Un’ultima volta… con passo pesante

Il 10 settembre ho perso una delle certezze della mia vita: credevo che avrei raggiunto la vecchiaia attraverso anni costellati da concerti dei Folkstone, com’è stato negli ultimi dieci anni, e invece la band, amatissima da me e schiere di fan (la “marmaglia”) ha annunciato lo scioglimento, preceduto da un tour d’addio di sole otto date, l’ultima in Germania.
Non date retta a chi sostiene che se lo aspettava: è stato un fulmine a ciel sereno e ha lasciato tutti stupiti, quando non sgomenti, lo dimostrano i mille post che si sono rincorsi sulla mia bacheca per giorni.
Folkstone – dal titolo di una delle canzoni più amate – è il tour dell’ultimo appuntamento con una delle band che più amo vedere dal vivo, una band di persone che sono diventate da subito ben di più: degli amici, da quella sera lontana a Sommariva del Bosco, quando tra noi e loro, una decina in tutto, avevamo terminato TUTTI gli alcolici presenti nel bar in cui avevamo trascorso la notte a parlare – e TUTTI non è un eufemismo.
Io e il mio gemello Damiano ci scriviamo in contemporanea e non è una domanda: si va a vederli ad Asti, domenica 6 ottobre. Così, qualche giorno fa, sono salita in auto con Damiano e Laura, altra fan sfegatata, e col cuore pesante, oltre che il passo, sono arrivata al Palco 19 di Asti.
L’atmosfera non è quella di sempre, sembra di andare esattamente a quel che queste date sono: una cerimonia d’addio – anche l’orario è consono, perché il concerto inizierà alle 18!
Entriamo nel bel teatro che è in realtà il locale una mezz’ora prima, giusto il tempo di abbracciare altri compagni di viaggio, trovare la sistemazione per noi migliore e assistere al riempirsi del parterre. Le pive, l’arpa e gli altri strumenti sono già sul palco, in attesa, finché le luci si spengono e la sagoma di Edo si staglia lassù, dietro la batteria: i volti si rischiarano e le membra dei più giovani o scatenati fremono: il viaggio ha inizio, il pogo anche. È scatenato, ma festoso come al solito; la tristezza che mi ha accolto all’inizio sembra evaporata, e non c’è la rabbia che temevo.
Li guardo sul palco, questi matti che partendo dalle Orobie hanno portato il loro medieval rock in tutto lo stivale e oltre confine e li ascolto: riconosco l’energia e la compattezza del suono, anche se per me mancano, e tanto, Teo e Andrea, se pur degnamente sostituiti già dal tour precedente. Decido che li odio per aver deciso di privarci tutto questo e mi abbandono alla musica, che anche questa volta mi rapisce.Flokstone
Si susseguono i pezzi per due ore e mezza: tanti i classiconi, ma non mancano le sorprese – su tutte Terra santa e In taberna -, e brillano le assenze – Nell’alto cadrò, Simone Pianetti.
Io canto e salto e ballo, ma è sulle notte di Un’altra volta ancora che le emozioni toccano il culmine: le lacrime iniziano a scendere proprio in quel momento, sul pezzo più scatenato. Mentre continuo a ballare, sudata fradicia perché non si può, non si riesce a star fermi, io piango.
La cavalcata prosegue inarrestabile, fino a culminare nell’ultimo, sentitissimo, pezzo, che arriva nel secondo encore con il palco totalmente al buio fin quasi alla metà della canzone scelta per salutarci per l’ultima volta: Omnia ferta aetas.
Al riaccendersi delle luci, ci sono ruvidi metallari che si ringraziano per aver condiviso il pogo e finanche si abbracciano, persone che si salutano, altri che si avviano subito all’uscita. Restano gli irriducibili, la marmaglia appassionata: molti occhi sono lucidi e molti piangeranno salutando i nostri briganti di montagna, che son subito usciti a chiacchierare e persino consolare i fan.
Come ogni volta, io e Damiano ci intratteniamo con tutti loro, scherziamo, non facciamo domande. Ci abbracciamo tutti, come sempre, finché non arrivo da Roby e durante l’abbraccio più commovente e lungo della storia dei Folkstone, non ci rimettiamo a piangere entrambe.
Sono andata a vederli nei posti più disparati, al Live di Trezzo ad ogni apertura di tour e poi dall’incredibile Fosch fest di Bagnatica (che per anni è stato il festival metal più bello d’Italia) alla versione esclusivamente medievale di Finalborgo, fino alla Basilicata. Ho cantato e ballato fino a perdere il fiato ogni singola volta, abbiamo condiviso tante parole e confidenze, piccoli rituali post concerto (su tutti: la Marlboro che sempre fumavamo insieme io e Teo), molti abbracci, moltissimo alcool. In molte occasioni andare ad un loro live è stato più utile di una terapia. Certo, “continueranno ad essere la colonna sonora delle nostre vite”, come hanno scritto sullo striscione i ragazzi di Asti ma… non sarà la stessa cosa, senza questi meravigliosi, folli, suonatori di pive e rock n roll.

 

Loretta Briscione

Loretta Briscione

Credo fermamente che non ci sia nulla che un bel live o una notte passata a ballare non possano curare, perché il rock e il metal sono la più efficace terapia, per le febbri dell’anima.