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I 40 anni di “London Calling”: quando fu guerra sul Tamigi.

 

Quarant’anni.
Paiono contemporaneamente un secolo e un attimo. Ma, in effetti, del secolo scorso si trattava: quello chiamato “Secolo Breve”, non a caso.
Anni che contemporaneamente (ancora) parevano luminosi, d’una luce abbagliante che rendeva il futuro promettente ma incerto, e bui, come la notte che si sarebbe protratta nel trentennio successivo e per ovviare alla quale non abbiamo ancora trovato un interruttore che cerchiamo a tentoni.
Da poco tempo mi ritrovavo con la porta del palazzo, e la breve via sulla quale tuttora si affaccia, sottoposti a presidio h24 da parte dei Carabinieri: all’ultimo piano abitava un giudice che faceva parte del pool di Giancarlo Caselli e si occupava di un filone delle inchieste sul terrorismo, precisamente quelle riguardanti le Brigate Rosse e Prima Linea. Comico, a pensarci, che il vero salto di qualità delle prime fosse stato il rapimento, un lustro prima, del giudice genovese Mario Sossi, che era stato tenuto segregato in un garage distante da casa nostra circa 200 metri. Altrettanto comico che proprio quel giudice, pochi mesi dopo quel dicembre 1979, si ritrovasse ad interrogare e far condannare Roberto Sandalo, terrorista omonimo di un mio compagno di scuola col quale smisi di passare serate e domeniche, onde evitare di ritrovarmi sempre in Questura ad ogni fermo stradale per accertamenti (all’epoca capitava, il terrorismo incuteva paura e i posti di blocco erano all’ordine del giorno: avevi voglia a spiegare a quei giovani nervosi che se QUEL Sandalo fosse evaso, difficilmente avrebbe consegnato i suoi veri documenti. Intanto ci fermavano e ci portavano in caserma, dato che risultava ancora più sospetto il fatto che l’indirizzo sulla mia carta d’identità fosse “sensibile”, essendo il medesimo del P.M. che indagava).
Nell’arco dei due anni precedenti mi ero innamorato della Musica, le ragazze erano ancora strani soggetti che mi incutevano un timore reverenziale. Il 1977 aveva portato “Rumours” dei Fleetwood Mac, “Trans Europe Express” dei Kraftwerk e ben due album epocali di David Bowie. Ma anche, e soprattutto, il punk: Sex Pistols, The Jam, Television, The Stranglers, Damned, Buzzcocks. E The Clash, ovvero l’album che toccò a me comprare durante una delle solite escursioni al più vicino negozio di dischi con gli altri tre “malati” coi quali condividevo gli acquisti: ne sceglievamo 4, uno per ciascuno, ai quali aggiungevamo le cassette sulle quali registravamo gli altri 3.
Giunto a casa, l’avevo messo febbrilmente sul piatto, benché non ne sapessi assolutamente nulla: ma all’epoca erano quasi sempre eccitanti quelle scoperte, era difficile beccarsi una fregatura se ti tenevi lontano dagli scaffali pieni di disco music o dai quali occhieggiavano Stephen Schlacks e Richard Clayderman, e quei tre in copertina avevano l’aria di voler dare battaglia.
Il caso fu dalla mia parte: non ricordo cosa fosse capitato in sorte agli altri, ma “The Clash” risultò perfetto per me, mentre a loro non diceva granché.
Avanzamento veloce, lasciando per prossime puntate pietre miliari quali “Some Girls” dei sempiterni Stones, la scoperta di un tizio del New Jersey e il suo “Darkness On The Edge Of Town”, “The Only Ones”, quel ragazzaccio nervoso di Warren Zevon e l’esordio zeppeliniano dei Van Halen, tutta roba di un 1978 che fino a quel momento mi era parso “il miglior anno musicale di sempre”.
Il 1979 si era aperto nel migliore dei modi: le favolose conferme dei Police di “Reggatta De Blanc” e dell’Elvis Costello di “Armed Forces”, l’incredibile primo album di Joe Jackson (che avrebbe replicato a distanza di pochi mesi), l’affermazione del verbo ska di Specials e Madness che nello stesso giorno pubblicavano entrambi il proprio esordio, oltretutto assieme a “Damn The Torpedoes” di Tom Petty & The Heartbreakers, scoperto quell’anno come il Van Morrison di “Into The Music”, il completamento della trilogia berlinese di David Bowie (“Lodger”, il mio preferito dei tre “figli” del soggiorno tedesco), la definitiva capitolazione nei confronti di Bob Marley (“Survival” rimarrà il suo disco che amo maggiormente) e la sconcertante (per un rocker) ammissione che Don’t Stop ‘Til You Get Enough mi faceva dimenare almeno quanto Sex Machine e Long Train Running, quindi quel Michael Jackson doveva essere piuttosto in gamba (e forse potevo ammettere che “Saturday Night Fever” mi aveva segnato più di quanto pensassi).
Questo per dire che non difettavo in curiosità e varietà di gusto e che l’anno che si stava chiudendo era “il più eccezionale di sempre”.
Figuratevi, quindi, se non mi sentissi preparato ad un nuovo album dei Clash, che capitava giusto sotto Natale e appariva perfetto da chiedere in regalo.
I miei genitori non hanno mai avuto dimestichezza con l’inglese, avendo appreso scolasticamente solo il francese, e quindi chiesero a mia sorella di ricopiare da una delle mie “never ending list” sui dischi che avrei dovuto acquistare in futuro (e che da allora avrei sempre lasciato strategicamente in giro per casa sotto le feste…) nome e titolo dell’oggetto dei miei desideri.
