L’eroe tragico con la chitarra – Micah P. Hinson, Live @Hiroshima Mon Amour

Andy Kaufman – il celebre artista dello stand-up, che noi non suoi contemporanei abbiamo potuto conoscere solo perché riproposto sul grande schermo da quell’altro grande artista che è Jim Carrey – era sicuramente un precursore, uno che non saliva sul palco tanto per starci sopra, con l’intenzione – pressoché studiata tal quale a tavolino – di stupire, solo perché sapeva che quella massa multiforme e variegata, che si sarebbe trovato di fronte, lo voleva così. Lui era davvero lo stupore, il controsenso, lo sberleffo: lo schiaffo che ti arriva quando non te l’aspetti, menefreghistamente consapevole – lui – che il pericolo del vederselo restituito è quasi certezza matematica. Andy era per l’intrattenimento puro, quello che “non è una donna egoista che canta canzoni noiose sul palco per due ore con la gente in smoking che applaude se gli piace o no”, ma piuttosto “artisti reali che sulle strade possono attirare e mantenere l’attenzione della gente impedendo loro di allontanarsi.”
micah p hinson
Artisti veri che non rappresentano la messinscena di un personaggio, ma che quel personaggio lì lo vivono, lo vestono, lo respirano: giorno dopo giorno.
Ci ho messo un po’ a capire il perché – mentre ondeggiava sul palco ligneo dell’Hiroshima Mon Amour vagando nelle sue nuvole di fumo – osservare il melanconico Micah Paul Hinson e la sua chitarra, mi riportasse confusamente alla mente alcune sbiadite immagini che mi era capitato di vedere parecchio tempo fa, di quell’artista che poco (artisticamente parlando) c’entra con questo cantautore, malinconico e fumoso, originario della città di Memphis.
Di quella patria musicale del rock da cui lui proviene, ma nella quale risiede quasi musicalmente ad anni luce dal suo lontanissimo progenitore ancheggiante, Micah porta certamente quella impostazione romantica da “one man show”, baluardo centrale e intrattenitore per un pubblico che rimane quasi per tutto il concerto concentrato ed assorto, perso ad ascoltare quella musica così poco eclatante e scenografica. Ma anche così tanto intima, ruvida come il legno di un peschereccio ormai scolorito dai colpi delle onde; e vera, perché vissuta e – tale e quale a come gli è scorsa dentro – così raccontata.
Eppure Hinson, nonostante una storia personale da poeta maledetto, non è solo quella musica che si sente provenire dal palco: è un mondo che si racconta, che si schernisce di sé stesso e degli altri. E di quel ragazzo non ancora maggiorenne che da Abilene – media cittadina di circa centomila anime, situata nel Texas occidentale tra le contee di Taylor e Jones – va via, per perdersi letteralmente tra braccia della sua Melissa (ai tempi, bellissima modella di Vogue), pare intravedere quasi solo più una vaga silhouette: un retaggio di quel giovane incredulo dal volto imberbe, rapito dalla tremenda bellezza di quella ragazza, e trascinato nel baratro del suo tremendo e scontatissimo abbandono, che prima o poi raccoglie chiunque – dotato d’animo da poeta e corpo da nerd – voglia volare troppo vicino al sole. Dal primo passo che muove su quello stage così accogliente, all’ultima boccata di sigaretta che sparge intorno a sé, salutando il pubblico che ha accolto festoso i suoi 38 anni di musica e sarcasmo, nulla riesce far distrarre occhi e orecchie dalle note che – a dispetto di quelle mani e quel fisico così emaciato da far temere che prima o poi lo si vedrà cadere dal proscenio – si propagano volteggiando spavalde intorno a sé, quasi fossero le stilettate mordaci che non fatica per nulla a lanciare tra una canzone e l’altra.
Come, ad esempio, quando racconta di quando andò dal medico, e il “fuckin’ asshole” gli disse che con la sua storia clinica probabilmente non avrebbe avuto alcun figlio: e allora lui e la sua compagna di vita giù tranquilli a far l’amore, fino a quando subito non arriva un bimbo, e poi due e poi ancora tre. E così Micah – il fintamente spavaldo chitarrista dalla voce smerigliata come se fosse un vecchio pavimento lavato negli anni da tanta vita e varichina e olio di gomito – torna da quel medico a dirgli che lui, quell’asshole con il camice bianco e lo stetoscopio, adesso gli dovrebbe dare dei soldi per mantenerli tutti quanti sono, quei “dannatissimi figli”.

Ma tra le parole, qualche battuta irriverente scambiata con il pubblico che al gioco ci sta più che volentieri, e quelle venti sigarette fumate al ritmo di una per canzone (o quasi), Hinson riesce per l’appunto anche a cantare (ed incantare) incantevoli note e melodie, appoggiate atomo su atomo al suono di quella sua fantastica acustica Seagull da 6 colpi (uno per ogni corda) sul cui legno campeggia a grossi caratteri la scritta “This machine kills fascists”, allo stesso modo con cui uno dei suoi idoli e riferimenti musicali – Woody Guthrie – l’aveva piazzata sulla sua fedele chitarra all’inizio degli anni ’40.
micah p hinsonTra una suggestiva e struggente “She don’t own me”, gli arpeggi eleganti di “Fuck your wisdom”, e una splendida cover di “No Surprises” che rilegge in maniera esemplare le intenzioni solipsiste e inquiete del brano originale dei Radiohead, Hinson pare quasi voler scappare via da tutta quella bellezza che emana da sé stesso e da quelle persone che si ritrova davanti, sorridenti. E così pare appendersi ora alle sigarette che infila in sequenza nel bocchino sempre a portata di labbra, ora a quel taccuino nero come la notte che ogni tanto impugna forte per scrutarne le canzoni, quasi che senza di quello non possa davvero ricordarsene. E sembra quasi di scorgerlo- mentre saluta e se ne va – disteso malinconicamente, a cercare quella bellezza sotto la rosa della sua bellissima “Beneath the Rose”:

“It is said
that you cannot be found
under rocks or broken skull
I will lay down
I will lay down
I can be found beneath the rose
beneath the rose
alone”

E mentre ascolti lui, quelle note sincere ed erratiche, e i suoi racconti di come il fumo lo ucciderà – come in fondo ha fatto con suo padre poco più che quarantenne – non si può fare a meno di scorgerlo com’è veramente, Micah P. nato a Memphis nel Tennessee; un trentottenne americano che spavaldeggia alla Kerouak mentre ironizza e impreca su sé stesso e sugli altri che lo circondano, ma che coglie ad ogni passo il limite del baratro su cui claudica e zoppica, e da cui si allontana, per poi però riavvicinarsene sempre.
Lui è un po’ quella mano che tenevi sul volto, quando da piccolo guardavi i film di paura: e però un po’ la aprivi, lasciando percolare tra le fessure un po’ di quella tremenda luce bluastra e di quella affascinante paura.
Ci sono concerti che sono roboanti feste di quartiere, in cui non fai che ballare, e gridare, e ridere.
CI sono concerti che sono allegre serate tra amici, conversazioni di gruppo, tra un sorso di note e un morso di melodie.
E ci sono concerti che sono intimi discorsi a tu per tu, lento fluire di parole cariche d’affetto, o d’amicizia fraterna, o di amore romantico.
E poi c’è Micah Paul Hinson, artista reale che, sulla strada della vita, attira e mantiene l’attenzione della gente impedendo loro di allontanarsi.
Da allora in poi, per sempre.

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".