo spirito del Paisley Underground (più che un genere, una comunità di musicisti che nei primi anni 80 collaboravano non solo musicalmente, ma anche a livello organizzativo) assieme alle splendide Bangles, ai Three O’Clock e ai Rain Parade, tutti coinvolti nel progetto “3×4”, album piacevolissimo che ha provocato commozione in noi reduci dell’epoca.
Di seguito troviamo “Inferno”, splendido ritorno del sempre elegante Robert Forster, il magnifico “Fool” del ritrovato Joe Jackson (così in forma non lo vedevamo da tempo).
Qualcuno si ricorda ancora di due gloriose sigle quali Meat Puppets e Flesh Eaters? Se i primi erano assenti dalle scene da 6 anni, i “carnivori” latitavano da ben tre lustri: entrambi hanno regalato ai loro fan delle opere di rilievo, attualissime e estremamente godibili.
Il disco più discusso? Sicuramente “Ghosteen”, il monolite che i Bad Seeds hanno saputo confezionare attorno alle canzoni dall’elaborazione del dolore per la perdita del figlio di un grandissimo Nick Cave: un’estremizzazione del già funereo (ma, benché uscito dopo la tragedia, concepito e realizzato prima del succedersi degli eventi) “Skeleton Tree”. Un disco che richiede attenzione, che impone di essere ascoltato interamente come un unico flusso: per chi ha pazienza.
Nella via di mezzo che porta ad artisti più “giovani” incrociamo i Wilco. Sebbene ancora distanti dalle vette raggiunte nel “periodo bianco”, questo “Ode To Joy” ci restituisce un gruppo che ha ricominciato a macinare ore di studio in maniera più convinta, forte di un songwriting che torna a guardare a una dimensione collettiva, a un lavoro “di gruppo”, appunto: canzoni non immediatamente apprezzabili, ma che crescono col tempo.
Sul fronte femminile sono rimasto davvero impressionato da Bedouine (“Bird Songs Of A Killjoy” è uno splendido affresco atemporale) e dal gioiello “Titanic Rising” della bravissima Weyes Blood, un album che sublima il concetto di cantautorato pop. E, già che ci siamo, aggiungiamo anche l’ultima pregevole prova di Drugdealer, “Raw Honey”, nel quale la stessa Weyes nobilita una canzone già perfetta di suo, prestando la voce a Honey (sicuramente nella top ten delle canzoni dell’anno).
Altro miracolo sonoro, a mio parere, è “The Imperial”: The Delines sono il gruppo creato da Willy Vlautin (artista poliedrico, essendo anche scrittore affermato, attore e dilettandosi nelle arti figurative) una volta chiusa l’esperienza Richmond Fontaine, possono contare su una voce femminile caratteristica come quella di Amy Boone e le tastiere di Jenny Conlee (The Decemberists) e confermano quanto di buono espresso nel già bellissimo “Colfax” (2014) .
Anche i prolifici Allah-Las hanno licenziato un disco stupendo, psichedelico quanto basta, coinvolgente e luminoso: “LAHS”.
Meno piacevoli sono i contorni che avvolgono altre due pubblicazioni: i GospelbeacH, nati da una costola dei Beachwood Sparks e al solito alle prese con un genere che mescola il sound californiano à la Jackson Browne col power pop, si sono trovati con “Let It Burn” a dover affrontare la volontaria dipartita di Neal Casal, loro chitarrista, a poca distanza dall’uscita del disco. Analogia impressionante coi Purple Mountains, il cui omonimo esordio, meraviglioso, ha visto il riproporsi di una scelta così estrema da parte dell’unico intestatario del progetto, David Berman, già mente dei grandi (e misconosciuti) Silver Jews.
Un altro progetto ad assetto variabile con un unico membro fisso è Lambchop: “This (Is What I Wanted To Tell You)” vede Kurt Wagner far confluire le diverse anime che hanno contraddistinto il suo percorso musicale in una sintesi che rende l’elettronica uno strumento “umano” al servizio di ballate splendide.
Suppongo ricordiate tutti i Midlake, giusto? Eric Pulido è il loro vocalist, chitarrista, tastierista: “To Each His Own”, uscito sotto lo pseudonimo E.B. The Younger, è un grazioso dischetto che ha la leggerezza che da qualche tempo latita nelle opere della casa madre.
Altro artista che ci sta abituando a prove di sostanza è Steve Mason: “About The Light”, quarto episodio della discografia a suo nome, è nuovamente un capitolo importante che certifica come l’ex leader della Beta Band si trovi attualmente più a suo agio nelle vesti di solista, stavolta strizzando l’occhio all’american rock.
Ancora il tempo di citare Kevin Morby (“Oh My God” lo conferma autore talentuoso), Andrew Bird (“My Finest Work Yet” ottiene un piazzamento sul podio nella sua discografia) e i Night Beats, che bissano con “Myth Of A Man” il lavoro d’esordio che nel 2016 aveva già stupito. Ma possiamo dimenticare la seconda prova dei divertenti Man & The Echo? “Men Of The Moment” prosegue a propinarci un pop intelligente, stavolta Byrne-flavored.
Chiudiamo la lunga analisi sulla musica internazionale con Rustin Man (“Drift Code” è una nuova, ottima prova dell’ex Talk Talk) e con un disco natalizio (ma, ne siamo sicuri, l’ascolteremo volentieri anche in estate) che sorprende per la sua freschezza: “The Holiday Sounds Of Josh Rouse” ha tutti gli ingredienti tipici di Rouse, aggiungendo una dose di Paul Simon più accentuata che in passato.
Ma in Italia cosa abbiamo apprezzato?
Massimo Volume, con “Il Nuotatore”, hanno dimostrato che Clementi & co. sono ancora quegli straordinari musicisti che avevamo imparato a conoscere nel lungo periodo intercorso dagli esordi.
I pesaresi Cheap Wine hanno aggiornato il loro sound senza snaturarlo, anzi arricchendolo, e “Faces” lascia ancora una volta attoniti a chiedersi perché siano così poco conosciuti, viste le enormi potenzialità che avrebbero i loro dischi.
Enomisossab + Fabrizio Naniz Barale propongono in “O’er The Land Of The Freaks” qualcosa di decisamente fuori dagli schemi: un album affascinante per “pulire” le orecchie dalle overdose di rock cui le sottoponiamo.
“La Pace Elettrica” di Marco Sanchioni mi ha coinvolto e convinto (ne parlerò a breve su weloveradiorock.com), mentre Daniele Silvestri e il suo “La Terra Sotto I Piedi” si sono guadagnati vari ascolti.
Di Dario Lombardo & The Blues Gang, “War Devil’s Blues” il titolo, vi ho già descritto la bontà, quindi aggiungo solo che a distanza di tempo viaggia che è un piacere.
Avercene, di annate così. Buon 2020 a tutta musica!

