Il filo sottile dell’esistenza: Ghosteen e l’attesa della pace

Il punto di fusione del diamante è intorno ai 4000 °C; per portarlo allo stato liquido come plastica fusa, occorre procedere a innalzarlo a quelle temperature in condizioni di pressione elevatissima, vicina ai 10 milioni di atmosfere che – per darvi un’idea approssimativa di cosa significhi – equivale più o meno a 700 volte il peso esercitato sulla crosta terrestre dal monte Everest, la vetta più alta del mondo.nick cave
Quanto peso può esercitare invece, nel cuore di un uomo, la perdita improvvisa di un giovane figlio, poco più che un bambino, molto meno che un uomo? Nel cuore di Nick Cave, il dolore deve essere pesato ben più che un Everest, perché tutto di Ghosteen – parole, liriche, sonorità, assonanze, sfumature della voce, silenzi, strumenti – pare sgorgare da quel cuore crepato, ma non sbriciolato, che riluce come diamante liquido nella terra. Ciò che in Skeleton Tree era rimasto solamente accennato, percepito ma non esplicitato tra le parole e le neniose linee sonore di quasi tutti i brani, qui in Ghosteen diventa chiaro, esplicito, didascalico. Nick Cave l’aveva detto: sarà un doppio album, laddove “I brani nella prima parte sono i figli, mentre quelli della seconda sono i genitori”. ‘IL’ figlio. E I genitori. Perché da subito si comprende che questo lavoro, per Cave, è il pianto (e il compianto) che in The Skeleton Tree non poteva comparire, per mille ragioni. Artistiche (l’album era già praticamente costruito al momento della morte del figlio Arthur), metaboliche (troppo vicino l’evento e lo strazio che ne era derivato per riversarlo in canzoni) e umane (ancora troppo radicato il dolore per poterlo rendere pubblico). Non aspettatevi un album rock canonico: questo è un racconto letto come fosse un elogio, non cantato ma ‘proferito’ con un tono quasi sempre di poco al di sotto del pianto, e poco al di sopra del sussurro. E l’elogio inizia così con The Spinning Song, che è quasi una favola: la tragica di un re e una regina, e di come il loro albero alto sedici rami (sixteen branches high) ha portato vita e morte nelle loro esistenze. In alcuni brani pare di scorgere una linea melodica che ricalca quella di Jesus Alone, primo brano di Skeleton Tree; una connessione che sottolinea ancora di più l’intenzione di rendere esplicito un discorso rimasto taciuto, sospeso. Un filo che li unisce; e noi qui, seduti a guardare e sentire un racconto il cui destino è strattonato tra la descrizione di un mondo crudo, evidente, in cui ‘i desideri non possono essere dissolti dal tempo’, e la speranza che ci fa comunque credere in qualcosa. Ghosteen, il ragazzo fantasma, cammina mano nella sua mano, in mezzo ad un ‘pubblico’ che canta per sentirsi libero (Well I think they’ve gathered here for me…I think they’re singing to be free, I think they’re singing to be free); si cammina a passo lento e cadenzato, verso l’ultimo brano della prima parte: verso il destino. “Leviathan”, un mostro marino portatore di terrore e morte, che non viene però mai pronunciato nel testo della canzone, a differenza del mare vasto e selvaggio (It’s vast and wild and it’s deep as the sea, the sea), tanto quanto il suo ragazzo che, insieme al sole, sprofonda nel mare (And as the sun sinks into the water now, now, now I love my baby and my baby loves me, loves me).
Dal silenzio inizia la seconda parte: e la seconda parte sono “i Genitori”; Ghosteen diventa solo più un racconto, un ricordo che danza nella mano del padre (dances in my hand, Slowly twirling, twirling all around. Glowing circle in my hand). L’uomo lunare viene a baciarlo, a prenderselo. E non resta che rimanere a guardarlo mentre dorme, e leggergli la fiaba dei tre orsi. La loro fiaba. Tutto appare come un grande immenso sogno, e nulla più pare quasi reale: in Fireflies, nemmeno i viventi sono entità reali, ma fotoni rilasciati da una stella morente. E la speranza è che la voce del padre arrivi fino a Ghosteen, per potergli spiegare infine che non c’è ordine qui e non c’è via di mezzo, che siamo solo ricordi di una stella, lucciole che brillano debolmente nell’oscurità. Sicchè, è molto più facile, così, pensare di essere sulla strada verso casa, verso Ghosteen: aspettare che la morte venga, nella consapevolezza che la morte fa parte del ciclo della vita (Everybody’s losing someone).
Ghosteen è un pugno scagliato al centro dello spirito, dritto nello sterno dell’anima. Mozza il fiato per come ti stringe della vita con cui è stato tessuto, un filo spinato di esistenza. Tutto è ammantato di indicibile dolore. Di irrinunciabile amore. Qui Nick Cave è capace ad elevarti in alto, fino sopra alla cima del suo Everest, allo stesso momento in cui ti butta giù nell’abisso del Leviatano. Non abbiate speranze di redenzione; qui troverete solo la pace data dalla convinzione che la vita sia un lento cammino verso la morte. Al cui giudizio, e alla cui accettazione, non si può sfuggire.

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".