Nella “Ghost town” dei The Winstons, insieme a Lino Gitto

Nel corso del tempo ho imparato che, quando prendi accordi per un’intervista telefonica, non sempre le cose vanno come avevi programmato che sarebbero andate. Ma ho anche imparato che alla fine, nonostante contrattempi e a discapito di piccoli fraintendimenti e improvvisi e inaspettati imprevisti magari di natura elettronica (tipo l’improvvisa rottura del cellulare dell’intervistato), le cose vanno comunque come dovevano andare, sempre.
Anzi, alle volte pure meglio.
Che è più o meno lo specchio di com’è andata – e come sta tuttora andando – l’avventura dello psichedelico trio dei The Winstons, “fratelli” alla stessa maniera dei Ramones (sebbene loro, di punk, abbiano molto più lo spirito che non le tendenze musicali): partiti quasi per scherzo nel loro progetto di scrivere e suonare un album insieme e finiti – seriamente intenzionati a fare ottima musica – a proseguire una carriera musicale da vera ed effettiva band alt-rock, essendo ormai giunti al secondo album musicale, più un singolo di ottima fattura ed effetto.
Ed è così, con queste premesse, che incontro Lino “Linnon Winston” Gitto, batterista e cantante che – insieme a Roberto “Rob Winston” Dell’Era degli Afterhours ed Enrico “Enro Winston” Gabrielli dei Calibro 35 – è l’elemento che amalgama il gruppo, sopra e fuori dal palco; in quasi perfetto equilibrio tra la presentazione alla stampa del cortometraggio musicale tratto dal loro ultimo album “Smith” (uscito a metà del 2019), le sue varie collaborazioni, e lo svolgimento della loro turnè itinerante e un po’ estemporanea, trova anche il tempo di rispondere alle domande e alle mie curiosità su quell’album che vanta ospiti di vera eccezione, tra cui i grandi amici Nic Cester dei Jet e Mick Harvey dei Bad Seeds, Richard Sinclair dei Caravan, nonchè Rodrigo D’Erasmo e Federico Pierantoni.
La nostra storia è abbastanza nota” risponde cordialmente alla prima domanda di rito, fatta per rompere il ghiaccio, mentre respira la fresca aria all’esterno della sala cinematografica adibita a punto espositivo del Milano Film Festival “Io, Enrico e Robby siamo come amici fraterni e un giorno del non troppo lontano 2015 abbiamo pensato di fare una band insieme. Un trio rock prog-psichedelico, visto che le nostre influenze musicali sono sempre andate su quel genere, spaziando dagli Emerson Lake and Palmer ai Soft Machine e agli immancabili King Crimson. Tutti fumatori e tutt’e tre fumavamo le Winston’s. Sicchè quando Enrico chiese come pensavamo di chiamarci, la risposta venne fuori spontanea: The Winstons!.

Nonostante però le vostre tendenze siano sempre spaziate nella psichedelia e nella musica prog, con quel tanto di “speziato” Jazz assolutamente inconfondibile, in Smith si nota comunque il tentativo di traslare quelle vostre referenze in un contesto di alt-rock meno nicchia e più corposo rispetto al primo vostro lavoro, l’omonimo “The Winstons”.
Si, in effetti è ciò che abbiamo provato a fare. Pur portando avanti una sperimentazione, non un vero e proprio ‘Prog’, che nel nostro caso non si può più usare. Una sperimentazione però spontanea, non programmata a tavolino: si va in studio, ognuno porta dei brani, degli accordi, delle melodie, imbracciamo gli strumenti e iniziamo a suonare. E automaticamente esce fuori la nostra musica. La nostra musica nasce così, dai nostri incontri dal vivo durante l’anno, in mezzo a tutti i casini e gli impegni e gli altri lavori che abbiamo.

Come si diceva, avete iniziato quasi per scherzo, come una cosa tra amici, ma ormai sono quasi 5 anni che suonate insieme in un progetto effettivo e serio…
Davvero. Da quella ispirazione di Enrico, e dalla scintilla di un’amicizia venne fuori un album che ci piacque davvero tanto. Pensammo subito “che figata!”, e ci divertimmo davvero molto a portarlo in tour e, soprattutto, a suonarlo dal vivo. Che poi è la vera forza del gruppo. Da quel momento ad oggi, per l’appunto, abbiamo messo alle nostre spalle circa centocinquanta date, uno dopo l’altra.
Non è più uno scherzo, dunque…
Diciamo di no, assolutamente.

Dopo due dischi per la AMS Records, il nuovo album è uscito per la Sony. Non che prima non lo fosse, ma la sensazione è che la faccenda si stia facendo davvero seria…
In realtà la Sony si è occupata solamente della distribuzione, cioè quella parte che ha fatto sì che il nostro disco arrivasse in tutti i negozi, e che il nostro vinile si affiancasse – nelle classifiche di vendita – a gruppi quali i Pink Floyd, tanto per citarne uno. Davvero non male per dei veri amatori del prog e del psychedelic rock come siamo noi tre. L’etichetta invece l’abbiamo fondata noi, dal momento che quella che doveva stampare il disco inizialmente è stata poi ceduta poco prima di iniziare. Allora abbiamo pensato di aprirne una nostra, con l’intento poi di produrre anche amici sperimentali e non. Vediamo come va.