I 100 album del 2019 da ricordare  per Weloveradiorock.com
Aldous Harding – Designer
Alexis Evans – I’ve Come A Long Way”
Allah-Las – LAHS
Anderson .Paak – Ventura
Andrea Laszlo De Simone – Immensità
Andrew Bird – My Finest Work Yet
Angel Bat Dawid – The Oracle
Bedouine – Bird Songs Of A Killjoy
Big Thief – Two Hands
Big Thief – U.F.O.F.
Bill Callahan – Shepherd In A Sheepskin Vest
Black Pumas – Black Pumas
Bob Mould – Sunshine Rock
Bon Iver – I,I
Brittany Howard – Jaime
Bruce Springsteen – Western Stars
Cate Le Bon – Reward
Caterina Barbieri – Ecstatic Computation
Cheap Wine – Faces
Coma Cose – Hype Aura
Daniele Silvestri – La Terra Sotto i Piedi
Deerhunter – Why hasn’t everything already disappeared?
Drugdealer – Raw Honey
Durand Jones & The Indications – American Love Call
E.B. The Younger – To Each His Own
Flying Lotus – Flamagra
Giorgio Poi – Smog (tutto fumo e anche arrosto)
GospelbeacH – Let It Burn
Hanna Williams & The Affirmations – 50 Feet Woman
House And Land – Across The Field
I Hate My Village – I Hate My Village
Iggy Pop – Free
Jamila Woods – Legacy! Legacy!
Jennifer Gentle – Jennifer Gentle
Jessica Pratt – Quiet Signs
Joan Shelley – Like The River Loves The Sea
Joe Jackson – Fool
Josh Rouse – The Holiday Sound of JR
Josh Rouse – The Holiday Sounds Of Josh Rouse
Julia Jacklin – Crushing
Kate Tempest – The Book of Traps
Kevin Morby – Oh My God
La Batteria – II
Lambchop – This (Is What I Wanted To Tell You)
Lana Del Rey – Norman Fucking Rockwell!
Lee Fields & The Expressions – It Rains Love
Leonard Cohen – Thanks For the Dance
Leyla Mccalla – Capitalist Blues
Long Ryders – Psychedelic Country Soul
Man & The Echo – Men Of The Moment
Massimo Volume – Il Nuotatore
Mavis Staples – We Get By
Meat Puppets – Dusty Notes
Mega Bog – Dolphine
Mercury Rev – Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited
Michael Chapman – True North
Michael Kiwanuka – Kiwanuka
Mina – Fossati – MF
Modern Nature – How To Live
Native Harrow – Happier Now
Neil Young – Colorado
Niccolò Fabi – Tradizione e Tradimento
Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen
Night Beats – Mith Of A Man
Olden Yolk – Living Theatre
Panda Bear – Buoys
Paolo Spaccamonti – Vol. 4
Peter Perrett – Humanworld
Possible Humans – Everybody Split
Purple Mountains – Purple Mountains
Robert Ellis – Robert Ellis is The Texas Piano Man
Robert Forster – Inferno
Rustin Man – Drift Code
Sandro Perri – Soft landing
Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow
Shawn Lee – Rides Again
Simon Joyner – Pocket Moon
Simphony of Sorrowful Songs – Beth Gibbons Krzystof Penderecki
Sleaford Mods – Eton Alive
Solange – When I Get Home
Steve Gunn – The Unseen In Between
Steve Mason – About The Light
Stone Jack Jones – Black Snake
Tanika Charles – The Gumption
The Cinematic Orchestra – To Believe
The Comet is Coming – Trust in the lifeforce of the Deep Mistery
The Delines – The Imperial
The Dream Sybdicate – These Times
The Flesh Eaters – I Used To Be Pretty
The Ranconteurs – Help Us Stranger
The Winstons – Smith
Tom Yorke – Anima
Tool Fear – Inoculum
Tropical Fuck Storm – Braindrops
Vampire Weekend – Father of the Bride
Van Morrison – Three Chords And The Thruth
Vanishing Twin – The Age Of Immunology
Weyes Blood – Titanic Rising
Wilco – Ode To Joy
Yola – Walk Through Fire

 

Roberto Remondino

Roberto Remondino

"Wishin' and hopin' and thinkin' and prayin' Plannin' and dreamin' each night of her charms That won't get you into her arms So if you're lookin' to find love you can share All you gotta do is hold her and kiss her and love her And show her that you care".