Lei, immaginando opportuno dare un’alternativa, ne copiò alcuni: fu così che mi giunsero ben due album (anzi, tre, a ben vedere).
Quando aprii il pacco, il primo a venir fuori fu “Rust Never Sleeps” di Neil Young & Crazy Horse e fui contento, ma quando scorsi quella copertina che da giorni ammiravo nelle vetrine dei negozi di dischi percepii la solennità del momento: non avevo mai visto, o almeno non consapevolmente, quella del primo disco di Elvis (morto un anno e mezzo prima e del quale possedevo solo le “Sun Sessions” nell’edizione della gloriosa LineaTre della Rca), ma percepivo un rimando anacronistico, ma che non faceva a pugni, concettualmente, con l’immagine ritraente il gesto ribelle di Simonon che fracassava il basso, probabilmente in preda alla collera conseguente a una esasperante frustrazione (ne ignoravo la storia, all’epoca, quindi non sapevo quanto l’immagine rievocasse precisamente la realtà).
Ora, immaginatevi un sedicenne del 1979: no internet, no smartphone, no tablet, televisione che da poco più di un paio d’anni trasmetteva a colori, ma ignorava quasi del tutto la musica. L’unica fonte erano le riviste specializzate: a Ciao 2001 si erano aggiunte da poco Rockerilla e Il Mucchio Selvaggio (con il carico d’ansia dato dall’equivoco, che faceva sempre guardare l’edicolante verso la parete seminascosta che ospitava Le Ore et similia). Il più delle volte le recensioni le leggevi dopo aver comprato il disco che ne era oggetto, quindi spesso ti predisponevi all’ascolto scevro da pareri critici (il che non era un male, forse).
L’attacco della title track mi fece sobbalzare: altro che preparato! Se la rullata iniziale di Badlands, il brano che apriva “Darkness…” di Springsteen, mi fece istantaneamente innamorare del Boss e di quell’immaginario americano da periferia urbana, la batteria che apriva album e canzone del doppio di Strummer & Co. era assolutamente autorevole, non potevi non esserne immediatamente rapito, e quella chitarra così “ritmica”, marziale, fino alla rullata, anch’essa da tamburino militare, e il grido di invocazione: lotta, rivoluzione, guerra!
Guerra all’insorgente capitalismo thatcheriano, lotta di classe (cantata da uno che da altra classe proveniva, ma che stava dalla parte del proletariato, avvertendone l’imminente cancellazione delle conquiste precedenti, in favore della miserevole precarietà), lotta per i diritti civili, rifiuto per gli atteggiamenti borghesi, rifiuto per le pose (“quella patetica, fasulla beatlemania”).
Londra chiama, rispondete voi che vi sentite dalla parte giusta, voi che sposate le cause giuste (ma loro ne sposavano anche di sbagliate, ingenuamente, benché quello sulle “brigade rosse” fosse stato uno scivolone amplificato da una improvvida dichiarazione), l’era nucleare è arrivata, Londra sta affogando ma io non ho paura, “I live by the river!”
Una canzone di quelle che avrebbero schiacciato l’intero album, come era successo pochi mesi prima a My Sharona degli Knack? Giammai.
Il senso di un disco, per di più doppio, che dopo un simile “opening statement” prosegue il discorso toccando quasi tutti i generi (diciamo che non calcolarono il country, nonostante l’incedere western di Hateful, forse perché troppo connotato agli ambienti reazionari a stelle & strisce, ma Strummer recupererà in extremis con Johnny Cash, l’unico davvero degno, né il folk, materia troppo distante dal clima urbano londinese), dal soul (Train In Vain, ma tra questi solchi ce n’è a iosa) al retro swing (Jimmy Jazz), dal reggae allo ska, da un principio di etno/world music (Rudie Can’t Fail, ma ritorneranno più convintamente sul discorso nelle sei facciate del successivo “Sandinista!”) al punk primigenio, passando per l’anticipo di rockabilly revival (la cover di Brand New Cadillac, che preconizza l’avvento degli Stray Cats e si affianca a Robert Gordon) e quello del britannico rock del decennio immediatamente successivo (Spanish Bombs)…
Se “London Calling” non vi ha cambiato la vita, allora i casi sono due: eravate già troppo vecchi, oppure siete oggi troppo giovani.
Non c’è altro da aggiungere su questo album: non importa che avvenga su vinile o cd, in streaming o file digitale, l’importante è che tutti, ma proprio tutti, oggi, a quarant’anni esatti dall’uscita, lo ascoltino e ne comprendano il senso. Perché tutto è ancora attuale, in queste quattro facciate: i testi, la musica, la confezione. Persino mia mamma, ieri, mentre l’accompagnavo a fare la spesa e in macchina girava il CD, a seguito del mio commento, più per me che per lei, circa l’attualità di un’incisione di quattro decenni fa, mi ha sorpreso con un: “davvero, sembra un disco di oggi: è anche bello”.
Quarant’anni fa mi avrebbe chiesto di spegnere, credo.

Massimo Perolini

Appassionato di musica, libri, cinema e Toro. Ex conduttore radiofonico per varie emittenti torinesi e manager di alcune band locali. Il suo motto l'ha preso da David Bowie: "I am the dj, I am what I play".