Di batteristi-cantanti non se ne contano molti nella storia del rock; tra i più conosciuti ci sono ovviamente Phil Collins e Robert Wyatt. Nei pezzi dove sei anche protagonista alla voce è in effetti facile scambiarti con l’autore di Shipbuilding: è un tuo modello di riferimento anche come batterista?
(ride un po’ divertito, ma anche in assenso all’accostamento, ndr) Bè, diciamo che i miei riferimenti sono più o meno quelli classici di chi, nel nostro ambito, si cimenta con questi generi musicali: Mason, Bonham, Collins e per l’appunto Wyatt, a cui in effetti – per il suo stile e per il modo di cantare – mi sono ispirato nel mio approccio alla musica dei Winstons. Canto un po’ a quella maniera, anche un po’ per tributo, se vogliamo. Però è anche vero che mi ispiro anche a tante altre cose.
Ad esempio quali?
Bè, ultimamente sono ben preso con Mitch Mitchell, e con Jimi Hendrix in generale. Mi sono fatto Spotify premium apposta, solo per beccare i dischi di Hendrix (ridiamo insieme, condividendo la medesima idea di utilizzo del mezzo, ndr) visto che si trovano praticamente soltanto lì. Certo, non un riferimento da batterista, ma un musicista che prendeva la musica rock partendo comunque da un substrato jazz.

Nel nuovo album “Smith” si nota una maggiore apertura verso il formato canzone a discapito dei brani più dilatati e ricchi di parti strumentali che popolavano il primo capitolo della vostra discografia. Ritieni che sia una naturale evoluzione del vostro stile o è una dimensione che stavate inseguendo?
In realtà anche questa propensione ci è venuta fuori in maniera naturale, un po’ così, anche a seguito di un periodo particolare per tutti noi, mentre cercavamo di mettere insieme i brani dell’album. E’ venuta fuori la voglia di mettere un po’ di cori, di far scorrere un po’ di più la musica, lasciarla andare. Infatti è pieno zeppo di cori, e proprio per il mood in cui ci trovavamo mentre l’abbiamo prodotto si percepisce a mio parere un maggiore struggimento dei vocalizzi.

Bè, è tipico degli artisti mettere nella propria arte anche buona parte del vissuto. In questo ad esempio, eccellono musicisti del calibro di Nick Cave. Sei un suo fan? Hai avuto modo di ascoltare Ghosteen ad esempio?
Si si, e devo dire anche quello mi ha impressionato. Enormemente più sentito e struggente di Skeleton Key, che avevo avuto modo di ascoltare suonato dal vivo in quel di Milano durante il suo ultimo tour.
Eri uno di quelli sulle cui teste ha deciso di camminare?
No, non ho avuto modo (ride, ndr) anche perché mi sono mosso molto durante il concerto, da dentro a fuori la platea. Mi piace ascoltare i concerti da varie angolazioni per godermeli di più, e meglio.
Ovviamente non è un ascolto facile…
…no, in assoluto. E va ascoltato secondo me avendo i testi davanti agli occhi.

D’accordissimo con te.
Io recentemente ho avuto modo di incrociare Cristiano Godano, insieme ai suoi Marlene. Rispondendo ad un suo fan, Cristiano ha recentemente detto che lui, ben prima e oltre che essere un musicista e un autore, è stato ed è tuttora un appassionato e un fan anche lui, sottolineando una cosa che è anche un po’ ovvia per chi fa e produce musica. Tra i gruppi e artisti della scena contemporanea, italiana e non, quali sono quelli che attualmente ti capita di ascoltare più con l’orecchio e il piglio del fan, più che con quello dell’addetto ai lavori?
Della scena italiana, mi piacciono davvero molto i “La Rappresentante di Lista”, un progetto particolare e non proprio in linea con la musica che faccio. Dal vivo soprattutto sono bravissimi, e poi li conosco anche personalmente. Hanno parti strumentali davvero interessanti e ben studiate, con inserimento di sax e strumenti doppiati; e poi lei, Veronica, ha una voce pazzesca, davvero particolare. Un incrocio tra Peter Gabriel e Mia Martini.
Insomma, uno di quei gruppi che, emozionandoti, ti hanno fatto diventare un fan.
Ebbene sì, davvero.

E si arriva alla coda dell’intervista, prima dei saluti e poco prima che Lino rientri nella sala a ricevere i complimenti per il cortometraggio prodotto dal regista Roberto Delvoi, con la domanda finale di rito:
“Lino Gitto…cos’è che ami tu della musica?”
Bè, che è la mia vita, ed è ciò che la fa essere quello che ho sempre sognato e vissuto fin da piccolo. E poi, vabbè…è pure un po’ quella piccola cosa che sono stati John Lennon e i Beatles!

Si finisce così, ridendo, l’intervista. Che alla fine – come la loro musica – ha finito per essere una conversazione  alternativa, mimetica almeno quanto lo è l’approccio di Lino e dei suoi fratelli acquisiti Winstons alla musica e alla vita in generale. Musica che vale la pena ascoltare e vivere, live, nella coda di un tour che metterà la parola fine intorno a gennaio del 2020.
Certo, almeno fino al prossimo album: che questa volta, davvero, non sarà affatto più un progetto nato quasi per scherzo.

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".